Raccolgo storie e racconto storie, da artigiano

Mi chiamo Ascanio Celestini,
figlio di Gaetano Celestini e Comin Piera.
Mio padre rimetteva a posto i mobili, mobili vecchi o antichi
era nato al Quadraro e da ragazzino l’hanno portato a lavorare sotto padrone
in bottega a San Lorenzo.
Mia madre è di Tor Pignattara, da giovane faceva la parrucchiera
da uno che aveva tagliato i capelli al re d’Italia
e a quel tempo ballava il liscio.
Quando s’è sposata con mio padre ha smesso di ballare.
Quando sono nato io ha smesso di fare la parrucchiera.
Mio nonno paterno faceva il carrettiere a Trastevere.
Con l’incidente è rimasto grande invalido del lavoro,
è andato a lavorare al cinema Iris a Porta Pia.
La mattina faceva le pulizie, pomeriggio e sera faceva la maschera,
la notte faceva il guardiano.
Sua moglie si chiamava Agnese, è nata a Bedero.
Io mi ricordo che si costruiva le scarpe coi guanti vecchi.
Mio nonno materno si chiamava Giovanni e faceva il boscaiolo con Primo Carnera.
Mia nonna materna è nata ad Anguillara Sabazia e si chiamava Marianna.
La sorella, Fenisia, levava le fatture
e lei raccontava storie di streghe.

Qualche anno fa quando mi hanno chiesto di scrivere un curriculum da allegare alla presentazione degli spettacoli, non ho mandato una scheda con la formazione scolastica, la scuola di teatro, i seminari, i convegni seguiti. Forse perché non sono stato un brillante studente di liceo, ho interrotto gli studi universitari prima della laurea, la scuola di teatro che ho frequentato ha chiuso dopo un anno di corso per trasformarsi in un tempio per Sai Baba. Forse perché per tre o quattro anni ho partecipato a seminari che non vale la pena ricordare, un po’ perché la maggior parte di questi non sono durati più di una settimana, un po’ perché non ci crederebbe nessuno che ho fatto teatro-danza e comunque nel mio lavoro credo che non si ritrovi neanche un poco di quel poco che hanno cercato di insegnarmi.

Potrei aggiungere a quelle righe di presentazione che in questi anni ho fatto un po’ di spettacoli scrivendo il testo e pensando a quella che normalmente si chiama interpretazione, regia, scenografia, luci e costumi, ma che per me sono una cosa sola. Che ho scritto un po’ di libri, ho registrato un disco, ho girato un film e negli ultimi anni sono stato anche un po’ in televisione. Poco. Cinque minuti a settimana per un pezzo dell’inverno. Ma che, tutto sommato, il mio lavoro consiste nel raccogliere storie e raccontare storie. In mezzo, tra la prima e la seconda occupazione, c’è quello che succede nella testa del narratore, nella mia testa, cioè in una specie di bottega artigiana. Si, perché credo che il mio lavoro sia quello dell’artigiano. E in questa maniera ritorno alla prima parte della presentazione, a mio padre artigiano.

Credo che il mio lavoro funzioni come il suo. Un artista cerca di scrivere un libro perfetto, di dipingere il miglior quadro del secolo, di eseguire una musica in maniera sublime. L’artigiano no. Costruisce una sedia e poi un’altra e poi un’altra ancora. Non le conta nemmeno. Non pensa di fare la sedia perfetta, la madre di tutte le sedie. Pensa ad approfondire la propria esperienza e a mettersi a disposizione del cliente. Una sedia è il posto dove mettere il sedere. Deve essere comoda, stabile, solida e possibilmente anche leggera e infine bella. Ma è probabile che la bellezza sia una condizione secondaria, se non del tutto inutile. L’artigiano pensa che (o comunque si comporta in questa maniera) la sua opera attraversi tutte le sedie che costruisce nel corso del tempo. Sedie che dimentica perché dalla costruzione di esse accumula esperienza. Il suo lavoro è un flusso nel quale fa scivolare le sedie.

Ma visto che ho già scritto troppo per una paginetta che deve essere letta in fretta e scivolare via nella rete, chiudo con un brevissimo estratto dallo spettacolo PRO PATRIA che da domani, 8 maggio 2012, sarà a Via Rovello, al Piccolo Teatro di Milano.

Quando ero ragazzino partivamo dalla borgata per andare a prendere i mobili della gente ricca. Erano nobili che abitavano al centro di Roma e toccava chiamarli col titolo nobiliare se no manco ti rispondevano.
Una volta siamo andati su per l’ascensore fino a un quarto o quinto piano, mio padre ha bussato alla porta e c’è venuta ad aprire la serva con la crestina e la parannanza, ma non c’ha fatto entrare. Dietro la porta ci stava la padrona aristocratica che s’è informata è arrivato Celestini? Ma che non se lo ricorda che deve passare dalla porta di servizio? Che la porta padronale mio padre la vedeva solo quando la smontava per lucidarla e pure nell’ascensore dei signori ci passava solo per rifarglielo nuovo. L’ascensore nostro era quello di fòrmica dove passano i servi.
La serva si aspettava che ce ne saremmo andati alla porta di servizio e quando saremmo entrati da lì si sarebbe scusata sottovoce con lui, mentre la padrona, se non era troppo stronza, l’avrebbe accolto sorridendo e senza fargli pesare quell’affronto.
Ma quella volta il sor Nino non se l’è sentita di umiliarsi davanti al figlio così m’ha preso per mano e m’ha portato via.
Io l’ho capito che lo faceva per me e gli ho detto che non si doveva preoccupare e che magari la signora marchesa s’era permessa solo perché immaginava che io fossi un ragazzetto di bottega qualunque, che non l’avrebbe mai detta quella cosa se sapeva che ero suo figlio. Così l’umiliazione fu doppia perché mio padre capì che io avevo capito che le infinite altre volte che s’era trovato da solo in quella condizione aveva chinato la testa, chiesto scusa e fatto il giro del pianerottolo per entrare dalla porta dei servi.
Siamo i protagonisti di una farsa, ma fino a quando stiamo da soli ci sembra che la farsa non sia ancora andata in scena, che lo spettacolo vero non è ancora iniziato, che è ancora soltanto una prova. Poi ci giriamo e vediamo che c’è tutta la platea che ci giudica e ride. Allora cerchiamo di rovesciare la farsa in tragedia, ma viene fuori solo una via di mezzo, una cosa che non fa né piagne, né ride’. Vero papà?

 
Commenti (2) Trackback Permalink | 7.05.2012
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2 risposte a Raccolgo storie e racconto storie, da artigiano

 
Commenti
 
  1. cacioman scrive:

    Come al solito, sei un grande. Però c’ho un po’ di imbarazzo a leggerti dal portale di servizio del Sole24Ore.

  2. Valentina scrive:

    Vorrei tanto fare l’artigiana in santa pace invece di pensare alla cosa migliore da scrivere sul mio curriculum, Che cos’ è necessario? Grazie per avermi fatto conoscere Szymborska e il dolce modo di pronunciare il suo nome.