La Madonna col Bambino di Monticchiello (o come raccontare l’arte che non c’è)

A cosa serve un documentario d’arte? Nei primi anni Cinquanta Cesare Brandi va in Valdorcia e si reca a vedere una Madonna col Bambino di Pietro Lorenzetti nella chiesa di Monticchiello, “un paesino povero come un osso di seppia”. Di quella Madonna oggi nella chiesa c’è solo una fotografia, per vedere la tavola devo andare al Museo Diocesano di Pienza, e Monticchiello non è più un osso di seppia. Il borgo murato è intatto ma ai suoi piedi ormai c’è quel grumo di case in finto rustico toscano che Asor Rosa sei anni fa battezzò ecomostro.

Che faccio? Inquadro il paese con le sue belle torri e taglio l’ingombrante villaggio alla base della collina? Neanche al viaggiatore più distratto sfuggirebbe l’ecomostro, da qualunque parte arrivi. La veduta di Monticchiello ormai è quella. Sono qui per la tavola che affascinò Brandi per “la sfida d’affetto” tra la Madonna dagli “occhi umidi e neri” e il Bambino dalla “criniera di riccioli biondi”. Vado a vederla a Pienza dove è stata ricoverata dopo due furti. In quel bel Museo sta bene ed è protetta, ma è comunque un’opera sradicata.

E allora torno al suo contesto, alla chiesa di Monticchiello. Quando la tavola arrivò nel primo Trecento, la facciata era quella che vedo ancora oggi, severa nei suoi conci di pietra tufacea e impreziosita da un bel portale e un rosone a dodici archetti. Quando entro la scena cambia, l’interno è quello che ci ha lasciato un intervento settecentesco: c’erano sei finestre e avevano i vetri figurati, ne sono rimaste due; colonne in finto marmo hanno preso il posto dei pilastri medievali; una volta a botte nasconde il tetto a capriate dipinte che tutti i ragazzi del paese hanno visto perché salire al di sopra della volta è quasi un rito d’iniziazione; su tutte le pareti lacerti di affreschi del Trecento senese ritrovati negli anni Trenta e tali da far rimpiangere la perdita. Non era già più nel suo contesto originale la tavola di Lorenzetti quando ci venne Cesare Brandi, ma continuava a vivere nel suo rapporto con la comunità.

A cosa serve, dunque, un documentario d’arte? Può servire a raccontare l’arte che non c’è, a fare storia, memoria, a mettere in luce il contesto che dà a ogni opera il suo senso compiuto e, forse, la rende anche più bella.

 
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