Raccolgo storie e racconto storie, da artigiano

Mi chiamo Ascanio Celestini,
figlio di Gaetano Celestini e Comin Piera.
Mio padre rimetteva a posto i mobili, mobili vecchi o antichi
era nato al Quadraro e da ragazzino l’hanno portato a lavorare sotto padrone
in bottega a San Lorenzo.
Mia madre è di Tor Pignattara, da giovane faceva la parrucchiera
da uno che aveva tagliato i capelli al re d’Italia
e a quel tempo ballava il liscio.
Quando s’è sposata con mio padre ha smesso di ballare.
Quando sono nato io ha smesso di fare la parrucchiera.
Mio nonno paterno faceva il carrettiere a Trastevere.
Con l’incidente è rimasto grande invalido del lavoro,
è andato a lavorare al cinema Iris a Porta Pia.
La mattina faceva le pulizie, pomeriggio e sera faceva la maschera,
la notte faceva il guardiano.
Sua moglie si chiamava Agnese, è nata a Bedero.
Io mi ricordo che si costruiva le scarpe coi guanti vecchi.
Mio nonno materno si chiamava Giovanni e faceva il boscaiolo con Primo Carnera.
Mia nonna materna è nata ad Anguillara Sabazia e si chiamava Marianna.
La sorella, Fenisia, levava le fatture
e lei raccontava storie di streghe.

Qualche anno fa quando mi hanno chiesto di scrivere un curriculum da allegare alla presentazione degli spettacoli, non ho mandato una scheda con la formazione scolastica, la scuola di teatro, i seminari, i convegni seguiti. Forse perché non sono stato un brillante studente di liceo, ho interrotto gli studi universitari prima della laurea, la scuola di teatro che ho frequentato ha chiuso dopo un anno di corso per trasformarsi in un tempio per Sai Baba. Forse perché per tre o quattro anni ho partecipato a seminari che non vale la pena ricordare, un po’ perché la maggior parte di questi non sono durati più di una settimana, un po’ perché non ci crederebbe nessuno che ho fatto teatro-danza e comunque nel mio lavoro credo che non si ritrovi neanche un poco di quel poco che hanno cercato di insegnarmi.

Potrei aggiungere a quelle righe di presentazione che in questi anni ho fatto un po’ di spettacoli scrivendo il testo e pensando a quella che normalmente si chiama interpretazione, regia, scenografia, luci e costumi, ma che per me sono una cosa sola. Che ho scritto un po’ di libri, ho registrato un disco, ho girato un film e negli ultimi anni sono stato anche un po’ in televisione. Poco. Cinque minuti a settimana per un pezzo dell’inverno. Ma che, tutto sommato, il mio lavoro consiste nel raccogliere storie e raccontare storie. In mezzo, tra la prima e la seconda occupazione, c’è quello che succede nella testa del narratore, nella mia testa, cioè in una specie di bottega artigiana. Si, perché credo che il mio lavoro sia quello dell’artigiano. E in questa maniera ritorno alla prima parte della presentazione, a mio padre artigiano.

Credo che il mio lavoro funzioni come il suo. Un artista cerca di scrivere un libro perfetto, di dipingere il miglior quadro del secolo, di eseguire una musica in maniera sublime. L’artigiano no. Costruisce una sedia e poi un’altra e poi un’altra ancora. Non le conta nemmeno. Non pensa di fare la sedia perfetta, la madre di tutte le sedie. Pensa ad approfondire la propria esperienza e a mettersi a disposizione del cliente. Una sedia è il posto dove mettere il sedere. Deve essere comoda, stabile, solida e possibilmente anche leggera e infine bella. Ma è probabile che la bellezza sia una condizione secondaria, se non del tutto inutile. L’artigiano pensa che (o comunque si comporta in questa maniera) la sua opera attraversi tutte le sedie che costruisce nel corso del tempo. Sedie che dimentica perché dalla costruzione di esse accumula esperienza. Il suo lavoro è un flusso nel quale fa scivolare le sedie.

