Un anarchico col trattino in mezzo, forse

Questo è il mio settimo e ultimo intervento nel blog del Sole 24 Ore. Ho scritto sempre alla fine della giornata. Dopo lo spettacolo. Dopo essere tornato dal teatro. Dopo mezzanotte, alle volte. Quasi sempre verso le due o le tre e anche le quattro.
Ho parlato della carbonara, di come cucinare è una forma di oralità che non tende alla perfezione della produzione artistica, ma si immagina come parte di un flusso.
Ho parlato del suicidio in carcere e di come un suicidio con una bustina della farmacia tentato da un boss mafioso si prenda le prime pagine dei giornali, mentre chi s’ammazza davvero nelle galere non finisce nemmeno tra gli annunci mortuari.
Ho detto qualcosa su quello che qualcuno chiama teatro civile, una definizione che è ormai entrata nel vocabolario retorico di questi anni.
Ho ricordato l’articolo di Alessio Lega sul 25 aprile, il suo bisogno di “canzoni necessarie” come parte di una “una storia ben lungi dall’essere finita”. Una necessità di rimettere insieme i pezzi. Un’arte quotidiana che ci ricolloca in maniera sensata.

Ma ho parlato anche del mio spettacolo Pro Patria, che in questi giorni è in scena al Piccolo di Milano nel quale si parla di un Risorgimento che è stata una storia di galera e lotta armata. Non era una provocazione. E non era provocatorio nemmeno quando scrivevo “Non penso che in questo paese qualcuno dedicherà un vicolo a Renato Curcio” perché davvero credo che sia inutile e anche pericoloso archiviare quel decennio sotto la voce anni di piombo perché poi il piombo ritorna. Leggendo la rivendicazione della gambizzazione di Roberto Adinolfi è difficile non pensare che una lettura approfondita di quegli anni sarebbe stata indispensabile già da molto tempo. A leggere in quel comunicato frasi come “Pur non amando la retorica violentista con una certa gradevolezza abbiamo armato le nostre mani, con piacere abbiamo riempito il caricatore” viene da pensare a Moretti che quaranta anni prima diceva a Curcio (almeno così ci viene raccontata da un’inchiesta parlamentare) “siamo così carichi di odio che le nostre pistole sparano da sole”. Ci si chiede se la Federazione Anarchica Informale non voglia essere, al pari delle BR, alla guida di una massa che (dal suo punto di vista) potrebbe essere già pronta alla rivolta e che presto diventerà un “popolo in armi contro ogni forma di oppressione statale, politica, economica”. Ma cosa c’entra questo con l’anarchia? Le Brigate Rosse erano un partito armato e come tale puntavano ad essere avanguardia e guida di un movimento. Ma l’anarchico è tale proprio perché non considera serio il concetto di rappresentanza. L’individuo anarchico non accetta di rappresentare, né di essere rappresentato. La formulazione e l’esecuzione di una condanna è propria della logica più statalista che gli ultimi due secoli passati siano riusciti ad immaginare. La logica dei gulag sovietici come della sedia elettrica americana, della condanna a morte di Roberto Peci come dell’uccisione di Walter Alasia e della strage di via Fracchia. E sempre nell’ottica marxista di una storia che deve procedere in maniera lineare verso una società senza classi (e dunque spostando sulla terra quel paradiso che i cattolici immaginano in un tempo ultraterreno), anche questi che rivendicano la gambizzazione di Adinolfi dichiarano che il loro “sogno è quello di un umanità libera da ogni forma di schiavitù, che cresca in armonia con la natura”. Chi lo sa…  forse anche io sono uno di quegli anarch-isti (così definiscono gli anarchici che non sparano) “che solo nella teoria e nel presenzialismo ad assemblee e manifestazioni trova la sua realizzazione”. Sarò forse un anarchico col trattino in mezzo, ma nel nichilismo futurista di chi sostiene che “impugnando una stupida pistola abbiamo fatto solo un passo in più per uscire dall’alienazione del «non è ancora il momento…»” ci vedo un’ansia di potere che non ha nulla di differente rispetto a quello di una guardia che, stressata dal nonnismo di caserma e dal sudore per una divisa blindata, scende dal cellulare e spacca la testa al primo manifestante.

