….un po’ di tecnica!

Il 28 dicembre 1895 i fratelli Lumière proiettarono al Grand Café des Capucines di Parigi dieci film di circa un minuto l’uno.
Nasceva così il cinema!
Da allora il progresso tecnologico è stato grande. Ma pellicola e proiettore cinematografico hanno resistito.

Chi ha visto il film di Giuseppe Tornatore “Nuovo Cinema Paradiso” ha un’idea di come è fatta una cabina di proiezione e quale è il compito del proiezionista.
Questa del film è una visione molto romantica e pionieristica del mestiere e in parte ben si adatta a quello che il cinema era nell’immediato dopoguerra.
Già da molti anni in realtà il cinema è diventata un’attività imprenditoriale e commerciale.
Oggi generalmente in un cinema monosala e multisala si trovano due proiettori cinematografici (uno per il primo tempo e uno per il secondo), un impianto di amplificazione con audio anche digitale e un sistema computerizzato che gestisce la completa automazione.
Compito del proiezionista è preparare il film unendone le varie parti (le “pizze”, termine che però almeno a Milano non viene usato) e posizionando in determinati punti della pellicola dei segnali, che verranno letti da sensori del proiettore, necessari per azionare i vari automatismi (spegnimento luci, inizio proiezione, intervallo o passaggio diretto tra il primo e il secondo tempo, accensione luci e fine del film). Deve inoltre occuparsi della manutenzione dei proiettori, pulizia e controllo delle varie parti meccaniche che lo compongono. Tutto questo quando il cinema è chiuso al pubblico.
Quando il cinema apre,e si sono accesi tutti gli impianti, il controllo e la gestione delle proiezioni avviene in remoto da una consolle posizionata all’ingresso del cinema e non è più necessario essere nella cabina di proiezione.
Ci occupiamo quindi anche di accogliere gli spettatori spesso consigliandoli sul film da vedere, strappare loro i biglietti e durante la proiezione essere sempre pronti ad intervenire in caso di problemi o malfunzionamenti delle macchine.

Questo mestiere che ho scelto e faccio anche per passione, come ho scritto precedentemente, che soddisfazioni mi dà?
Questo sarà l’argomento del prossimo post.

NOTA: Nei Multiplex con molti schermi, per risparmiare, viene utilizzato un solo proiettore con un diverso posizionamento della pellicola, questo sistema non consente la totale automazione in quanto alla fine del film è necessario riposizionare la pellicola nel proiettore. E’ quindi necessaria la presenza di almeno un proiezionista all’interno della cabina di proiezione.

 
Commenti disabilitati Trackback Permalink | 29.05.2012
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Il mio lavoro

Devo ammettere che quando mi è stato chiesto di essere blogger per una settimana qui, non avevo assolutamente idea di che cosa fosse questo spazio…..
Colto alla sprovvista al lavoro, in un momento particolare, mentre dovevo far iniziare tutte le proiezioni, non ho capito bene che cosa dovessi fare. “Devi scrivere del tuo lavoro” mi è stato detto e ho pensato ad uno spazio dedicato ai vari mestieri e istintivamente ho detto sì senza pensarci troppo.
Quando più tardi, con un po’ di tempo a disposizione ho digitato al computer questo indirizzo e mi sono trovato una cosa fondamentalmente diversa da quello che mi aspettavo, il primo pensiero è stato quello di contattare subito Chiara e dirle che avevo cambiato idea e che non se ne faceva niente!
“Faber Blog – La cultura raccontata da chi la fa” questa la prima scritta che mi è balzata agli occhi e poi una lista con nomi di professionisti di tutto rispetto!
“Io cosa ci faccio qui?” Ho subito pensato, “Io la cultura non la faccio” mi sono ripetuto più volte…
Ripresomi dalla sorpresa mi sono però detto: “Certo! Cultura non la faccio in prima persona ma sono un anello della catena che la rende fruibile agli altri!” e devo ammettere anche che, essendo l’ultimo anello, ho la responsabilità del lavoro di tutte le persone che hanno contribuito alla realizzazione del prodotto culturale chiamato FILM.

Ho così deciso di iniziare questa avventura in “Faber” e descrivervi il mio lavoro…

Bene se ancora non si è capito il mio lavoro è Proiezionista o per essere più precisi: “Operatore cinematografico di proiezione” come scritto sul mio attestato di idoneità (patentino) necessario per poter esercitare questo mestiere. Attestato N° 353 rilasciatomi dalla Commissione Provinciale di Vigilanza della Prefettura di Milano dopo aver sostenuto un esame teorico-pratico nel 1994 dell’ormai millennio scorso….
Sto per compiere 54 anni e da quasi 20 faccio questo mestiere. Ho due giorni di riposo la settimana, per il resto lavoro fino a tarda notte tutti i giorni Sabato e Domenica compresi, il giorno di Natale, l’ultimo dell’anno, Pasqua, Ferragosto e tutte le altre feste. Senza la passione non credo che avrei resistito tanto.