Ma visto che ho già scritto troppo per una paginetta che deve essere letta in fretta e scivolare via nella rete, chiudo con un brevissimo estratto dallo spettacolo PRO PATRIA che da domani, 8 maggio 2012, sarà a Via Rovello, al Piccolo Teatro di Milano.

Quando ero ragazzino partivamo dalla borgata per andare a prendere i mobili della gente ricca. Erano nobili che abitavano al centro di Roma e toccava chiamarli col titolo nobiliare se no manco ti rispondevano.
Una volta siamo andati su per l’ascensore fino a un quarto o quinto piano, mio padre ha bussato alla porta e c’è venuta ad aprire la serva con la crestina e la parannanza, ma non c’ha fatto entrare. Dietro la porta ci stava la padrona aristocratica che s’è informata è arrivato Celestini? Ma che non se lo ricorda che deve passare dalla porta di servizio? Che la porta padronale mio padre la vedeva solo quando la smontava per lucidarla e pure nell’ascensore dei signori ci passava solo per rifarglielo nuovo. L’ascensore nostro era quello di fòrmica dove passano i servi.
La serva si aspettava che ce ne saremmo andati alla porta di servizio e quando saremmo entrati da lì si sarebbe scusata sottovoce con lui, mentre la padrona, se non era troppo stronza, l’avrebbe accolto sorridendo e senza fargli pesare quell’affronto.
Ma quella volta il sor Nino non se l’è sentita di umiliarsi davanti al figlio così m’ha preso per mano e m’ha portato via.
Io l’ho capito che lo faceva per me e gli ho detto che non si doveva preoccupare e che magari la signora marchesa s’era permessa solo perché immaginava che io fossi un ragazzetto di bottega qualunque, che non l’avrebbe mai detta quella cosa se sapeva che ero suo figlio. Così l’umiliazione fu doppia perché mio padre capì che io avevo capito che le infinite altre volte che s’era trovato da solo in quella condizione aveva chinato la testa, chiesto scusa e fatto il giro del pianerottolo per entrare dalla porta dei servi.
Siamo i protagonisti di una farsa, ma fino a quando stiamo da soli ci sembra che la farsa non sia ancora andata in scena, che lo spettacolo vero non è ancora iniziato, che è ancora soltanto una prova. Poi ci giriamo e vediamo che c’è tutta la platea che ci giudica e ride. Allora cerchiamo di rovesciare la farsa in tragedia, ma viene fuori solo una via di mezzo, una cosa che non fa né piagne, né ride’. Vero papà?

 
Commenti (2) Trackback Permalink | 7.05.2012
Condividi:

Ascanio Celestini, autore, attore, cantante e regista teatrale, conduce da domani il faber blog. Grazie a Nino Criscenti

Condividi:

Fare storia sociale, economica e politica con la narrazione d’arte

Il documentario d’arte, ma preferirei dire, in questo caso, la narrazione d’arte, può servire a fare storia, non solo dell’arte, ma proprio storia, sociale, economica, politica.

Prendiamo il David di Michelangelo. Sta nelle Gallerie dell’Accademia, dove ogni giorno vanno a vederlo in migliaia. La ripresa può fare molto per illustrare l’entusiasmo di Vasari quando scrive che “quest’opera ha tolto il grido a tutte le statue moderne ed antiche, o greche o latine, che elle si fussero”. E allora si inquadrano i “contorni di gambe bellissime ed appiccature e sveltezza di fianchi divine” e tutto il David dalla testa ai piedi.

Ma noi sappiamo che la statua sta all’Accademia dal 1873. Prima stava all’aria aperta, in dialogo con la città. Fin dal 1504, quando fu terminata. In piazza della Signoria, all’ingresso di Palazzo Vecchio. E noi lì dobbiamo vederla, come per secoli l’hanno vista i fiorentini, nella sua funzione simbolica, espressamente politica. Palazzo Vecchio è il luogo del potere della città-stato. E nel 1504 il potere è repubblicano; i Medici sono in esilio, dal 1494. Ma è una repubblica fragile quella fiorentina e ha bisogno di un simbolo forte, come quello di David. Eccolo allora sulla porta di Palazzo Vecchio, custode della repubblica contro le insidie dell’oligarchia e dei Medici.

