L’Italia di Quatremère esiste ancora

C’è il paesaggio banalizzato, c’è la veduta storica mercificata, ma ancora resiste in Italia “quella specie di fascino che ci comunicano le cose belle, quella virtù armonica tra tutti gli oggetti delle arti, il cielo che li illumina, e il paese, che serve loro quasi da sfondo”. È Antoine C. Quatremère de Quincy a scrivere queste parole alla fine del Settecento, un francese che aveva capito tutto della forma-Italia ed è riuscito a delinearla come meglio non si potrebbe: “Il vero museo è composto dai luoghi, dai siti, dalle montagne, dalle strade, dalle vie antiche, dai rapporti geografici…”.

Si possono fare documentari d’arte in Italia facendosi guidare da Quatremère alla ricerca delle opere immerse in quello che per lui è “il vero museo”. Prendiamo un pittore del Cinquecento, Lorenzo Lotto, e andiamo nelle Marche dove ha lasciato diverse opere. A Recanati, a Jesi, a Loreto stanno nei musei ma ce ne sono anche nel “vero museo” di Quatremère. Sto salendo dalla valle del Musone, tra querce, viti e ulivi, verso una cittadina tutta in pietra e mattoni, Cingoli.

Da seicento metri ho una veduta sconfinata, dai colli fino al mare. Entro nella chiesa di San Domenico, ormai museo: sul suo altare maggiore sta ancora la grande tela della Madonna del Rosario che Lorenzo Lotto vi collocò nel 1539. Sullo sfondo di un grande roseto su cui si stagliano i quindici grani del rosario, siede la Vergine sul trono col Bambino, attorniata da sei santi; in primo piano un cesto di vimini da cui due angioletti spargono a piene mani petali di rose come fossero coriandoli. Mi accompagna la vista dei Monti Sibillini quando vado a Mogliano, un paese color del miele in una corona verde di ulivi. Sopra l’altare maggiore della chiesa di Santa Maria di Piazza trovo la Vergine in gloria con Santi che Lorenzo Lotto licenziò nell’estate del 1548. Guarda l’Adriatico Monte San Giusto, dove arrivo per andare a vedere un’opera capitale del Rinascimento, la Crocifissione che Lorenzo Lotto completa verso il 1534. Da allora sta nella chiesa di Santa Maria della Pietà in Telusiano.

Entro e sono investito dalla dimensione della pala, oltre quattro metri d’altezza per due e mezzo di largo, si direbbe più grande della chiesa che la ospita. Poi è la cornice architettonica che mi attira, è quella originale ed è stata disegnata dal pittore stesso. Una rappresentazione drammatica e tumultuosa: in alto, contro un cielo livido, le tre croci, attorno a cui si accalcano soldati, cavalieri, lance e stendardi; in basso la scena delle dolenti con la Vergine in deliquio al centro.
Ma chi è quel prelato in ginocchio, che si vede alla sinistra del dipinto? È l’uomo che lo ha voluto e che ha ristrutturato la chiesa per poterlo ospitare, nel senso che l’ha ingrandita per farlo entrare. Si chiamava Niccolò Bonafede, condottiero e vescovo. Ma per capire chi era devo andare a vedere il palazzo che si fece costruire.

Grande facciata in laterizio, un bel portale, finestre a croce chiaramente riprese da Palazzo Venezia, un cortile porticato. Un palazzo rinascimentale da grande città, che Niccolò elesse a sede di una sua corte. Potente e mecenate, il vescovo Bonafede. Ecco come un grande quadro arriva in un piccolo centro del Maceratese. L’Italia di Quatremère esiste ancora, e si può trovare anche nel distretto della calzatura.

 
Commenti (2) Trackback Permalink | 5.05.2012
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2 risposte a L’Italia di Quatremère esiste ancora

 
Commenti
 
  1. Marco Castracane scrive:

    Sono felice che qualcuno abbia ricordato l’umanista francese. Per avere un pamnorama di ciò che dicevano e dicono gli stranieri degli italiani dal 1700 ad oggi, vi invito a leggere il mio testo :”Gli Italiani e l’Arte” , Armando Armando Editore, Dicembre 2011.
    Ci sono anche delle proposte di rinnovamento culturale italiano.
    prof. Marco Castracane

  2. Gano Difazio scrive:

    Grazie per la segnalazione. Esistono anche testi alternativi a quello del prof. Castracane per farsi altre idee?