Provenzano e il greco suicida ad Ancona: strappare il cielo di carta dell’informazione

“Poche ore dopo il suicidio di un detenuto greco nel carcere di Montacuto ad Ancona, un altro recluso nello stesso istituto di pena ha tentato di uccidersi, procurandosi dei tagli al collo e alle braccia. Si tratta di un ventiquattrenne algerino, in carcere per droga. E’ stato soccorso da alcuni agenti di polizia penitenziaria ed è stato trasportato all’ospedale di Torrette. Le sue condizioni non sono gravi. Avrebbe messo in atto gesti autolesionistici, forse a scopo dimostrativo”.
Questa è una notizia ANSA di qualche ora fa proprio mentre sui giornali on line veniva annunciato il tentato suicidio di Bernardo Provenzano. Un tentato suicidio riportato da repubblica.it, corriere.it, ilfattoquotidiano.it, ilgiornale.it, liberoquotidiano.it, ilsole24ore.com, eccetera..
Di questi ultimi due suicidi (uno tentato e l’altro riuscito) invece non ho trovato niente. Se ne parla su qualche pagina di giornale locale o nei siti che normalmente si occupano di galera come detenutoignoto.com, radiocarcere.com, osservatoriorepressione.org e pochi altri.
Su clandestinoweb.com leggo che il greco pare avesse 28 anni e che “si sia impiccato alle 8 e 30 del mattino con una cintura dell’accappatoio”. L’articolo parla di un sovraffollamento che “ha raggiunto cifre record: potrebbero essere ospitati solo 178 detenuti ma al momento ci sono circa 440 ristretti. Inutile dire che, in queste circostante, le condizioni di vita sono davvero complicate”.

Il 9 maggio 1978 veniva trovato il corpo di Peppino Impastato, ma la sua morte passò inosservata perché nelle stesse ore fu rinvenuto anche il corpo di Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana. Ne ho sentito parlare da Marco Baliani alla fine degli anni ’90, quasi quindici anni fa, in uno spettacolo che ho visto per la prima volta in diretta televisiva dai fori romani. Di Aldo Moro ricordo pure una foto ritagliata dal giornale. Facevo solo la prima elementare, ma la foto me la ricordo. Alle elementari questi personaggi arrivavano ripuliti della loro qualità umana. Erano come maschere della commedia dell’arte, come burattini di un teatrino. Ma di Impastato ne ho sentito parlare la prima volta in quello spettacolo, I Cento Passi, il film è uscito un paio di anni dopo.
Per la prima volta quei due esseri umani, quei due morti, li ho sentiti avvicinare uno all’altro. Il presidente della DC e uno sconosciuto.
Oggi nel motore di ricerca di google, Peppino Impastato viene prima di Peppino Di Capri e Peppino De Filippo, ma quindici anni fa non era così.
In quei primi due o tre minuti dello spettacolo Marco avvicinava il politico conosciuto da tutti al piccolo attivista sconosciuto alla maggior parte di noi. L’uomo magro con la frezza bianca fotografato insieme alla bandiera con la stella cinque punte e poi rivisto al telegiornale ripiegato nel bagagliaio di una R4, accanto a uno che poi prenderà la faccia di Luigi Lo Cascio, ma che, fino ad allora, non era conosciuto nemmeno per la sua.
Per me è stato come lo strappo nel cielo di carta di cui parla Pirandello. Non che Moro fosse meno vero di Impastato, ma ormai si era trasformato nel personaggio di una tragedia, un romanzo a puntate che avevamo seguito in televisione e sui giornali. Invece Peppino Impastato era uno che c’aveva soltanto il nome e una storia che non era scritta nel testo dello spettacolo storico-mediatico al quale assistiamo quotidianamente.

24 anni dopo, negli stessi giorni, ieri, una cosa più piccola, ma che segue le stesse regole.

Le notizie hanno un peso. Sono quasi 1800 i soldati americani morti in Afghanistan e un altro migliaio sono i morti tra gli eserciti alleati, eppure pesano meno dei civili afgani che, secondo alcune stime, sarebbero compresi in un un numero che va dai 15.000 ai 35.000. I morti delle torri gemelle pesano più dei morti ruandesi, anche se a New York ne morirono quasi tremila l’11 settembre, mentre in quel piccolo paese africano ne sono stati ammazzati oltre diecimila al giorno per tre mesi di seguito.
E dunque quanti piccoli attivisti politici ci vogliono per fare un presidente del più grande partito italiano?
Il teatro serve anche per questo. È letteratura che ritesse le relazioni, strappa il cielo di carta dell’informazione e delle gerarchie e mette nello stesso teatro personaggi che nella società sono distanti infiniti gradini nella scala sociale.

clandestinoweb.com scrive che “in 5 mesi, ci sono stati 21 suicidi e 61 morti nelle carceri italiane, una media di 12 decessi al mese”. Quanti detenuti senza nome devono infilarsi la testa in un sacchetto prima di raggiungere le prime pagine del giornale?

 
Commenti disabilitati Trackback Permalink | 11.05.2012
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