Ma come si spiega che la figura di David piacesse tanto proprio al fondatore della dinastia medicea, Cosimo il Vecchio? Era in casa sua il David bronzeo di Donatello, scolpito negli anni Trenta del Quattrocento, quando a Firenze il giovane vincitore su Golia era già un vessillo libertario. Di questo simbolo Cosimo si è appropriato, forse proprio per allontanare da sé qualunque sospetto di intenzioni tiranniche. Ma, alla cacciata dei Medici, il David passa per confisca dal cortile del palazzo di famiglia al cortile di Palazzo Vecchio, ormai sede di un governo popolare. Intanto un altro David bronzeo ha visto la luce a Firenze, quello del Verrocchio. Poi viene Michelangelo. Un periodo cruciale della storia fiorentina è dunque attraversato da una pagina di storia dell’arte, la storia della figura, in bronzo o in marmo, di David, e non già il David re d’Israele o il salmista, ma il David giovane eroe vittorioso, simbolo della lotta per la libertà.

Se con la narrazione si può tentare la ricostruzione del passato, con l’inchiesta e il reportage si può misurare la conservazione del passato. Si va con Zeri sui luoghi del terremoto in Umbria e Marche, 1997. Sono passati quasi due mesi dalle prime scosse e la terra continua a tremare. Andiamo a vedere che cosa è accaduto al patrimonio, in che stato si trovano chiese, palazzi, abbazie, monasteri. Di Assisi sappiamo, ma quello è un territorio ricchissimo di testimonianze d’arte. Non le punte ma la trama ci interessa. E ci preoccupa.

Nocera Umbra è impraticabile ma almeno il grande polittico di Niccolò Alunno è al sicuro. Montesanto di Sellano è come bombardata: la chiesa, dove Zeri aveva rintracciato negli anni Cinquanta una tavola del Beccafumi, è una montagna di macerie. A Fabriano entriamo a stento nella chiesa di San Nicolò: la tela del Guercino (San Michele abbatte Lucifero) è ancora lì, in un edificio sommerso dai calcinacci. Nella chiesa di S. Maria in Via, a Camerino, è impossibile entrare: sta in piedi grazie a una struttura di tubi che la sostengono da ogni lato. Sappiamo che la volta è in parte crollata, eppure sono rimaste sul posto tutte le opere mobili, comprese due celebri tele di Valentin de Boulogne, San Giovanni Battista e San Girolamo, appese in sagrestia.

Zeri gira intorno alla chiesa in cui non può entrare, e urla tutta la sua indignazione. Ma serve poi a qualcosa un viaggio tra macerie e voragini? La mattina dopo la trasmissione i due Valentin di S. Maria in Via saranno portati al sicuro. Un caso. La conservazione del passato non la fanno i documentari d’arte, la fanno i cittadini. Se lo vogliono. Ma per volerlo serve la consapevolezza, e dunque l’informazione. A questo può servire il documentario d’arte nella sua declinazione di inchiesta, reportage. Non è poco.

 
Commenti (2) Trackback Permalink | 6.05.2012
Condividi:

L’Italia di Quatremère esiste ancora

C’è il paesaggio banalizzato, c’è la veduta storica mercificata, ma ancora resiste in Italia “quella specie di fascino che ci comunicano le cose belle, quella virtù armonica tra tutti gli oggetti delle arti, il cielo che li illumina, e il paese, che serve loro quasi da sfondo”. È Antoine C. Quatremère de Quincy a scrivere queste parole alla fine del Settecento, un francese che aveva capito tutto della forma-Italia ed è riuscito a delinearla come meglio non si potrebbe: “Il vero museo è composto dai luoghi, dai siti, dalle montagne, dalle strade, dalle vie antiche, dai rapporti geografici…”.

Si possono fare documentari d’arte in Italia facendosi guidare da Quatremère alla ricerca delle opere immerse in quello che per lui è “il vero museo”. Prendiamo un pittore del Cinquecento, Lorenzo Lotto, e andiamo nelle Marche dove ha lasciato diverse opere. A Recanati, a Jesi, a Loreto stanno nei musei ma ce ne sono anche nel “vero museo” di Quatremère. Sto salendo dalla valle del Musone, tra querce, viti e ulivi, verso una cittadina tutta in pietra e mattoni, Cingoli.

