Nemo propheta in patria

Questa giornata è stata veramente densa di eventi , spesso nefasti purtroppo, quindi ho deciso di parlare proprio di cosa non va apparentemente in questo paese per ciò che concerne la musica.

Ho sempre pensato che non ci sia cosa migliore di costruirsi un piccolo pubblico per cominciare ad essere apprezzati o ascoltati. Credo nel contatto e per questo ritengo che una situazione con poche persone inizialmente sia la più indicata. Stabilire un legame con le persone a cui si rivolge la propria musica ti da un’ idea immediata di come venga recepita. Bisogna essere molto autocritici sul proprio lavoro per capire se ci sono problemi.Un parere negativo non è un dramma ed una critica, meglio se motivata, non potrà essere certo scoraggiante. Siamo sempre pronti a giudicare basso il livello di chi fa musica in Italia, il primo gruppo o cantante che arriva da qualsiasi recondito luogo del mondo sembra più interessante di ciò che il nostro vicino di casa ci può proporre. Perchè questo accade? Abbiamo delle mancanze così grosse da non soddisfare i palati fini del pubblico Italiano? Evidentemente c’è un problema di diffusione dei brani musicali prodotti in madre patria, le major devono seguire la direzione artistica che gli viene in parte imposta dalle sedi e si sa che un mercato anglofono ha più ascoltatori e più acquirenti potenziali. Seguono i principali network che sono più interessati alla vendita di spazi pubblicitari (solo poche mantengono ancora qualche programma di “cultura” musicale) o iniziano a produrre i propri artisti generando un altro dei nostri felicissimi conflitti di interesse.

Ieri ho parlato della rete, una potenziale salvezza per il nostro mercato, qui un brano può raggiungere tutti gli angoli del pianeta e non viene etichettato per paese di provenienza.La musica brutta è brutta in ogni luogo e tempo, quella che non viene valutata perchè proveniente da un paese del terzo mondo musicale ( già così ci vedono al di fuori dei nostri confini) con vendite inferiori alla Turchia, nel web può acquisire nuova linfa ed arrivare a tutti coloro che non si costruiscono preconcetti. Ci sono musicisti Italiani che hanno venduto milioni di copie o centinaia di migliaia, senza esportare il nostro solito polpettone che riusciamo ancora a vendere a malapena anche al mercato latino; propongono musica “internazionale” cantata in lingua Inglese o Francese o anche in dialetto. Questi musicisti spesso hanno affrontato una lunga gavetta ben poco retribuita o sono schizzati in testa a classifiche d’oltreoceano poco tempo dopo essersi formati, non vengono trattati bene dalla nostra stampa e raggiungono la gloria in patria dopo aver sbalordito paesi come gli Stati Uniti o l’Australia ed essere ritornati ” vincitori”. Qualcuno li ha notati anche prima della loro uscita fuori porta, ma per qualche ragione non è riuscito a far partire queste carriere da casa.

I nostri cugini d’oltralpe hanno uno spirito nazionalista più radicato e marcato e negli ultimi 15 anni ci hanno annichilito e con il “french touch ” hanno riportato la Francia musicale ad una diffusione planetaria. Non voglio dilungarmi però perchè mi piacerebbe approfondire questo discorso nei prossimi giorni, quindi concludo con questo ” manifesto” che Flavio Ferri dei Delta v ed il sottoscritto avevano proposto tempo fa nella speranza di un nuovo corso della musica Italiana, cercando nella cooperazione una soluzione.

Amici presenti passati e futuri,

Vi scriviamo per raccontarvi un’idea che ci è venuta in
mente negli ultimi giorni.
Visto la situazione non proprio rosea, diciamo pure di
merda, in cui versano sia la musica che tutto il resto,
abbiamo pensato che i musicisti e tutti coloro che lavorano
in questo simpatico ambiente debbano fare qualcosa,
dare un segno di vita, cambiare le cose.
Non proponiamo nessuna rivoluzione anche se, nel caso
qualcuno fosse della partita , non ci tireremmo indietro.
Abbiamo pensato che anche da noi sia giunta l’ora
di superare le barriere, spesso costruite da altri,
che ci dividono.

