Idea Store in Italia? Incominciamo a rivedere criticamente come si usano le risorse delle biblioteche

Due mail mi ricordano che tra meno di una settimana sarò di ritorno in Italia: il 24 maggio sarò uno dei relatori al convegno Intessere Comunità: il ruolo della biblioteca in tempo di Crisi a Crema (Cremona), insieme con Antonella Agnoli (amica, collega e autrice de Le Piazze del Sapere e Caro Sindaco, parliamo di biblioteche), Chiara Bartolozzzi (Fondazione Cariplo) e Vincenzo Santoro (Associazione Nationale Comuni Italiani). Il convegno sarà seguito il giorno dopo da un seminario per bibliotecari, entrambi organizzati da Francesca Moruzzi, della Biblioteca di Crema, con il supporto dell’Associazione Italiana Bibliotecari (AIB), il cui presidente è Stefano Parise, uno dei contributori di questo blog qualche mese fa. Ho poi scoperto che nel mondo dei bibliotecari italiani si fa un ottimo uso del passaparola, e così è successo che dei colleghi marchigiani, appena saputo che sarei stato in Italia a fine maggio, mi hanno invitato per il giorno dopo ad un loro seminario a S. Benedetto del Tronto della serie di incontri Biblioteche Aperte (organizzato da Valeria Patrignani, sempre con il supporto dell’AIB.

Negli ultimi anni ho fatto molti viaggi di lavoro in Italia, un po’ dappertutto, in alcuni posti ritornando anche una seconda volta. Molti colleghi italiani hanno anche fatto il viaggio inverso, e così più di una volta ho ricevuto delegazioni molto numerose di bibliotecari italiani molto entusiasti (30 e più persone, quasi un intero volo charter!). Si parla molto di Idea Stores in Italia, e questo mi fa molto piacere, perché confesso che a questi viaggi italiani ci tengo particolarmente, e se mi si chiedesse qual è il mio sogno (professionalmente parlando), non avrei esitazioni a rispondere: creare degli Idea Stores nel mio paese. Ma non sarebbe facile. La domanda più frequente che mi viene rivolta è se sia possibile esportare il modello Idea Store in Italia. Così avevo risposto al giornale Ottopagine, di Avellino, che mi aveva fatto la stessa domanda un paio di anni fa:

È a suo avviso esportabile anche in Italia un esperimento simile?
“Forse, ma non senza delle modifiche. Il progetto Idea Store si basa in parte su una grande tradizione anglosassone (e del nord Europa) di formazione continua, non comune in Italia. Bisognerebbe quindi fare delle ricerche di mercato per capire se, e in che modo, alla gente interesserebbe un luogo dove, oltre a poter usufruire di un moderno servizio di biblioteca, si può anche coltivare una passione, oppure ottenere una qualifica, attraverso dei corsi di formazione. In Italia noto una certa sete per fare istruzione continua, ma non vedo una struttura di servizi come quella che è alla base di Idea Store.

Penso comunque che, anche se non si può replicare del tutto, alcuni elementi fondamentali potrebbero essere applicati dovunque, cominciando con il ripensare il senso stesso della biblioteca, cioè quale è il suo scopo, a cosa serve, che benefici può dare. Basta non considerare la biblioteca come un qualunque altro servizio comunale, come l’anagrafe o l’ufficio imposte, gestito da dipendenti comunali che non hanno alcun interesse nello sviluppo della lettura nella comunità, e vedono solo il posto di lavoro come un impiego qualunque, dove addirittura immaginano non sia necessario lavorare molto, fare sforzi e fatica per avere nuove idee da proporre, ma basti semplicemente fare le proprie ore di lavoro quotidiane per arrivare a percepire lo stipendio a fine mese.

La gestione delle biblioteche è una cosa molto seria, e va affidata a chi dimostra passione, impegno e competenza. Continuando, le nostre strategie di aggregazione sono replicabili, così come la nostra politica di acquisto e di gestione delle collezioni. Anche la collaborazione con altri enti (associazioni del volontariato, culturali, sociali) richiede solo un po’ di buona volontà ed è molto importante. È chiaro che oltre a questo ci vuole un certo investimento iniziale, una visione a lungo termine e un serio impegno di politici ed amministratori.”

Spesso è quest’ultima frase che spaventa, quando si parla di investimenti e di visione a lungo termine. E allora cosa fare? Non è facile per i colleghi italiani. Ogni volta che torno e mi immergo nella loro realtà, vedo che, a una storica difficoltà di raggiungere livelli di utenza simili ad altri in Europa (siamo a una media del 10% di partecipazione tra la popolazione, rispetto al 50% in Gran Bretagna, e ancora di più in Scandinavia), si aggiunge la triste realtà recente di tagli enormi alla spesa sulla cultura.