Da seicento metri ho una veduta sconfinata, dai colli fino al mare. Entro nella chiesa di San Domenico, ormai museo: sul suo altare maggiore sta ancora la grande tela della Madonna del Rosario che Lorenzo Lotto vi collocò nel 1539. Sullo sfondo di un grande roseto su cui si stagliano i quindici grani del rosario, siede la Vergine sul trono col Bambino, attorniata da sei santi; in primo piano un cesto di vimini da cui due angioletti spargono a piene mani petali di rose come fossero coriandoli. Mi accompagna la vista dei Monti Sibillini quando vado a Mogliano, un paese color del miele in una corona verde di ulivi. Sopra l’altare maggiore della chiesa di Santa Maria di Piazza trovo la Vergine in gloria con Santi che Lorenzo Lotto licenziò nell’estate del 1548. Guarda l’Adriatico Monte San Giusto, dove arrivo per andare a vedere un’opera capitale del Rinascimento, la Crocifissione che Lorenzo Lotto completa verso il 1534. Da allora sta nella chiesa di Santa Maria della Pietà in Telusiano.

Entro e sono investito dalla dimensione della pala, oltre quattro metri d’altezza per due e mezzo di largo, si direbbe più grande della chiesa che la ospita. Poi è la cornice architettonica che mi attira, è quella originale ed è stata disegnata dal pittore stesso. Una rappresentazione drammatica e tumultuosa: in alto, contro un cielo livido, le tre croci, attorno a cui si accalcano soldati, cavalieri, lance e stendardi; in basso la scena delle dolenti con la Vergine in deliquio al centro.
Ma chi è quel prelato in ginocchio, che si vede alla sinistra del dipinto? È l’uomo che lo ha voluto e che ha ristrutturato la chiesa per poterlo ospitare, nel senso che l’ha ingrandita per farlo entrare. Si chiamava Niccolò Bonafede, condottiero e vescovo. Ma per capire chi era devo andare a vedere il palazzo che si fece costruire.

Grande facciata in laterizio, un bel portale, finestre a croce chiaramente riprese da Palazzo Venezia, un cortile porticato. Un palazzo rinascimentale da grande città, che Niccolò elesse a sede di una sua corte. Potente e mecenate, il vescovo Bonafede. Ecco come un grande quadro arriva in un piccolo centro del Maceratese. L’Italia di Quatremère esiste ancora, e si può trovare anche nel distretto della calzatura.

 
Commento (1) Trackback Permalink | 5.05.2012
Condividi:

Capannoni, villette e l’arte assediata (che fine ha fatto il paesaggio?)

C’è anche l’arte assediata. Appena fuori Busseto trovo villa Pallavicino, che oggi ospita memorie e studi verdiani. Ci passò un giorno Carlo V e gli piacque a tal punto da farsi dare i disegni della pianta. È una scacchiera, con un corpo centrale e quattro laterali, pieni e vuoti con un fine dichiarato: tenere la villa, su tutti e quattro i lati, in dialogo col paesaggio, con le lontananze della Bassa padana. Mi affaccio e ho solo vicinanze. Villa Pallavicino è letteralmente circondata da capannoni e palazzine, appena al di là della peschiera.

A chi si deve l’assedio? “Alla fame”, mi rispose il sindaco di Busseto del dopoguerra. Nei primi anni Cinquanta il comune comprò la villa per quattro soldi e offrì il terreno del parco a chi voleva aprire una piccola fabbrica, un laboratorio. L’importante era dare lavoro. Vennero i capannoni e a ruota seguirono le palazzine. Villa Pallavicino è intatta ma non respira più. A Busseto oggi cercano di correre ai ripari schermando l’intrusione con una cortina di pioppi. Una piccola storia rispetto agli scempi perpetrati in tutta Italia, ma una vera lezione: paesaggio e patrimonio storico e artistico vanno visti insieme, vanno tenuti insieme, proprio come recita la nostra Costituzione. E invece siamo assediati dalle scissioni.

