Perché proprio questa storia?

Ci stanno quasi seicento chilometri da casa mia a Milano. Col furgone sembrano più lunghi. Parto presto e comincia subito a piovere. A Firenze mi chiama una giornalista “ma è vero che il tuo spettacolo parla di un detenuto che sta in galera oggi, e che ha aderito alla lotta armata alla fine degli anni ’70?” rispondo “si”. E lei “e perché si rivolge a Mazzini?” Dico “Mazzini è il padre ideale perché era un terrorista per lo stato italiano. Perché fino alla morte nel 1872 per lo stato italiano era il capo di un’organizzazione politica sovversiva”. E lei “e allora perché in Italia è pieno di strade, piazze e scuole dedicate a lui? Pensa che dovrebbero dedicarne anche alle Brigate Rosse?”

Però a questa domanda non rispondo. Mi limito a dire che non sono uno storico. Che sono uno che racconta storie. Metto in relazione dei personaggi, degli elementi, delle epoche. Insomma scrivo storie, non la Storia. “E perché racconta proprio questa?” mi chiede “Perché non porta in scena Pirandello?” Cerco di rispondere che mi interessa il carcere come istituzione totale, che il mio è uno spettacolo sul risorgimento sconfitto, quello repubblicano e anarchico, un racconto sulla rivoluzione fallita, ma anche sulle prigioni italiane di oggi, le prigioni criminali del nostro paese. Quelle nelle quali il 70% dei detenuti è costituito da tossici e immigrati. Che la metà dei detenuti è in attesa di giudizio e spesso anche del processo stesso. E aggiungo che il mio è anche un racconto sulla giustizia. Che se il carcere è un’istituzione inutile e criminale, lo è perché qualcuno nel tempo l’ha pensato così. Dico che non si può essere contro Auschwiz senza essere contro il nazismo, che non si può essere contro il manicomio senza essere contro la psichiatria e dunque non si può essere contro la galera senza essere contro il tribunale.
Dopo un po’ smette di piovere e ci fermiamo all’autogrill per pranzare. Dico “ci” perché nel furgone siamo in tre. Normalmente giriamo in due, io e Andrea il fonico. Ma stavolta ce ne andiamo a Milano per tre settimane, c’è da prendere in affitto un appartamento, da sbrigare un po’ di pratiche con l’agenzia e col teatro, così viene su anche Marianna che si occupa dell’organizzazione. Tre insalate e due caffè, 15 euro e 20 centesimi. Gasolio, 115 euro e un centesimo che scappa quasi sempre quando fai il pieno al self service. Il nostro lavoro è anche questo. Certe volte gli spostamenti sono di poche decine di chilometri come la settimana scorsa che siamo stati ad Amelia e a Cassino. Certe altre volte succede come un paio di settimane fa in Piemonte che il viaggio lungo è stato arrivarci, ma poi abbiamo girato per una settimana attorno a Torino. Stavolta c’abbiamo da fare questi 590 chilometri, ma poi si resta fermi. Ci siamo portati pure le biciclette per fare avanti e indietro dal teatro.

Poi ripenso alla domanda sulla strada dedicata a qualcuno delle Brigate Rosse. Ci sarà mai una strada così? Non penso che in questo paese qualcuno dedicherà un vicolo a Renato Curcio. Anzi, mi pare che, a distanza di molti anni, non si intravede nemmeno una remota possibilità di pensare ad un’analisi decente delle lotte (armate o semi armate o disarmate) degli anni ’70. Penso che sia più facile chiudere il decennio in una scatola e scriverci sopra anni-di-piombo. Lasciare un decennio sottovuoto. Gli anni piombati.

E invece bisogna parlarne. Se no quegli anni piombati ci ripiombano addosso.

Stamattina a Genova è stato gambizzato l’amministratore delegato dell’Ansaldo Nucleare. Sui giornali si parla dei precedenti. Vincenzo Casabona, capo del personale dell’Ansaldo Meccanica, rapito per una giornata nel ’75. Carlo Castellano, direttore pianificazione dell’Ansaldo, ferito un paio d’anni dopo. E nel ’79 tocca a Giuseppe Bonzani a prendersi qualche colpo di pistola. Anche in quegli anni si diceva “ferma condanna del terrorismo e massima solidarietà per le vittime”, ma sono parole che non servono a capirci qualcosa. Io non sono né un giornalista, né uno storico, ma so che per raccontare una storia bisogna entrare nei personaggi e studiarne le relazioni. I personaggi, sia quelli che consideriamo i buoni, sia quelli chiamiamo cattivi, hanno lo stesso diritto di essere approfonditi. Un passo alla volta, ricominciamo dal recente passato e magari riusciamo a capire qualcosa pure del presente.

 
Commenti (2) Trackback Permalink | 8.05.2012
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2 risposte a Perché proprio questa storia?

 
Commenti
 
  1. Gabriella Mongardi scrive:

    Bisogna andarci piano con le parole! Mazzini sarà anche stato considerato “capo di un’organizzazione politica sovversiva”, ma certo non era un “terrorista”, perché non ordiva stragi di civili inermi o attentati che colpissero chicchesia… Se per raccontare una storia tutti i personaggi, buoni e cattivi, devono essere approfonditi, non per questo i cattivi diventano automaticamente buoni e viceversa – Manzoni insegna (anche ai non credenti)!

  2. Memmo scrive:

    Sig.ra Mongardi, forse dovrebbe riaprire qualche libro di storia frettolosamente chiuso. Mazzini era a tutti gli effetti un “terrorista”, un politico che usava l’omicidio politico come arma di liberazione e che di certo per questo entrò in conflitto più volte con l’emergente, allora, politica marxista.