Ascolto, osservo, e cerco di tirare delle conclusioni. Innanzitutto una cosa è certa: è scandaloso l’atteggiamento verso la cultura di alcuni politici che si vantano di non leggere mai libri, e che trovano la scusa della crisi economica per decimare servizi utillissimi come le biblioteche. Ma quello che dà altrettanto fastidio, purtroppo, agli occhi di un italiano all’estero che da anni si impegna per creare biblioteche pubbliche di fatto, e non solo di nome, è anche l’atteggiamento di alcuni colleghi che si piangono addosso e fanno le vittime, senza fare autocritica, e spiegano la crisi delle biblioteche nella semplice mancanza di fondi – come dire, noi ce la mettiamo tutta per promuovere la lettura nel nostro paese, ma se non abbiamo le risorse cosa possiamo farci? A me viene da dire che i soldi sono importanti, ma non sono tutto. Dico questo non per rassegnazione, ma perché credo fermamente che stia a noi portare avanti con convinzione un discorso di maggiori investimenti nella lettura, perché finché si raggiungono livelli di utenza così bassi, qualsiasi governo sa di poter imporre tagli sapendo che non ci saranno grandi rivolte tra i cittadini. Se ci fosse invece un’utenza del 50% della popolazione, come in alcuni paesi, non sarebbe così facile chiudere biblioteche.

Allora, come si può alzare l’utenza nonostante fondi limitati? Sicuramente non facendo come in alcune città, dove si è deciso, tragicamente a mio parere, di risparmiare smettendo di acquistare libri nuovi – l’ossigeno vitale senza il quale le biblioteche non sarebbero altro che mausolei. Piuttosto cominciamo con il rivedere come si spendono i pochi soldi a disposizione. Allora, analizziamo criticamente i bilanci dove c’è una sproporzione eccessiva di spesa tra personale a contatto con il pubblico (di base, di solito efficiente) e quello negli uffici (manageriale, meno efficente); siamo più elastici con gli orari, pensiamo alle esigenze dell’utente e non del personale – usiamo il monte ore a disposizione (anche se modesto) con più creatività, non aprendo, per esempio, solo dal lunedì al venerdì dalle 15 alle 19. Denunciamo direttori che spendono 15 euro per la catalogazione di un tascabile che ne costa 5 – e questo non alla Biblioteca Nazionale, ma in minuscole biblioteche di provincia, con quattro scaffali e pochissimi libri.

Io direi anche che è ora di dire basta a pratiche di assunzioni personale medioevali, e smettere di selezionare bibliotecari chiedendo loro di fare un tema su Dante, o chiedendo, come è successo ad una mia amica che ha fatto un concorso per bibliotecari in Toscana: quando è stata aperta la biblioteca storica di Rimini? Come se il sapere la risposta esatta (1617, a chi interessa), servisse per valutare la competenza di bibliotecari moderni. Smettiamola anche di chiedere a bibliotecari di studiare interi manuali di diritto solo per poter poi superare dei concorsi senza senso – è proprio paradossale (e kafkiano) che gli esperti in diritto siano favoriti nel trovare lavoro in biblioteca, e non perché interessi loro quella carriera, ma solo perché ne sanno di più sulle norme legislative, e un lavoro è pur sempre un lavoro. Siamo intolleranti poi verso il nonnismo tra il personale, dove giovani neo-bibliotecari pieni di entusiasmo si vedono le ali tarpate da colleghi con esperienza pluridecennale, che senza scomodarsi dalle loro monumentali scrivanie invitano alla calma, anzi, alla lentezza esasperante dei ritmi dei peggiori servizi pubblici.