Ci hanno provato a Mantova pochi anni fa: non tocco nulla del centro storico, solo che dall’altra parte del lago, ma proprio in asse col Palazzo Ducale, costruisco un bel centro residenziale. Non va bene. Il nostro è un Paese fatto a mano, un Paese fatto di rapporti, rapporti tra l’opera d’arte e il luogo in cui si trova, rapporti tra gli edifici, rapporti tra il costruito e il territorio. Allora vado a documentare questi rapporti e le aggressioni che la forma–Italia ha già subito e ancora oggi subisce. Metto la camera davanti a uno dei tanti paesi storici italiani adagiati su una collina: è compatto nella struttura, nella materia, nel colore, il costruito non si espande in ogni direzione, ha una sua consistenza, una linea e una fine, un termine, e il suo rapporto con la campagna è visibile.
Se invece porto la camera fuori città, inquadro un costruito che non ha carattere e non ha limite, è una striscia continua di sobborghi, capannoni, villette, centri commerciali. Ecco un’altra storia per chi si interessa al documentario d’arte: il paesaggio che non c’è.

Condividi:

Opere d’arte in pericolo, opere d’arte inaccessibili

C’è l’arte sradicata e c’è l’arte nascosta, segregata, inaccessibile. A Orvieto, la chiesa di Sant’Agostino, di recente diventata museo, ospita un intero ciclo scultoreo di primo Seicento: gli Apostoli (tra gli autori Franqueville, Scalza, Giambologna) più la celebre Annunciazione di Francesco Mochi. Oggi quelle quattordici monumentali statue sono sradicate, ma per decenni sono state invisibili. Scolpite per il Duomo, erano sul posto ancora a metà Ottocento, addossate ai pilastri e con l’Annunciazione ai lati del presbiterio, come testimoniano antiche fotografie, ma il purismo impose di espellerle dalla chiesa gotica.
Quando le ho viste nel ’96 erano segregate nel cantinone del Duomo, recluse in celle di legno da cui gli apostoli tendevano le braccia. Ero con Federico Zeri e Patrizia Zambrano, alla prima tappa di un viaggio pietoso alla ricerca dell’arte negata. Facemmo schiodare le tavole che imprigionavano l’Annunciante e l’Annunciata e riprendemmo quella provvisoria liberazione. Zeri non si trattenne dalle imprecazioni.

A Faenza trovammo l’intero museo civico chiuso, sbarrato da anni e anni per un trasloco che veniva continuamente rinviato. Tutte le opere erano al loro posto, le grandi pale d’altare alle pareti, le sculture ricoperte da teli bianchi. Ne sollevammo uno e ci trovammo di fronte al San Girolamo penitente di Donatello. A Torino, invece, Palazzo Madama era stato svuotato per lavori di messa a norma che dovevano durare circa due anni e ne durarono una quindicina. Lì fu la volta dei container: quadri, sculture, arredi e oggetti accorpati e messi sotto chiave in tre ambienti esclusi dalla ristrutturazione. Ma per riprendere il Ritratto d’uomo di Antonello da Messina dovemmo andare nel caveau di una banca. A Firenze, nel soffittone di Palazzo Pitti, scoprimmo una pinacoteca con migliaia di quadri ben custoditi in sicure rastrelliere, che facevamo scorrere per scoprire che cosa contenevano. Zeri scelse di parlare davanti a una grande Natura morta di Cristoforo Munari.

Mochi, Donatello, Antonello, grandi opere, tutte di proprietà pubblica, rese invisibili da una cattiva gestione del patrimonio. Un’inchiesta. Ma il documentario d’arte non può guardare solo alle opere senza chiedersi in che stato si trovano. Se vai a filmare gli affreschi della Villa dei Misteri, puoi ignorare come è ridotta Pompei? Quante case sono in pericolo e quante inaccessibili?