Oggi questo mestiere sta subendo un momento molto particolare. Dopo oltre un secolo, in cui nonostante il progresso tecnologico il lavoro è fondamentalmente rimasto uguale, ora rischia di scomparire definitivamente, di sicuro il cambiamento che l’attende non è da poco. Stiamo infatti anche noi (come molti altri lavoratori prima di noi) vivendo il passaggio definitivo dall’analogico al digitale.

Sarà un bene per il cinema oppure no?

 
Commenti disabilitati Trackback Permalink | 28.05.2012
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Da domani per una settimana a condurre il Faber blog sarà il proiezionista Enzo Corti. Grazie a Livio Magnini

 
Commenti disabilitati Trackback Permalink | 27.05.2012
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Al fin della licenza

Speravo di approfondire un po’ qualche concetto espresso nei precedenti articoli, ma ci sono così tante cose di cui parlare. Purtroppo il tempo che sono riuscito a dedicare a questi pensieri è quasi sempre stato notturno. Certo la notte porta consiglio , ma il giorno solitamente porta ad una freschezza mentale differente.

Di tutte le questioni a voi sottoposte, ce ne è una in particolare non affrontata: la tecnologia e l’arte. Mi capita di discutere spesso sulla produzione musicale e di come in poco tempo sia completamente cambiato l’iter di composizione e realizzazione di un disco. E’ già difficile parlare di disco al giorno d’oggi, il vinile è tornato a far parte del mondo dei dj, più come trofeo e memorabilia, piuttosto che come supporto di stampa ed anche il cd si avvia verso l’estinzione o se non altro non risponde più alla domanda di qualità richiesta. Come si è trasformato l’ascolto casalingo, la musica ora la si sente nel telefono o attraverso le casse del computer, parlare di Hi-Fi nel 2012 sembra ridicolo, e questo certo non dipende dal raggiungimento di una qualità eccelente, ben sì da un assestamento generale verso il basso , verso il medio ascolto. La musica è sempre più presente , nonostante le vendite vadano sempre peggio, ed ora si può suonare con qualsiasi smart phone o Ipad. La tecnologia touch è ritornata prepotentemente dopo gli anni 70 (vi ricordo che nei primi anni 80 il bancomat era già touch e questa tecnologia non aveva riscosso tutto il successo attuale), questo permette a tutti, anche coloro che non hanno mai messo mano ad uno strumento musicale, di produrre musica dopo pochi minuti di utilizzo dell’applicazione. Per il momento vorrei soffermarmi un attimo sul concetto di qualità di riproduzione; per attirare la clientela i nuovi produttori di tecnologia devono puntare sul fornire sempre qualcosa in più, altrimenti l’acquirente rimarrà con ciò che ha già acquistato fino alla rottura del proprio “mezzo” tecnologico. L’audio ed il video sembrano essere i più colpiti dal crollo esponenziale dei prezzi di produzione della tecnologia, tutti possono avere un televisore gigante e tutti possono avere un impianto home theater dolby surround, la rete ha fatto sì che per un lungo periodo la musica si potesse scaricare gratuitamente ed illegalmente, questo ha generato un fenomeno simile per i film, le serie tv , i videogiochi, i software e tutto ciò che può far parte del dominio digitale. Non si va più al cinema tanto i film si possono scaricare, allora il cinema inventa il 3D, offre qualcosa che riavvicini lo spettatore alla sala, un’esperienza che sia il più possibile coinvolgente dal punto di vita visivo ed uditivo. Passa poco tempo dalla nascita della tv HD ed arriva la tv 3D, così il pubblico può di nuovo tornare a scaricare e guardare a casa quello che il cinema produce.

Per la musica è differente, non è stato prodotto un impianto ad alta qualità con un costo accessibile, al contrario la produzione di altoparlanti è cambiata nella tecnologia di produzione ( utilizzo di nuovi materiali come l’alnico, il niodimio, l’alluminio) ed ha abbassato la resa in frequenza , proponendo impianti sempre più pompati e sempre meno vicini ad una fedeltà di riproduzione del suono.

Anche registrare un disco è diventato un affare casalingo, con un semplice portatile e qualche software crackato, si può fare, con qualche migliaio di euro, quello che non più tardi di 20 anni fa presupponeva budget da quattro o cinque zeri. Quindi musica a portata di tutti, l’ingeniere del suono diventa il musicista stesso, non serve più chi finalizza il processo di registrazione, non serve più chi stampa e forse non serve più chi distribuisce. E’ realmente così?