Aboliamo regole di comportamento che danno per scontato che chi entra in biblioteca si comporterà in modo scorretto e anti-sociale. Sono comprensibili le regole di una cattedrale, non quelle inutili di una biblioteca, che dovrebbe essere vista come posto normale, che si visita di frequente, e dove il rispetto è contagioso, dal personale verso l’utente e viceversa. Forse in questo modo potremmo trasformare le biblioteche in posti vivaci e dinamici, campi neutri letteralmente aperti a tutta la popolazione. Insomma, io comincerei a fare un po’ di pulizia al nostro interno. Poi, una volta effettuato un cambiamento profondo, oltre che di immagine, e aumentando così la partecipazione del pubblico, potremmo andare a bussare alle porte di un governo, di qualsiasi colore, senza sentirci rinfacciare che siamo spreconi o ancorati nel passato. Si dice spesso che in Italia non si legge come in altri paesi, ma questo è vero solo fino ad un certo punto – l’editoria italiana è ancora al settimo posto a livello mondiale, non male, significa che ci sono più lettori di quel che si crede. Il fatto che i libri, nonostante tutto, vendono, vuol dire che chi vuol leggere purtroppo pensa di non poter contare su biblioteche che sono più chiuse che aperte, dove le novità editoriali arrivano quando non sono più novità, dove le barriere all’accesso per il comune cittadino sono spesso insormontabili. Il pericolo è che, in tempi di crisi, governi e ministeri cercano di ridurre la spesa dove è più facile farlo – sta a noi bibliotecari proteggere le biblioteche, e dimostrare la loro importanza con argomenti concreti.

Io comunque sono incoraggiato da ottimi esempi italiani di biblioteche ben fatte, e tra i miei viaggi più recenti citerei tra tutti l’innovazione del Multiplo, la biblioteca-centro polivalente a Cavriago (Reggio Emilia). E poi Medateca, la nuova biblioteca multimediale di Meda (Brianza), non ancora visitata ma della quale sento belle cose. Il fatto che a Crema e a S. Benedetto del Tronto, la settimana prossima, centinaia di bibliotecari ed operatori contribuiranno al dibattito in corso, interrogandosi sul futuro delle biblioteche in Italia, dimostra un continuo interesse ed una voglia di fare meglio.

 
Commenti (4) Trackback Permalink | 18.05.2012
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4 risposte a Idea Store in Italia? Incominciamo a rivedere criticamente come si usano le risorse delle biblioteche

 
Commenti
 
  1. letizia valli scrive:

    grazie a Dogliani per la presenza sulla stampa italiana, abbiamo assoluta necessità di confrontarci e di conoscere esperienze europee per sviluppare, trasformare e innovare i nostri servizi culturali.
    Nella progettazione del Multiplo di Cavriago (RE) i viaggi studio in Inghilterra, Germania e Francia sono stati fondamentali per riprendere poi le caratteristiche innovative adattandole e adeguandole alla nostra realtà. Molto d’accordo sui punti indicati da Dogliani per aumentare l’utenza. Darei particolare importanza al coinvolgimento attivo e volontario dei cittadini nei servizi, non per supportare carenze di personale, ma soprattutto per spendere un po’ del loro tempo per trasmettere ad altri gratuitamente i propri saperi e le proprie conoscenze.
    Le prime esperienze al Multiplo di corsi e lezioni tenuti volontariamente da utenti ad altri utenti ( su decoupage, compilazione denuncia redditi, conversazioni in italiano per stranieri, come si fa un gelato), sono state esperienze di grande soddisfazione per chi ha partecipato e hanno fatto aumentare il senso di appartenenza al servizio, quindi la cura, l’alleanza per difenderlo, svilupparlo, renderlo prezioso per tutta la comunità.

  2. Patrizia Lucchini scrive:

    Concordo pienamente con Sergio Dogliani, non si tratta di importare un modello in modo acritico (è vero che la nostra tradizione formativa è molto diversa), quanto di comprendere e adattare alla nostra realtà italiana quello che di buono (ed è moltissimo) c’è nell’esperienza di Idea Store. Anch’io ho accompagnato alcuni gruppi di bibliotecari italiani a visitare IS ed ogni volta sono rimasta colpita dal grande spirito di servizio nei confronti dell’utente, percepibile sia dall’atteggiamento accogliente del personale che dall’intera organizzazione delle biblioteche. In Italia siamo ancora ingessati in antiquate concezioni, che privilegiano l’applicazione delle norme e gli atteggiamenti formali rispetto ad un sano e pragmatico senso del cambiamento. E’ importante che tutti coloro i quali si trovano, da amministratori, da dirigenti, da responsabili di strutture, ad adottare politiche di gestione nelle biblioteche pubbliche italiane comprendano la necessità di aprire i servizi a nuove concezioni, a cambiamenti anche radicali, come ha fatto e sta facendo Multiplo a Cavriago (e come, sono certa, altri colleghi in giro per l’Italia si stanno sforzando di fare), in modo laico e pur sempre rispettoso dell’interesse primario dei nostri utenti.

  3. Anna scrive:

    Aboliamo regole di comportamento che danno per scontato che chi entra in biblioteca si comporterà in modo scorretto e anti-sociale: in biblioteca da me (Imola) abbiamo dovuto mettere cartelli per invitare gli utenti a non danneggiare i documenti… io lo dò per scontato!

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