 

 

Condividi:

La Madonna col Bambino di Monticchiello (o come raccontare l’arte che non c’è)

A cosa serve un documentario d’arte? Nei primi anni Cinquanta Cesare Brandi va in Valdorcia e si reca a vedere una Madonna col Bambino di Pietro Lorenzetti nella chiesa di Monticchiello, “un paesino povero come un osso di seppia”. Di quella Madonna oggi nella chiesa c’è solo una fotografia, per vedere la tavola devo andare al Museo Diocesano di Pienza, e Monticchiello non è più un osso di seppia. Il borgo murato è intatto ma ai suoi piedi ormai c’è quel grumo di case in finto rustico toscano che Asor Rosa sei anni fa battezzò ecomostro.

Che faccio? Inquadro il paese con le sue belle torri e taglio l’ingombrante villaggio alla base della collina? Neanche al viaggiatore più distratto sfuggirebbe l’ecomostro, da qualunque parte arrivi. La veduta di Monticchiello ormai è quella. Sono qui per la tavola che affascinò Brandi per “la sfida d’affetto” tra la Madonna dagli “occhi umidi e neri” e il Bambino dalla “criniera di riccioli biondi”. Vado a vederla a Pienza dove è stata ricoverata dopo due furti. In quel bel Museo sta bene ed è protetta, ma è comunque un’opera sradicata.

E allora torno al suo contesto, alla chiesa di Monticchiello. Quando la tavola arrivò nel primo Trecento, la facciata era quella che vedo ancora oggi, severa nei suoi conci di pietra tufacea e impreziosita da un bel portale e un rosone a dodici archetti. Quando entro la scena cambia, l’interno è quello che ci ha lasciato un intervento settecentesco: c’erano sei finestre e avevano i vetri figurati, ne sono rimaste due; colonne in finto marmo hanno preso il posto dei pilastri medievali; una volta a botte nasconde il tetto a capriate dipinte che tutti i ragazzi del paese hanno visto perché salire al di sopra della volta è quasi un rito d’iniziazione; su tutte le pareti lacerti di affreschi del Trecento senese ritrovati negli anni Trenta e tali da far rimpiangere la perdita. Non era già più nel suo contesto originale la tavola di Lorenzetti quando ci venne Cesare Brandi, ma continuava a vivere nel suo rapporto con la comunità.

A cosa serve, dunque, un documentario d’arte? Può servire a raccontare l’arte che non c’è, a fare storia, memoria, a mettere in luce il contesto che dà a ogni opera il suo senso compiuto e, forse, la rende anche più bella.

Condividi:

Occultare o mostrare? (Sul raccontare scioperi e quadri)

Quando sono davanti a un’opera d’arte dove metto la camera, che cosa inquadro e come la inquadro? Sul ponteggio del restauro nella Sistina, di cui ho scritto ieri, non avevo questo problema, perché non inquadravo gli affreschi ma l’azione sugli affreschi, la stesura del solvente, l’applicazione e la rimozione della carta giapponese, in fondo continuavo a fare il mio lavoro di reporter, raccontavo che cosa accadeva nel cantiere. Ma se devo riprendere Michelangelo che faccio? La prima cosa che ho lentamente imparato è che l’opera d’arte è terribilmente fotogenica, più la inquadri più è bella, i primissimi piani degli Ignudi sistini sono sconvolgenti come i putti dei troni e i passaggi di colore nelle vesti dei Veggenti. Se vai nei dettagli di una tavola quattrocentesca trovi dei mondi, vedi che il corteo dei magi di quinta, in campo medio, si svolge in un paesaggio minutamente descritto nelle rocce, nel prato, nei rami degli alberi, nelle foglie contornate da un controluce dorato; e sul fondo del corteo c’è una città turrita, affacciata sul mare, con il porto e le barche dalle vele ben delineate.