Sotto l’aspetto pratico sembrerebbe non fare una grinza come ragionamento, ma tutto questo processo tralascia un importantissimo particolare: la competenza. Tutti possono suonare, ma non per questo sono musicisti, tutti possono registare un pezzo e non per questo essere fonici, arrangiatori o produttori. Tutti possono far filmati in HD e non essere registi, montatori o direttori della fotografia. La tecnologia avvicina il mezzo d’espressione, ma la competenza , quasi sempre, certifica la qualità di una composizione o di un filmato.

Ci avviciniamo quindi alla genesi di due enormi insiemi, da una parte quello della produzione di intrattenimento e dall’altra quello della qualità e dell’arte. Difficile stabilire quale sia l’interscambio tra questi due sistemi ed in fin dei conti la cosa importante sembra essere ” toccare” alla fine della licenza e non traccheggiare o esibire la propria tecnica. E’ finita la generazione dei software , è arrivata quella delle App!

A chi importa da chi o come viene fatta una musica, una fotografia o un video se è bello alla vista od all’ascolto?

 
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Cultura e luoghi di cultura

Da Febbraio sto lavorando come responsabile logistico, per il progetto/laboratorio culturale “Open ” curato da edizioni Zero in collaborazione con Vodafone. Open è diviso in sette aree tematiche: cucina, design, sport , famiglia, idee tecnologiche, arte e musica. Ogni area tematica si sviluppa in 15 giorni e la cronologia ha rispettato l’elenco sopra riportato. Dal 15 Febbraio ad oggi si sono susseguiti incontri, conferenze, dimostrazioni , degustazioni , cene , proiezioni, concerti ed un’installazione permanente di una sala giochi con pietre miliari del video game e giochi da tavolo ormai dimenticati, fino ad una versione in scatola dell’ormai super noto Angry Birds. Tutto questo ha avuto luogo nel palazzo della triennale di Milano, in viale Alemagna, presso la sala lettura per la maggior parte degli eventi, passando via via per il salone d’onore, il “cubo c” , la sala lab, il teatro dell’arte, la sala Agorà ed il magnifico giardino.

Senza dubbio un’iniziativa molto coraggiosa ed oserei dire rara, dati i tempi di magra del paese e la mancata destinazione di nuovi fondi per la cultura, l’arte e lo spettacolo. E’interessante, osservando la gente che viene a fare visita ad “Open”, scoprire come si manifesta la loro curiosità. Spesso sono persone di passaggio che hanno sentito o letto qualcosa sulla manifestazione e si fanno coinvolgere parzialmente, altri vengono specificamente per qualcosa o qualcuno e difficilmente poi si rivedono partecipare a qualche altra area tematica. Tutto è gratuito e se io mi trovassi dalla parte del fruitore, credo che sarei presente per più tempo possibile, per godere di una panoramica su tutto ciò che sta accadendo intorno a questi argomenti che vengono presentati. Una delle discriminanti che ormai caratterizzano qualsiasi manifestazione è la presenza di cibo e abbeveraggio gratuito, sembra essere il vero segreto per aumentare esponenzialmente le presenze. Il salone del mobile stesso ha visto un aumento incredibile di postazioni produttrici di cibo e bevande, sembra essere più simile ad una sagra di paese piuttosto che la presentazione di nuovi risultati e prodotti del design. con queto non voglio togliere contenuto alla manifestazione, dico solo che gli Italiani o più specificatamente i milanesi sono disposti a dedicare un po’ di tempo alla cultura, se in cambio vengono sfamati e dissetati. Ecco quindi che questi ” templi” della cultura si trasformano in location per i catering della città. In qualche modo questo cambio di destinazione dei luoghi preposti alla cultura fa sì che la cultura stessa, di riflesso, si svolga all’interno di aree destinate alla somministrazione di cibo e bevande. Abbiamo mostre di quadri e fotografie all’interno di ristoranti, abbiamo concerti e reading nei bar o nei locali da aperitivo.

Non è forse questo un segnale che ci può far capire che siamo spaventati dai luoghi, quando sono costruiti per uno scopo determinato e preferiamo “subire ” la cultura quando non ci siamo recati in un museo od in una biblioteca. Potrebbe esserci anche un’altra motivazione: stiamo cercando di abbracciare la globalità, anche sotto il punto di vista concettuale, vogliamo scardinare il significato e la funzionalità di un luogo e poter vivere appieno un’esperienza che coinvolga vari nostri sensi ed interessi.

Temo comunque che la nostra voglia di crossover tematici-locativi sia più legata ad una mancanza di tempo. Il lavoro sovrasta di gran lunga ogni attività che possiamo svolgere, il tempo libero si assottiglia e quindi anche in termini di esperienza la formula all inclusive ha il suo fascino. Mangiamoci un panino in compagnia di un amico, buona musica, un’ installazione multimediale, il tutto all’interno di una banca….

