La cultura delle biblioteche scandinave: una innovazione continua

Sto tornando da Oslo, con il vento favorevole dovrei essere in ufficio per le 14:00. Il viaggio è andato bene, il mio secondo in Norvegia, dopo aver partecipato alla conferenza nazionale di Hamar due anni fa. Molto diverso il paesaggio però: verde questa volta, bianchissimo allora, con interi laghi ricoperti di neve e ghiaccio, e pendolari che salivano in treno con gli sci da fondo e la 24 ore.

Prima della conferenza, alle 8:30, nella lobby dell’hotel, ho anche avuto una breve riunione con Inge, un architetto che lavora con un gruppo di operatori culturali nel quartiere di Furuset, in periferia. Loro stanno creando una nuova biblioteca in un quartiere popolato da molti immigrati, e vogliono imparare dall’esperienza Idea Store. Hanno già fatto un viaggio a Londra per una consulenza a fine marzo, e mi hanno invitato per fare due giornate intense di lavoro a giugno. Inge ha approfittato della mia presenza a Oslo per aggiornarmi sul programma, e molto gentilmente si è offerto di farmi visitare Oslo quando tornerò, visto che questa volta non avevo molto tempo per fare il turista. Mi ha anche invitato, con sua moglie, ad una serata alla Litteraturhuset con lo scrittore americano John Irving – insomma, non vedo l’ora!

Alla conferenza, inaugurata da Anniken Huitfeldt, ministro della cultura, hanno partecipato 120 delegati. C’erano norvegesi, svedesi e danesi, ognuno parlava la propria lingua e tutti si capivano, perché le similitudini tra svedese e norvegese, in particolare, sono evidenti (con il danese era un po’ più difficile, ma non troppo). Nessuno dei relatori, a parte me ed un americano, parlava in inglese, allora mi ero prefisso una sfida: sarei riuscito a distinguere tra le tre lingue? Un po’ modesto come obiettivo, ma ho faticato comunque. Eppure dovrei saperne un po’ di più ultimamente, visto che vengo spesso da queste parti, e a casa negli ultimi mesi abbiamo passato molte serate a guardare delle bellissime serie poliziesche alla TV, produzioni danesi o co-produzioni svedesi/danesi di altissima qualità, tutte in lingua originale con sottotitoli (cosa normale alla TV in Gran Bretagna). Sono anni che non guardo molto in TV (a parte un po’ di BBC e Channel 4), ma serie come Forbrydelsen (che ha come protagonista una donna detective molto particolare alla ricerca di uno spietato assassino), o Borgen, (che racconta, con i ritmi serrati di un giallo, vicende della vita parlamentare danese dal punto di vista della prima donna eletta primo ministro, anticipando la realtà delle elezioni avvenute pochi mesi dopo), ti fanno pensare che la TV fatta così bene non ha niente da invidiare al cinema, al teatro o alla letteratura di alto livello.

Comunque, la mia relazione sembra sia andata bene, questa volta mi avevano chiesto ci concentrarmi sulle nostre strategie di aggregazione, cioè sul come coinvolgere gente che raramente usa le biblioteche – il mio pane, insomma, visto che grazie alla nostra politica siamo riusciti ad attirare un gran numero di utenti che noi definiamo “non-tradizionali”, senza trascurare chi invece è già un forte lettore e partecipa ad iniziative culturali. Fa sempre piacere trovare un pubblico attento e partecipe, soprattutto alla fine di una giornata fitta di interventi, e anche questa volta è andata così.

C’è moltissimo interesse nel concetto Idea Store in tutto il mondo (Italia compresa) e parte del mio lavoro è proprio il promuovere il nostro modello all’estero: Francia, Olanda, Catalogna, Repubblica Ceca, Svizzera e Portogallo negli ultimi anni. Tra i viaggi più memorabili ci sono il tour della Catalogna (sei interventi in altrettante città), e poi quello negli Stati Uniti, alla conferenza nazionale di Minneapolis nel 2008, cinque giorni di lavori, 10,000 delegati. Ci sono andato con il nostro architetto Roger Adams e la nostra relazione ha fatto il tutto esaurito (gente in piedi in fondo alla sala, e una lunga coda di delegati delusi fuori). Nei giorni seguenti la gente in giro per la città e sul metro ci fermava per stringere la mano agli “inglesi”, e per farci le foto, manco fossimo i Beatles del primo tour americano nel ’64! Il maggiore interesse, comunque, continua ad arrivare dai paesi scandinavi, come dimostra il continuo arrivo di delegazioni in visita a Londra (una media di due al mese, da anni), oltre ai miei viaggi da queste parti per conferenze, seminari, consulenze, incontri con bibliotecari, politici, architetti, sociologi, urbanisti – tutti impegnati nello studio di questo nostro concetto.

È cosa risaputa nel mio settore che molte tra le migliori biblioteche del mondo si trovano proprio in Scandinavia, dove da sempre governi illuminati mettono a disposizione ingenti risorse perché capiscono che la biblioteca è parte integrale della vita quotidiana della gente – mi ricordo che i miei nuovi colleghi, quando ho cominciato a lavorare in biblioteca, guardavano al nord Europa per trarre ispirazione, descrivendolo come l’Eldorado del settore. È per questo che adesso dà ancora più soddisfazione vedere l’interesse suscitato qui, e l’ammirazione che questa volta viaggia in senso inverso. Però viene anche da chiedersi: come si spiega tutto ciò? Perché tutta questa attenzione da paesi avanzati che hanno già molto di più di tanti altri, dove i servizi funzionano bene, la qualità della vita è alta, e lo Stato è dalla parte del cittadino? Parlando con i colleghi del posto è chiaro: qui esiste una vera cultura di continua innovazione, dove si cerca sempre di migliorare come si fanno le cose, dove viene naturale guardare al di fuori dei propri confini.

Se in Italia (ma anche in Gran Bretagna), ci fossero biblioteche come quelle che ho visto a Århus o a Umeå, sono sicuro che bibliotecari e amministratori direbbero: abbiamo fatto un buon lavoro, missione compiuta, ora tiriamo i remi in barca e ci riposiamo un po’, che ce lo meritiamo. Invece no, qui non è così: c’è un forte senso dell’autocritica, una volontà di riprendere in considerazione decisioni che forse erano quelle giuste qualche anno fa, ma che in un mondo continuamente in evoluzione non lo sono più, perciò vanno rivedute. Qui non si riposano sugli allori, anche se potrebbero permetterselo, ed è proprio a questo modello, in questo ciclo virtuoso di ammirazione reciproca, che a nostra volta tutti noi di Idea Store ci rifacciamo.

La serata era poi finita in bellezza con un’ottima cena da Ekeberg, uno dei migliori ristoranti di Oslo, offerto a tutti i partecipanti dalla Biblioteca Nazionale Norvegese – splendida la veduta dei fiordi nel lungo tramonto nordico, eccezionale il salmone (naturalmente non d’allevamento), e niente male il Barbera d’Alba, arrivato, come me, da tanto lontano.

Sull’autobus di ritorno all’hotel, la conversazione ha toccato anche la terribile tragedia del 22 luglio scorso, 82 giovani vittime di una strage scioccante che fa ancora male come una ferita fresca, soprattutto in questi giorni, mentre è in corso il processo di Breitvig. Synnøve, la mia vicina di posto che insegna biblioteconomia all’università, mi ha raccontato che qualche settimana fa c’era anche lei in piazza con migliaia di persone a cantare con orgoglio e dignità la canzone di Pete Seeger odiata da Breitvig. È bello lasciare la Norvegia anche con questo gesto di sfida nella mente.

 
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