Sono anarchico? Con o senza trattino? Non lo so. Ma ritengo che un anarchico debba pensare che ognuno è libero di liberarsi nella maniera che ritiene più opportuna. Che ognuno è libero anche di non liberarsi affatto. Che lo stato non va abbattuto, come pensavano i rivoluzionari comunisti nel Novecento (secolo nel quale, forse, quella rivoluzione aveva ancora un senso), ma che va semplicemente ignorato, disconosciuto. Che l’anarchico non ha bisogno di regole imposte, non perché sia contro gli altri, ma perché è contro le regole e l’imposizione. Perché non ha bisogno di leggi da rispettare per essere rispettoso dell’altro. Perché non ha bisogno né di un codice penale, né del quinto comandamento per astenersi dall’uccidere. “Impugnare una pistola, scegliere e seguire l’obiettivo, coordinare mente e mano sono stati un passaggio obbligato, la logica conseguenza di un’idea di giustizia” dicono. Ma è così? Un anarchico non pensa di essere un uomo giusto che in nome di una giustizia qualsiasi diventa giudice. Un anarchico non accetta che qualcuno vesta la toga e giudichi qualcun altro in nome di una legge superiore, quando il rapporto di egemonia-subalternità è comunque tutto a sfavore dell’imputato, in quanto non viene giudicato per ciò che è, ma per ciò che ha fatto.
Chi impugna la pistola pensando che quel “piombo nelle gambe” sia “un piccolo frammento di giustizia” esercita lo stesso potere che apparentemente dice di odiare. Invece di opporsi alla violenza dello stato, delle multinazionali, del sistema finanziario, del mercato… ne contesta il monopolio alla ricerca di una liberalizzazione della violenza.

Insomma, mi pareva utile approfondire questo argomento che ha attraversato, almeno in parte, i diversi momenti di questo blog nell’ultima settimana. Anche perché la relazione tra chi ha il potere e chi non ce l’ha è uno dei temi che attraversano anche il mio lavoro da quindici anni.

Ma non perché i detenuti o gli operai, i rinchiusi nel manicomio o i contadini, i lavoratori precari o gli internati nei campi di sterminio siano più interessanti di chi li sfrutta e li uccide. Bensì perché l’essere umano somiglia più alle vittime che non ai carnefici. Nella vittima c’è un’umanità che è fatta di debolezza e ironia. L’ironia di chi vede l’incorreggibile incongruenza della vita e l’impossibilità di ridurla ad un qualsiasi tipo di ordine. La debolezza di chi non usa la forza perché la considera effimera e patetica.

È in questa debolezza che ho cercato di indagare sia per costruire storie che per cercare un punto di vista. Accorgendomi che chi non ha il potere non è per forza sprovvisto di tutto. Può non essere potente, ma essere comunque molte altre cose. In un’intervista ad una contadina ho registrato un racconto sulla guerra che iniziava con la frase “nel nostro cortile c’era anche la villa del padrone”, come se la villa fosse nel cortile della casa dei contadini. Mentre in realtà era il contrario. Era la loro casa che stava nel cortile della villa padronale, ma dal suo punto di vista la dimora del padrone era un oggetto lontano e molto più piccolo della sua piccola casa. Annamaria, così si chiama, gestiva un punto di vista, una visione sul mondo. Non aveva bisogno né di conquistare, né di abbattere la casa del padrone. Semplicemente ne ignorava l’importanza e non ne legittimava l’egemonia. Lo statuto del circolo “Gianni Bosio” che da anni si occupa di ricerca antropologica, ma anche di produzione culturale in relazione diretta con l’aambiente che evocava Lega nell’articolo citato nel mio terzo intervento, tra le prime righe della premessa si pone come obiettivo (in continuità con un lavoro iniziato più di quaranta anni fa) “la conoscenza critica e la presenza alternativa della cultura, della memoria e dell’espressività orale e musicale delle classi non egemoni”. NON EGEMONIA dovrebbe essere un obiettivo non solo dell’anarchico, ma di qualsiasi persona intelligente e adulta perché non è accettabile che sia tanto facile diventare così coglioni da non riuscire più a capire che non ci sono poteri buoni.

 
Commenti (7) Trackback Permalink | 13.05.2012
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7 risposte a Un anarchico col trattino in mezzo, forse

 
Commenti
 
  1. marco scrive:

    Ma Gaetano Bresci?

  2. Martina scrive:

    Gaetano Bresci ha “ucciso il re, un principio, non Umberto” e l’ha fatto come individuo senza imbarazzanti lezioni ad altri compagni, senza farsi portavoce di nessuno.

  3. Ninni scrive:

    sei UN GRANDE! Davvero!

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  6. Benedetta Vanna scrive:

    Ti seguo ovunque, ma solo adesso mi sono accorta che gli articoli sul tuo sito rimandano a questo blog, ho letto tutto, non solo cose tue…è bello. Non so perché scrivo, forse perché sabato sera sono venuta a vederti a teatro e sapevo che dopo lo spettacolo il mio ragazzo mi avrebbe lasciata, lo sapevo, eppure a teatro ci sono venuta lo stesso e per quelle due ore ci sei stato solo tu, con uno spettacolo che mi ha fatto ridere, piangere, volare, riflettere, arrabbiarmi e spaventare – per quelle due ore ho goduto della tua arte, non ho avuto paura di niente, e anche se dopo è stato come ricevere una coltellata, anche se da sabato sera sto male, malissimo, per quelle due ore io ho dimenticato tutto il resto ed è solo merito tuo, che sei uno dei personaggi migliori di questi tempi, di questo paese. Grazie di tutto, dalla ‘ragazzina’ in bicicletta che ogni volta che ti vede si emoziona, grazie.

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