 
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A che punto siamo…

Credo che tutti prima o poi siano curiosi di sapere come possono confrontarsi con le realtà di altri paesi, in termini lavorativi, per scoprire a che punto si trovano. Io per molto tempo ho pensato che sarebbe stato importante sapere come potevo figurare, in termini di personalità, esperienza ed abilità, in un mercato come quello Americano o Inglese.

I musicisti Italiani, a parità di condizioni,  sono peggio o meglio di quelli Americani? Apparentemente una domanda senza senso, invece è importante sapere qual’è la propria condizione professionale. Ci sono delle differenze di base, specialmente nell’attitudine. I musicisti Americani, che vogliono intraprendere una carriera professionale, pongono attenzione sulla tecnica e l’espressività con lo strumento ed in egual modo si creano un’immagine. Sanno di essere di fronte ad una concorrenza spietata ed il loro bacino d’utenza, se pur molto più grande del nostro, offrè pochissime opportunità, quindi cercano di presentarsi con tutte le doti che possono far spiccare la loro figura. Hanno una mentalità più professionale della nostra in termini di atteggiamento generale e possono accedere ad una strumentazione di alta qualità a prezzi più bassi dei nostri.Detto questo, dopo un tour mondiale di più di 160 date in 18 mesi, credo di poter affermare che a tutti manca qualcosa rispetto a noi, la nostra famosa arte del sapersi arrangiare, qualità sempre più preziosa nel fantastico mondo della globalità.

Noi Italiani sappiamo portare a casa il risultato, direi quasi sempre, siamo capaci di adattarci perchè normalmente quando suoniamo in patria troviamo situazioni disperate, spesso ben sotto lo standard e così ci arrangiamo, ci portiamo in dotazione adattatori di ogni tipo e siamo dei grandi lavoratori. Non di meno la nostra capacità nella melodia aggiunge sempre quel qualcosa in più che ci differenzia. Non sto tirando acqua al nostro mulino, sinceramente ho visto crew ed artisti di diverso livello, dal gruppo da 200 persone paganti all’artista da 100.000, ovviamente cambia il numero e la competenza delle diverse persone coinvolte, ma il modo che hanno, per la maggior parte,  è quello del lavoro, efficace però privo di “arte “.

Ovviamente ci sono eccezioni per entrambe le parti, ci sono Italiani poco appassionati ed inglesi al limite della fede per la musica, ma ciò che intendevo era legato al modo in cui qualcuno svolge il proprio lavoro, indipendentemente dalla nazionalità, aggiungendo dell’arte e passione al proprio mestiere. Io sono convinto che noi siamo in molti ad essere così, probabilmente perchè siamo passionali come popolo.

Forse tendiamo a dare troppo valore all’esterofilia, il nome straniero è sempre così chic all’interno di un cd e tempo fa anche fare semplici procedure di routine (nella produzione di un cd), fuori dai confini del paese, rappresentava un plus nella presentazione del prodotto. Secondo me quello che ci manca è solo il confronto, a costo di diventare monotono è ora di esportare, di fare conoscere la nostra musica. Possibilmente tutta e non solo alcuni generi; siamo responsabili di come ci presentiamo ad un altro pubblico, specialmente se decidiamo di cantare in un’ altra lingua. Dobbiamo essere credibili in tutti i casi, per spazzare via quella sensazione di cialtroneria che spesso accompagnia l’opinione di chi ci vede da fuori.

 
Commenti disabilitati Trackback Permalink | 25.05.2012
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Ritorno ad un ascolto senza filtri

Giornata ” noise”, sotto tutti gli aspetti. Oggi ho avuto una piacevole ed animata discussione con un amico musicista scaligero a proposito di un concerto noise che avevamo appena visto. La discussione verteva su cosa fosse il genere noise e quali fossero le caratteristiche che potevano definirlo. La mia opinione era che il genere è difficile da definire ed a mio avviso la capacità di riprodurre dal vivo ciò che si genera in studio deve essere una condizione fondamentale per la veridicità della musica stessa. In parole povere se fai del rumore o hai una cognizione di causa acquisita sul campo, provando e riprovando, fino a che non sei capace di dominare quel rumore, oppure tutto quello che generi è casuale. Non dimentico che se il risultato fosse emotivamente coinvolgente, non sarebbe assolutamente importante il modo in cui viene generato e non sarebbe altrettanto importante la sua riproducibilità. Lui al contrario sosteneva che, pur non conoscendo il genere, il concerto gli era piaciuto perchè lo aveva ” emozionato” e che aveva trovato qualcosa di interessante in quel rumore. Poco dopo mi faceva notare che il mio ascolto era alterato dai miei filtri, il mio troppo ascoltare o l’abitudine ad analizzare un pezzo come un produttore, mi portava a giudicare senza entusiasmo una cosa, solamente perchè simile a qualcosa che avevo già sentito.

