In ricordo di un amico

Com’è difficile scrivere in questi giorni del mio lavoro, nel momento in cui ho perso un amico col quale ho condiviso il mio lavoro, per quindici anni essenziali: Giuseppe Bertolucci. Nel ricordarlo vorrei essere uno trai tanti che ne parlano con affetto e gratitudine: colleghi, amici, conoscenti, uomini e donne. Una di loro mi ha detto che più di tutto le mancherà la sua voce, quella cadenza lenta che sapeva ancora di aristocrazia culturale e di campagna, e che Roma non aveva cambiato; una voce che sentivi arrotata nell’ironia, nel disincanto, nelle esperienza vissute, certo anche nelle delusioni patite, ma ancora così piena di dolcezza.
Giuseppe era pieno di talenti preziosi: un poeta di valore, un regista di cinema e di teatro di prima classe, un intellettuale che aveva una conoscenza personale e profonda della cultura occidentale. Un artista che sapeva parlare con le parole e con le immagini. Oltre a tutto questo possedeva una virtù particolarmente rara e preziosa: era un uomo dotato di una profonda e naturale generosità. Tanto da caricarsi sulle spalle, per la maggior parte degli anni senza nessun riconoscimento economico, l’ingrato fardello di un’istituzione culturale di provincia, per trasformarla in un progetto di dimensioni internazionali, e lasciarla, già molto malato, al compimento dell’agognata trasformazione in Fondazione.
Gli anni nei quali la Cineteca si è sviluppata sono stati gli stessi nei quali il paese è affondato, dilapidando idee, progetti, dismettendo e irridendo uno straordinario patrimonio culturale. Non casualmente, penso, un uomo come Giuseppe, pur avendone tutta l’autorevolezza, non è mai stato invitato a sedere nel consiglio d’Amministrazione di quella che dovrebbe essere la maggiore impresa culturale del paese, la RAI.
Naturalmente schivo era però un intellettuale ed un artista combattente, molto esigente, indisponibile ai patteggiamenti, agli scambi, aveva invece chiaro quello che era il suo primo dovere civile, quello di concorre allo sviluppo culturale della società nella quale viveva. In questa sfida era sempre pronto a mettersi totalmente in gioco, con curiosità e amore per le voci libere e lontane dai modelli culturali vincenti, a partire da quella di Pier Paolo Pasolini, che chiamava ‘l’uomo che sapeva troppo’.
Giuseppe ci lascia una grande eredità, molti scritti, alcuni film molto belli, il progetto di una Cineteca, una lezione morale importante e da seguire in un paese che vorremmo migliore.

 
Commenti disabilitati Trackback Permalink | 19.06.2012
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