Vogliamo creare un movimento, una “scena” italiana
(anzi tante scene per quanti sono i generi musicali che
ognuno di noi rappresenta) che possa farsi sentire non solo
nel nostro paese ma anche fuori dai nostri confini.
Cooperare.
Come?
Abbiamo individuato per ora due diverse azioni da
intraprendere, una che riguarda l’Italia e una che
riguarda “l’altrove”.
Spesso, anzi sempre, ci lamentiamo del fatto che la nostra
musica sia schiava delle radio, dei network
che non ci passano, che non ci danno spazi, che hanno
relegato la musica a un sottofondo per le chiacchiere dei
conduttori.
In Francia, da quasi 30 anni, un gruppo di musicisti e
scrittori ha fondato una radio che si chiama Radio Nova che
ha rivoluzionato il modo di fare e ascoltare la radio e che
ha aiutato a fare emergere prima in Francia e poi nel mondo
intero un vero e proprio movimento.
Certo, sarebbe bello creare anche da noi una radio gestita
dai musicisti, dagli artisti, da chi veramente vuole
proporre qualcosa di diverso dal vendere spazi
pubblicitari.
La legge sull’emittenza non ce lo consente.
Comprare una frequenza radio su Milano,
ad esempio, costa almeno tre milioni di euro.
Però è anche vero che in Italia esistono più di tremila
radio locali che hanno una forte presenza sul territorio.
Proposta: e se noi dessimo a tutte queste radio un
programma  giornaliero fatto da noi, presentato da noi, con
la musica che ci piace, con la musica che facciamo, non
sarebbe un primo passo che dimostra che anche in
Italia c’è una volontà da parte degli artisti di
fare qualcosa?
In pratica sarebbe molto semplice:
a turno ognuno di noi, in coppia con altri artisti, in
compagnia del proprio cane, di un giornalista musicale, di
un filosofo o di un clown potrebbe registrare (e i mezzi
tecnici per farlo oramai li abbiamo tutti) una o più
puntate di un paio d’ore in cui potrebbe fare tutto quello
che gli pare e poi metterle su un ftp da cui le radio locali
potrebbero scaricarlo e trasmetterlo.
A loro non costerebbe assolutamente nulla e sarebbero
felicissimi di farlo (i contatti li abbiamo già presi). Noi
copriremmo tutta l’Italia e riusciremmo a farci sentire e
conoscere per chi siamo veramente.
Tutto questo avrebbe una ricaduta positiva
sul nostro lavoro, sul lavoro di tutti noi.
Pensate al fatto che dopo qualche mese, se la cosa
funzionasse potremmo cercare sponsor che possano finanziare
i progetti della nostra comunità (festival, eventi e
quant’altro). Pensate al fatto che arrivando sul
territorio potremmo aumentare l’interesse di promoters
locali. Tutto questo in maniera assolutamente semplice,
onerosa ed impossibile per un singolo ma facile e senza
costi per una comunità che abbia gli stessi intenti.
Col tempo si potrebbe sviluppare anche una web radio (ma
senza l’etere in Italia si corre il rischio di passare
inosservati), si potrebbero sviluppare contatti che per un
singolo sarebbe impossibile sviluppare.
E qui parte l’idea dell’ “altrove”:
il presupposto è sempre lo stesso.
Perché all’estero non riusciamo a far passare la nostra
musica?
Perché non riusciamo a suonare con assiduità anche fuori
dai nostri confini?
Perché all’estero quando parli di musica italiana passa
solo l’idea del mandolino suonato da pulcinella?
Perché negli USA, in Australia o in Inghilterra nessuno sa
che gruppi come i Lacuna Coil, i Bloody Beetroots o i
Crookers (giusto per citare alcuni esempi di successi
all’estero di nostri amici) sono italiani? Perché tutti
sanno che i Daft Punk o i Justice sono francesi?
Perché lì c’è una scena forte, perché i musicisti
cooperano, si aiutano si scambiano contatti e consigli.
Qui da noi c’è la tendenza a coltivare il proprio
orticello avendo paura che quello dell’altro sia più grande.
Prepariamo degli zip di musica prodotta in Italia e
facciamoli scaricare gratis pubblicizzando la cosa
da tutti su tutti i social networks.
Con i fondi degli sponsor raccolti dall’operazione delle
radio potremmo pagare uffici stampa stranieri che parlino
del movimento di musica italiana.
In questo modo si riuscirà a scavalcare le frontiere piano
piano ma in massa.
Come hanno fatto negli anni ’60 la “british invasion”?

Necessario per tutto questo è dimenticare l’egoismo e la
paura che altri possano avere più successo di noi.

Collaborare insieme senza perdere la propria
individualità. Collaborare insieme con l’idea che il bene
degli altri è anche, e soprattutto, il nostro.

Se volete far parte del circo non ci sono né soldi né
gloria ma la forza di un’idea.
Rispondeteci applaudendo o insultando, proponendo o
distruggendo.
Noi partiamo da oggi.

 
Commento (1) Trackback Permalink | 23.05.2012
Condividi:

Una risposta a Nemo propheta in patria

 
Commenti
 
  1. giuliana ciani scrive:

    ho trovato grande la tua proposta e l’ho girata ad alcuni amici che si occupano di musica a vario titolo.
    APPALUSI!!!!!