Accidenti è vero! Rimpiango spesso i momenti in cui riuscivo a farmi rapire dalla musica senza pregiudizi, senza ascolti analitici, senza isolare gli elementi di un pezzo e cercare di capire una programmazione. E’ sempre più difficile rilassare il cervello e lasciarsi prendere dalla musica.

A volte però succede ed è una sensazione meravigliosa, esiste solo la musica , quello che sento mi emoziona e fa viaggiare la mia immaginazione. Spesso succede con dischi che ascolto per la prima volta anche se già usciti da molti anni e già conosciuti dagli altri. Ecco che finalmente capisco di cosa sono fatti questi filtri, il mio ascolto è viziato dalla mia conoscenza del genere. Perchè ritornano sempre questi ” generi” nella mia vita proprio non lo comprendo. E’ possibile dover definire per forza qualcosa che non necessità una definizione? Incasellare è quello che forse mi fa sentire più al sicuro e sorrido all’idea che sono io per primo quello che pretende apertura dagli altri.

Insomma una bella gatta da pelare questo noise, in fin dei conti quello che disturba a volte svolge nel migliore dei modi le sue intenzioni. Aspetto qualche ora per tirare delle conclusioni…

 
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Nemo propheta in patria

Questa giornata è stata veramente densa di eventi , spesso nefasti purtroppo, quindi ho deciso di parlare proprio di cosa non va apparentemente in questo paese per ciò che concerne la musica.

Ho sempre pensato che non ci sia cosa migliore di costruirsi un piccolo pubblico per cominciare ad essere apprezzati o ascoltati. Credo nel contatto e per questo ritengo che una situazione con poche persone inizialmente sia la più indicata. Stabilire un legame con le persone a cui si rivolge la propria musica ti da un’ idea immediata di come venga recepita. Bisogna essere molto autocritici sul proprio lavoro per capire se ci sono problemi.Un parere negativo non è un dramma ed una critica, meglio se motivata, non potrà essere certo scoraggiante. Siamo sempre pronti a giudicare basso il livello di chi fa musica in Italia, il primo gruppo o cantante che arriva da qualsiasi recondito luogo del mondo sembra più interessante di ciò che il nostro vicino di casa ci può proporre. Perchè questo accade? Abbiamo delle mancanze così grosse da non soddisfare i palati fini del pubblico Italiano? Evidentemente c’è un problema di diffusione dei brani musicali prodotti in madre patria, le major devono seguire la direzione artistica che gli viene in parte imposta dalle sedi e si sa che un mercato anglofono ha più ascoltatori e più acquirenti potenziali. Seguono i principali network che sono più interessati alla vendita di spazi pubblicitari (solo poche mantengono ancora qualche programma di “cultura” musicale) o iniziano a produrre i propri artisti generando un altro dei nostri felicissimi conflitti di interesse.

Ieri ho parlato della rete, una potenziale salvezza per il nostro mercato, qui un brano può raggiungere tutti gli angoli del pianeta e non viene etichettato per paese di provenienza.La musica brutta è brutta in ogni luogo e tempo, quella che non viene valutata perchè proveniente da un paese del terzo mondo musicale ( già così ci vedono al di fuori dei nostri confini) con vendite inferiori alla Turchia, nel web può acquisire nuova linfa ed arrivare a tutti coloro che non si costruiscono preconcetti. Ci sono musicisti Italiani che hanno venduto milioni di copie o centinaia di migliaia, senza esportare il nostro solito polpettone che riusciamo ancora a vendere a malapena anche al mercato latino; propongono musica “internazionale” cantata in lingua Inglese o Francese o anche in dialetto. Questi musicisti spesso hanno affrontato una lunga gavetta ben poco retribuita o sono schizzati in testa a classifiche d’oltreoceano poco tempo dopo essersi formati, non vengono trattati bene dalla nostra stampa e raggiungono la gloria in patria dopo aver sbalordito paesi come gli Stati Uniti o l’Australia ed essere ritornati ” vincitori”. Qualcuno li ha notati anche prima della loro uscita fuori porta, ma per qualche ragione non è riuscito a far partire queste carriere da casa.

I nostri cugini d’oltralpe hanno uno spirito nazionalista più radicato e marcato e negli ultimi 15 anni ci hanno annichilito e con il “french touch ” hanno riportato la Francia musicale ad una diffusione planetaria. Non voglio dilungarmi però perchè mi piacerebbe approfondire questo discorso nei prossimi giorni, quindi concludo con questo ” manifesto” che Flavio Ferri dei Delta v ed il sottoscritto avevano proposto tempo fa nella speranza di un nuovo corso della musica Italiana, cercando nella cooperazione una soluzione.

Amici presenti passati e futuri,

Vi scriviamo per raccontarvi un’idea che ci è venuta in
mente negli ultimi giorni.
Visto la situazione non proprio rosea, diciamo pure di
merda, in cui versano sia la musica che tutto il resto,
abbiamo pensato che i musicisti e tutti coloro che lavorano
in questo simpatico ambiente debbano fare qualcosa,
dare un segno di vita, cambiare le cose.
Non proponiamo nessuna rivoluzione anche se, nel caso
qualcuno fosse della partita , non ci tireremmo indietro.
Abbiamo pensato che anche da noi sia giunta l’ora
di superare le barriere, spesso costruite da altri,
che ci dividono.

Vogliamo creare un movimento, una “scena” italiana
(anzi tante scene per quanti sono i generi musicali che
ognuno di noi rappresenta) che possa farsi sentire non solo
nel nostro paese ma anche fuori dai nostri confini.
Cooperare.
Come?
Abbiamo individuato per ora due diverse azioni da
intraprendere, una che riguarda l’Italia e una che
riguarda “l’altrove”.
Spesso, anzi sempre, ci lamentiamo del fatto che la nostra
musica sia schiava delle radio, dei network
che non ci passano, che non ci danno spazi, che hanno
relegato la musica a un sottofondo per le chiacchiere dei
conduttori.
In Francia, da quasi 30 anni, un gruppo di musicisti e
scrittori ha fondato una radio che si chiama Radio Nova che
ha rivoluzionato il modo di fare e ascoltare la radio e che
ha aiutato a fare emergere prima in Francia e poi nel mondo
intero un vero e proprio movimento.
Certo, sarebbe bello creare anche da noi una radio gestita
dai musicisti, dagli artisti, da chi veramente vuole
proporre qualcosa di diverso dal vendere spazi
pubblicitari.
La legge sull’emittenza non ce lo consente.
Comprare una frequenza radio su Milano,
ad esempio, costa almeno tre milioni di euro.
Però è anche vero che in Italia esistono più di tremila
radio locali che hanno una forte presenza sul territorio.
Proposta: e se noi dessimo a tutte queste radio un
programma  giornaliero fatto da noi, presentato da noi, con
la musica che ci piace, con la musica che facciamo, non
sarebbe un primo passo che dimostra che anche in
Italia c’è una volontà da parte degli artisti di
fare qualcosa?
In pratica sarebbe molto semplice:
a turno ognuno di noi, in coppia con altri artisti, in
compagnia del proprio cane, di un giornalista musicale, di
un filosofo o di un clown potrebbe registrare (e i mezzi
tecnici per farlo oramai li abbiamo tutti) una o più
puntate di un paio d’ore in cui potrebbe fare tutto quello
che gli pare e poi metterle su un ftp da cui le radio locali
potrebbero scaricarlo e trasmetterlo.
A loro non costerebbe assolutamente nulla e sarebbero
felicissimi di farlo (i contatti li abbiamo già presi). Noi
copriremmo tutta l’Italia e riusciremmo a farci sentire e
conoscere per chi siamo veramente.
Tutto questo avrebbe una ricaduta positiva
sul nostro lavoro, sul lavoro di tutti noi.
Pensate al fatto che dopo qualche mese, se la cosa
funzionasse potremmo cercare sponsor che possano finanziare
i progetti della nostra comunità (festival, eventi e
quant’altro). Pensate al fatto che arrivando sul
territorio potremmo aumentare l’interesse di promoters
locali. Tutto questo in maniera assolutamente semplice,
onerosa ed impossibile per un singolo ma facile e senza
costi per una comunità che abbia gli stessi intenti.
Col tempo si potrebbe sviluppare anche una web radio (ma
senza l’etere in Italia si corre il rischio di passare
inosservati), si potrebbero sviluppare contatti che per un
singolo sarebbe impossibile sviluppare.
E qui parte l’idea dell’ “altrove”:
il presupposto è sempre lo stesso.
Perché all’estero non riusciamo a far passare la nostra
musica?
Perché non riusciamo a suonare con assiduità anche fuori
dai nostri confini?
Perché all’estero quando parli di musica italiana passa
solo l’idea del mandolino suonato da pulcinella?
Perché negli USA, in Australia o in Inghilterra nessuno sa
che gruppi come i Lacuna Coil, i Bloody Beetroots o i
Crookers (giusto per citare alcuni esempi di successi
all’estero di nostri amici) sono italiani? Perché tutti
sanno che i Daft Punk o i Justice sono francesi?
Perché lì c’è una scena forte, perché i musicisti
cooperano, si aiutano si scambiano contatti e consigli.
Qui da noi c’è la tendenza a coltivare il proprio
orticello avendo paura che quello dell’altro sia più grande.
Prepariamo degli zip di musica prodotta in Italia e
facciamoli scaricare gratis pubblicizzando la cosa
da tutti su tutti i social networks.
Con i fondi degli sponsor raccolti dall’operazione delle
radio potremmo pagare uffici stampa stranieri che parlino
del movimento di musica italiana.
In questo modo si riuscirà a scavalcare le frontiere piano
piano ma in massa.
Come hanno fatto negli anni ’60 la “british invasion”?