In questa immensità ti perdi, e allora è meglio resistere, non abusare ma usare l’occhio fotografico per mostrare quello che sfugge all’occhio umano, in quanto così si aiuta a capire l’opera. Restituire la bellezza di un quadro badando all’essenziale. Un esempio: vado in un piccolo museo di un paese sulla strada tra Firenze e Prato, San Donnino, il paese noto per contare più cinesi che toscani. Un piccolo museo, di quelli che vanno salvati anche se hanno un numero irrisorio di visitatori perché, con il paesaggio e i centri storici, fanno il tessuto connettivo del nostro patrimonio. Tra le opere conservate nel museo d’arte sacra di San Donnino c‘è un’Annunciazione su tavola di primo Quattrocento con un particolare che segna l’opera e rivela il suo autore: il pavimento della stanza in cui è ambientata la scena sacra, un pavimento che evoca la maiolica portoghese, l’azulejo. Un dettaglio “fotogenico”, non c’è dubbio, ma lo valorizzo non tanto per la sua bellezza quanto perché mi parla del pittore, Alvaro Pirez, un portoghese attivo tra Prato, Pisa e Firenze, che con quel pavimento confessa la nostalgia per il suo paese.

Racconto un quadro mentre una volta raccontavo uno sciopero, più comodo ma altrettanto impegnativo. Così, da documentarista d’arte, non faccio che continuare nel mestiere d’informare: si tratta sempre di dare al pubblico gli elementi che gli permettono di decifrare una storia. Vado al Bargello per filmare il secondo David di Donatello, quello in bronzo, nudo pressoché integrale, solo un copricapo, un elmo circondato da una corona d’alloro, e alti calzari istoriati. Nella mano sinistra il sasso con cui ha abbattuto il gigante, nella destra la spada con cui lo ha decollato, tra i piedi la testa di Golia e attorno, a far da base, la corona della vittoria. Riprendo la figura intera e nei dettagli. Ma come? Quella scultura Donatello l’aveva posta, in casa Medici, su un basamento alto tre metri perché fosse vista dal basso. Ma al Bargello sta su un basso piedistallo, quindi, per inquadrarla, non ho che una posizione frontale. Allora entro a Santa Trinita dove nel transetto di destra trovo un affresco del Ghirlandaio con David vittorioso in cima a un’altissima colonna, così posso dare un’idea di una visione in abisso.

Vado a Piacenza, nel Duomo. Sono attirato dalla potenza dei pilastri cilindrici. Poi scopro, incassate su alcuni dei ventisei pilastri, delle formelle, dei riquadri a bassorilievo: qui due donne che tagliano una pezza di stoffa, lì un uomo impegnato al tornio con una ruota, su un altro pilastro un calzolaio nella sua bottega dove fanno bella mostra scarpe già pronte, su un altro ancora un panettiere che sta per infornare i pani. Scene di lavoro dentro una cattedrale, un unicum in assoluto, e risalgono al 1150 circa. E tutta la chiesa è un museo di scultura romanica. Solo che è interamente avvolta, anzi stravolta da una decorazione di fine Ottocento che aveva lasciato di sasso i poveri fedeli che vi entrarono dopo anni di impietosi interventi. E allora? che si fa? si occultano o si mostrano? Qui il problema non è come inquadro ma se inquadro. Un bell’interrogativo, che purtroppo non riguarda solo Piacenza.

Condividi:

“Restauro alla giapponese” alla Sistina… Così ho cominciato

La prima volta che ho fatto un documentario d’arte è stato nel 1984. Erano anni che lavoravo da giornalista in Rai, dal ’66, e mi ero occupato di tutto – di fabbrica, di scuola, di disoccupazione giovanile, di ambiente – ma di arte mai. Mi ero formato nella redazione di TV7, dove si imparava a fare inchiesta e a raccontare una storia. I miei modelli erano Enzo Biagi e Sergio Zavoli con la loro capacità di ricostruzione dei fatti, l’autonomia professionale, il giornalismo vissuto al servizio del pubblico.
In quel 1984, da responsabile del settimanale del TG1, Tam Tam, in onda in prima serata ogni venerdì, avevo a che fare con un’attualità che non era meno calda di quella di oggi, crisi economica, instabilità politica, mafia, terrorismo, tensioni internazionali. Non mi era sfuggita però una notizia: nella Sistina continuava “il restauro giapponese” delle lunette di Michelangelo con risultati sorprendenti. Allora si parlava correntemente di “restauro giapponese” e ancora oggi non è impossibile risentire questa espressione. Io sapevo che il restauro era italiano e di giapponese nell’impresa c’era la ripresa televisiva, sapevo che ogni giorno i restauratori salivano sul ponteggio seguiti da una troupe nipponica e attaccavano a lavorare una volta battuto il ciak, sapevo che in questo modo la NTV, un canale privato, documentava tutto il restauro e finiva col finanziare l’opera col pagamento dei diritti di ripresa in cambio di un’esclusiva mondiale.

