Giorno per giorno, con creatività e pragmatismo

Quarta puntata, la trama si infittisce: ma allora come lavora chi fa cultura? O meglio, cosa fa esattamente? Nel mio caso, mi occupo principalmente della gestione della parte operativa del servizio Idea Store, anche se fin dall’inizio contribuisco anche alla linea strategica. Allora, ad Idea Store ci lavorano circa 180 persone, di cui 120 direttamente o indirettamente sotto la mia direzione – tutti dipendenti fissi del comune di Tower Hamlets. Io sono responsabile di tutto il personale che è a contatto con il pubblico, delle campagne assunzioni e della formazione, della gestione degli impianti (edifici e infrastrutture, compresi i sistema informatico), delle relazioni con i media, della promozione e della pubblicità. Davanti a me c’è una dirigente, Judith (anche lei non-bibliotecaria), e di fianco a noi ci sono i colleghi responsabili di reparti di formazione continua, collezioni e politiche della lettura, amministrazione, patrimonio storico ed archivi – io sono quello che lavora qui da più tempo, e insieme formiamo il direttivo.

Abbiamo quattro Idea Stores, tre biblioteche di modello tradizionale (in attesa di essere rimpiazzate, una dopo l’altra, da un Idea Store) e due centri di formazione dove facciamo corsi che richiedono aree attrezzate, come il laboratorio di gioielleria e quello per la lavorazione della ceramica, la cucina, lo studio fotografico, e così via. Abbiamo anche una biblioteca storica (che comprende l’archivio) – dieci edifici in tutto. Ogni Idea Store ha un manager che fa capo a me, e ognuno di loro gestisce uno o due edifici. In ogni Idea Store ci lavorano, oltre al manager, un capo squadra e il personale addetto (Idea Store Co-ordinators), che varia da 12 a 30 persone, a seconda dell’edificio (o 5-6 se si tratta delle biblioteche). Oltre a questi, bisogna contare gli addetti alle pulizie, gli addetti alla sicurezza e quelli che lavorano nelle caffetterie – tutti impiegati da ditte esterne.

Non contando conferenze e corsi di formazione, il mio lavoro di tutti i giorni lo svolgo, più o meno in parti uguali, al computer (gestendo una media di 120 mail al giorno), al di fuori del mio ufficio (andando a visitare regolarmente tutti gli edifici, e chi ci lavora), o attraverso una serie di riunioni a vari livelli. Le riunioni fanno parte di un programma generale dove il lavoro delle varie squadre si interseca, con l’obietivo di implementare le linee strategiche sulle quali si lavora di volta in volta, a seconda delle priorità del momento. Le riunioni tra dirigenti di solito avvengono due volte al mese, e oltre a queste io mi trovo individualmente con le otto persone di cui sono direttamente responsabile in riunioni mensili (naturalmente ci si può incontrare al di fuori di queste se c’è da discutere qualcosa di urgente). Tutte le riunioni, a qualsiasi livello, seguono un ordine del giorno, perché ciò fa parte della cultura pragmatica vigente qui, e non si finisce mai una riunione senza essere tutti d’accordo sui compiti assegnati ai partecipanti, ma questo non vuol dire che non ci sia spazio per l’informalità e per l’umorismo – tanto per dare un’idea, l’atmosfera è molto più simile a quella di un gruppo di supporto, che a quella di una riunione formale con mozioni e delibere. Queste interazioni tra gli operatori sono basate su una struttura che lascia comunque anche spazio alla creatività, e tra tutti i lavori che ho fatto, io apprezzo particolarmente di poter operare in un ambiente dove c’è la giusta miscela di formalità e spontaneità, dove conta molto il rapporto umano e non la gerarchia, e dove si mira ad azioni concrete ed efficaci – la trovo proprio adatta per come sono fatto io.

Anche lo spazio in cui lavoriamo contribuisce a questa fluidità e alla collaborazione – sei mesi fa abbiamo trasferito tutto il personale non a contatto con il pubblico (46 persone) in un grande ufficio al terzo piano dell’edificio che è sede del primo Idea Store. Qui abbiamo tutti i reparti adiacenti l’uno all’altro, uno spazio cucina (2 frigoriferi, 2 lavandini, 2 forni a micro onde), uno spazio per pranzare, e tutto intorno delle spendide vedute dell’orizzonte londinese: a est, a dieci minuti in bici, c’è il villaggio olimpico, a sud il complesso di Canary Wharf con i suoi grattacieli, ad ovest si intravede il centro storico della capitale. A molti è nota la bellezza del cielo inglese in continuo cambiamento, ma da sei mesi a questa parte sto apprezzando ancora di più la spettacolarità di un cielo dove a volte le nuvole si formano e si dissolvono ad una velocità vertiginosa – non sono pochi i momenti in cui, collettivamente, alziamo gli occhi dai nostri computer per ammirare cirri, cumulonembi e tramonti da cartolina. Lo spazio in questo ufficio esteso non ha divisioni tra reparti: io, Judith e gli altri del direttivo abbiamo le nostre scrivanie raggruppate in mezzo a tutte le altre postazioni. Il fatto che si sia fisicamente tutti vicini, piuttosto che in uffici separati, favorisce moltissimo la comunicazione, e succede spesso che il solo incontrare un collega di un’altra sezione mentre prepara il caffè nella zona cucina, o passa vicino alla nostra scrivania, faccia venire in mente una cosa che gli si voleva chiedere, o che scaturisca una conversazione che può portare a un’idea da realizzare insieme.

Il mio lavoro mi concede molta autonomia, e normalmente riesco a dare forma alla mia giornata lavorativa, senza lasciare che lo facciano altri. Una delle cose che preferisco è il riuscire a staccarmi dalle mail, specialmente quando si fanno assillanti, prendere la bicicletta e andare in visita a un altro centro – c’è sempre qualcuno da incontrare e qualcosa da discutere con i colleghi, non si spreca mai tempo, e se necessario posso sempre ricollegarmi al traffico digitale usando il Blackberry o un qualsiasi computer che non sia il mio.

Un ambiente di lavoro dinamico e vivace contribuisce sicuramente a una vita equilibrata, e ne risulta che lo stress è relativamente poco. Un fattore non insignificante in tutto questo è il fatto di abitare vicino al lavoro: anni fa, dopo la nascita del nostro primo figlio, Zaki, io e mia moglie Emma abbiamo deciso di trasferirci dalla parte ovest di Londra a est, vicino al mio ufficio, per evitare le 2 ore e mezza al giorno di autobus e metro. Da allora uso la bicicletta tutti i giorni, tutto l’anno (non solo quando fa bel tempo), e mi sposto con rapidità tra un centro all’altro (entro mezzora arrivo dappertutto). La mia giornata tipica comincia su due ruote, pedalando con mio figlio Rocco fino alla sua scuola (4 minuti), proseguendo poi verso il lavoro (8 minuti), scegliendo di volta involta se attraversare Victoria Park o andare lungo il Regent’s Canal, evitando quasi del tutto il raffico automobilistico. In entrambi i casi seguo quotidianamente i movimenti della fauna locale (anitre, cigni, oche canadesi, scoiattoli, volpi), e osservo il cambiamento graduale delle stagioni. Trovo molto salutare questa breve pedalata mattutina, perché mi aiuta a liberare la mente e ad affrontare l’intensità del lavoro. Idem al ritorno: pedalando verso casa riesco a lasciarmi alle spalle le scorie del lavoro (difficile evitarle del tutto), e arrivare a casa con l’animo ben disposto alla vita famigliare.

 
Commenti disabilitati Trackback Permalink | 17.05.2012
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