Necessario per tutto questo è dimenticare l’egoismo e la
paura che altri possano avere più successo di noi.

Collaborare insieme senza perdere la propria
individualità. Collaborare insieme con l’idea che il bene
degli altri è anche, e soprattutto, il nostro.

Se volete far parte del circo non ci sono né soldi né
gloria ma la forza di un’idea.
Rispondeteci applaudendo o insultando, proponendo o
distruggendo.
Noi partiamo da oggi.

 
Commento (1) Trackback Permalink | 23.05.2012
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Un musicista nel 2012

Il 2012 nel mio immaginario e credo in quello di molti classe 1973, doveva essere fatto di stazioni orbitanti ed abitazioni sulla luna, invece abbiamo un governo tecnico, l’Italia non è mai stata così al verde ed il livello di cultura generale è equiparabile a quello di un peep show di periferia.

Nel 1995 la discografia iniziava già la sua crisi, ricordo che sembrava impossibile risollevarsi. I principali network del territorio non gradivano le “chitarre elettriche” e tutto veniva incasellato nei generi musicali. Ogni musica doveva avere il proprio genere altrimenti, a detta di luminari del settore, la gente non avrebbe capito e quindi non apprezzato.Cos’è esattamente un direttore artistico? Come può esserci qualcuno che “dirige” l’arte e soprattutto verso quale direzione ed in base a quali criteri? Beh nel 95 il parametro sembrava essere la radiofonicità, forse anche prima, ma da quando esattamente? Quali sono i parametri per definire un brano radiofonico?

Nel 1959 usciva Kind of Blue di Miles Davis, uno dei dischi di jazz più venduti al mondo, al tempo molti discografici erano ex musicisti o addetti del settore e,  nonostante le problematiche legate alla radiofonicità  fossero più o meno le stesse di ora, questo disco fu un vero fulmine a ciel sereno e fece capire che esisteva una commerciabilità lontana dalla commercialità; la gente poteva ascoltare qualcosa di più complesso ed amarlo anche senza capire i suoi movimenti modali. Cosa è successo da quel momento ad ora? Non credo certo di poterlo riassumere in poche righe quindi mi limito a dire che il caro “profitto” si è fatto avanti, talmente avanti da superare l’individuo stesso che lo può generare, nel nostro caso il musicista.

Mozart oltre che genio sei stato fortunato, hai vissuto in un epoca in cui, come ha detto acutamente il buon Fresu su questi fogli elettronici, eri un musicista e non facevi il musicista. Ora fare il musicista non vuole dire esserlo, prendiamo ad esempio i reality show, non è detto che non ci siano ottimi musicisti all’interno di questi contenitori, ma di sicuro non lo scopriremmo mai guardandoli cantare per l’ennesima volta una versione alternativa di un pezzo di Mina o Rihanna. Devono essere performer ed intrattenitori, se possibile di bella presenza e devono avere le spalle larghe per sopportare il fatto di essere i nuovi precari della musica, dei co co co con una carriera al fulmicotone davanti, un giorno pizzaioli, il giorno dopo star da tappeto rosso ed un anno dopo…? Questa di sicuro non è una colpa imputabile a questi giovani artisti, ne tanto meno può dipendere dal loro effettivo talento e bravura, o dalle loro canzoni. Dipende dal fatto che questi programmi, ormai quasi a scadenza semestrale, devono produrre nuove star, devono rendere le nostre vite partecipi e complici della nascita di un nuovo mito e devono nasconderci la caduta di un predecessore o rinnovarne lo splendore un po’offuscato. Qualcuno si preoccupa della loro situazione psicologica o del caos generato nella loro vita, e qualcuno si preoccupa di un pianista al quinto anno di conservatorio che può ambire ad un posto in una delle orchestre filarmoniche o sinfoniche di questo paese, se ne rimangono, oppure alla peggio può tentare con x-factor?

Fare i musicisti oggi significa avere più competenze, conoscere dei software per comporre, forse non si ha più tanto tempo da dedicare allo strumento come prima, e quindi si sopperisce a questa mancanza con l’aiuto della tecnologia. Bisogna sapersi relazionare e se possibile avere un’immagine, in qualche modo distinguersi. Bisognerebbe conoscere il concetto di diritto d’autore, di edizione musicale, di royalties, di refunding costs e forse anche di rischio d’impresa. Conoscere la propria posizione fiscale, decidere se pagare l’enpals e non l’Inps (dopo l’ultima assestata Monti non si capisce più cosa fare, l’enpals è diventata l’inps?). Bisogna sapere chi ti deve aprire l’agibilità, ogni quanto si rendicontano le vendite e quando i diritti, bisogna sapere cosa è un minimo garantito e cosa un anticipo. Ecco perchè non si è più musicisti, perchè la musica è un lavoro (in Italia senza un albo, senza un sindacato vero e compatto e senza contributi ne sovvenzioni, lavoro?!)

Chi è musicista adesso ha già conseguito uno status e si può permettere di demandare e pagare qualcun’altro, è questa di sicuro non è una colpa, ed i novizi cosa possono fare senza locali dove suonare, se non in coverband o similari. La risposta è la rete nel bene o nel male. Nel bene perchè qualcuno ha scoperto di “essere” un musicista postando un proprio video ed innescando un meccanismo causa-effetto senza fine o ha scoperto di “fare” il musicista con milioni di views. Nel male perchè avere accesso a tutto lo scibile musicale senza avere una coscienza ed una guida (anche naturale) all’ascolto può solo creare una cultura del click, dove i primi 10 secondi decidono la sorte di una canzone.

La discografia forse morirà, ma la musica retoricamente e nel buonismo più totale continuerà senza sottostare a nessuna regola, nemmeno quella matematica che le abbiamo creato per comporla e trascriverla.

 
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Moschettiere, giullare o chimico e tecnico farmaceutico?

Un titolo da romanzo per rompere il ghiaccio.
Mi presento: mi chiamo Livio Magnini,sono combattuto e combattente da 39 anni,
e come potrete notare amo il tono del melodramma.
In fin dei conti è proprio la parola la causa di tutto, l’essere fraintesi è una
delle cose più frequenti nell’attuale società, sempre più povera di vocaboli,
e sempre più generatrice di neologismi.
Per questo motivo credo di aver inconsapevolmente scelto la musica per esprimermi. E’ stato amore al primo ascolto,qualsiasi cosa producesse un suono
mi attirava.

La prima vera disciplina è stata la scherma per me. Iniziai all’età di 6 anni, nessun parente con questo strano pallino, nessun amico praticante, solo l’amore per i film di cappa e spada. Vedere Errol Flynn passare dal ponte di una nave ad un’altra con una spada in bocca mentre afferra una cima era un’esperienza totale, una rivelazione. Mi faccio iscrivere dai miei genitori e scopro che è veramente distante da quei film ma me ne innamoro subito. Un fidanzamento lungo 17 anni, mai un litigio, tanta devozione ed amore, tanti dubbi e gelosie e soprattutto tanto allenamento.

Mentre apprendevo la disciplina di uno sport individuale, scoprivo  paradossalmente il senso del gruppo. Il mio gruppo non suonava, viaggiava per il mondo per gareggiare, rappresentando il proprio paese e divertendosi nella scoperta di altre “culture”. La musica era sempre presente, sottolineava tutti i momenti trascorsi e dava un colore a tutti questi accadimenti.
Nel frattempo il liceo arriva ed una formazione scientifica, mi avvicina sempre di più alla chimica ed all’elettronica.

Il mio più grosso vizio è quello di voler unire le mie passioni, il concetto di crossover mi ha sempre influenzato e stimolato. Poter trovare un punto di unione tra le cose che mi appassionano è come risolvere un intricato schema enigmistico, una bella sfida senza la gomma a disposizione.

Il tempo porta consiglio e così, stranamente mi trovo proprio quest’anno ad essere il direttore artistico e testimonial degli Europei di scherma che si terranno dal 15 al 20 Giugno al castello di Legnano. Una bella coincidenza, suona un po’ come uno spot da canale sportivo, ma è il pretesto che mi può aiutare a spiegare il titolo di questo intricato scritto. Senza troppo soffermarsi sugli episodi del mio passato, sono stato un moschettiere al servizio del re (il nostro bel paese) fino al 1996 quando ho dato una violenta sterzata alla mia vita, passando dall’essere uno studente di chimica e tecnologie farmaceutiche ed atleta della nazionale italiana di sciabola,  a musicista di una band decisamente glam nell’aspetto e nei modi fino al 2003.

E allora il chimico e tecnico farmaceutico?
Beh insomma non si può volere tutto dalla vita in più direi che la mia carriera  universitaria sia stata piuttosto breve.
Ciò nonostante mi è rimasto l’interesse per il funzionamento delle cose, per l’acustica, per la tecnologia e per la sua applicazione nella musica e nella multimedialità.

In qualche modo questa mia terza passione mi ha avvicinato alla produzione ed alla scoperta dell’oscuro mondo dell’edizione musicale.
Tirando le fila del discorso ho scoperto che la cosa più divertente, di questa breve e confusa sintesi, è che spesso pensare di seguire e dover scegliere una sola delle mie passioni non ha assopito le altre. Queste trovano sempre il modo di ricavarsi dello spazio ed opporsi non sortisce effetto.

 
Commenti disabilitati Trackback Permalink | 21.05.2012
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