Lo sapevo e mi chiedevo perché non l’avesse fatto la Rai quel lavoro che alla NTV avrebbe fruttato non poco con l’esclusiva su tutte le immagini del Michelangelo restaurato, televisive, fotografiche e cinematografiche. E mi chiedevo anche come veniva svolto quel restauro, e in che cosa consistevano i risultati sorprendenti di cui genericamente si parlava. Non si sapeva praticamente nulla, non si era visto niente in televisione, eppure a pochi passi da via Teulada, dove allora lavoravo, si mettevano le mani su Michelangelo. Mi sembrava il caso di andare a vedere. E così feci il mio primo documentario d’arte. O meglio feci un lavoro d’informazione che diventò anche un documentario d’arte, e dirò poi perché.

Non fu facile superare l’esclusiva giapponese. Ci riuscii invocando il diritto di cronaca: il restauro della Sistina è un fatto, non si può impedire di informare su un fatto di interesse generale. Mi dissero di sì, ponendomi una condizione: nessuna ripresa sulla parete a nudo, potevo solo filmare il lavoro, e le immagini degli affreschi già restaurati avrei dovuto acquistarli dalla NTV. Una condizione che non mi pesò, che usai come risorsa narrativa. In fondo il cantiere del restauro era questo: le lunette di Michelangelo sul fondo della scena, i restauratori a ridosso della parete, i giapponesi dietro di loro. E io un passo dietro ai giapponesi.

Stavamo stretti su quel ponteggio, profondo forse non più di due metri. Avevo chiesto di poter seguire le fasi salienti della pulitura di una figura delle lunette su cui Michelangelo, come è noto, ha dipinto gli antenati di Cristo, creando un campionario umano di straordinaria immediatezza, quasi delle istantanee di vita quotidiana, dal vecchio col bastone alla ragazza che si pettina alla mamma col bambino in braccio. Una pittura fatta di getto, senza cartoni, ogni lunetta in soli tre giorni. Io assistevo alla magia della riscoperta del colore ma volevo capire se si pagava un prezzo, e di quale entità, con una Sistina che passava alla luce dalle tenebre che erano state studiate e celebrate, volevo sapere se si stava perdendo qualcosa di Michelangelo.

Gianluigi Colalucci, che eseguiva direttamente il restauro, mi aveva colpito per la tranquillità con cui operava. Sapevo che veniva da una grande scuola, quella dell’Istituto centrale del restauro dei tempi di Cesare Brandi e di Giovanni Urbani. Gli chiedevo dei solventi chimici, dei tempi di applicazione, degli effetti che potevano avere nel tempo. Come si fa a esser sicuri che si toglie via solo lo sporco e non anche una velatura? Volevo sapere delle indagini fisiche e chimiche, andai in laboratorio e al responsabile, Nazzareno Gabrielli, chiesi di farmi conoscere le procedure adottate e i risultati delle analisi. Così mi ero avvicinato alla materia dell’opera, e allora il restauro diventava il tramite per raccontare come Michelangelo aveva dipinto a buon fresco le lunette. A Colalucci chiedevo ora di mostrarmi i segni di divisione delle giornate di lavoro, le tracce del pennello di Michelangelo, gli accostamenti cromatici.

Era il 1984. Oggi non vale la pena parlare di restauri, se ne fanno troppi, tutti accompagnati da un gran clamore mediatico. Pochi sono quelli indispensabili, molti inutili, alcuni addirittura dannosi. Su questo sarebbe bello accendere le telecamere.

 
Commento (1) Trackback Permalink | 30.04.2012
Condividi:

Da lunedì a condurre il Faber blog sarà Nino Criscenti, documentarista d’arte. Grazie a Dianora Bardi

Condividi: