Fare storia sociale, economica e politica con la narrazione d’arte

Il documentario d’arte, ma preferirei dire, in questo caso, la narrazione d’arte, può servire a fare storia, non solo dell’arte, ma proprio storia, sociale, economica, politica.

Prendiamo il David di Michelangelo. Sta nelle Gallerie dell’Accademia, dove ogni giorno vanno a vederlo in migliaia. La ripresa può fare molto per illustrare l’entusiasmo di Vasari quando scrive che “quest’opera ha tolto il grido a tutte le statue moderne ed antiche, o greche o latine, che elle si fussero”. E allora si inquadrano i “contorni di gambe bellissime ed appiccature e sveltezza di fianchi divine” e tutto il David dalla testa ai piedi.

Ma noi sappiamo che la statua sta all’Accademia dal 1873. Prima stava all’aria aperta, in dialogo con la città. Fin dal 1504, quando fu terminata. In piazza della Signoria, all’ingresso di Palazzo Vecchio. E noi lì dobbiamo vederla, come per secoli l’hanno vista i fiorentini, nella sua funzione simbolica, espressamente politica. Palazzo Vecchio è il luogo del potere della città-stato. E nel 1504 il potere è repubblicano; i Medici sono in esilio, dal 1494. Ma è una repubblica fragile quella fiorentina e ha bisogno di un simbolo forte, come quello di David. Eccolo allora sulla porta di Palazzo Vecchio, custode della repubblica contro le insidie dell’oligarchia e dei Medici.

Ma come si spiega che la figura di David piacesse tanto proprio al fondatore della dinastia medicea, Cosimo il Vecchio? Era in casa sua il David bronzeo di Donatello, scolpito negli anni Trenta del Quattrocento, quando a Firenze il giovane vincitore su Golia era già un vessillo libertario. Di questo simbolo Cosimo si è appropriato, forse proprio per allontanare da sé qualunque sospetto di intenzioni tiranniche. Ma, alla cacciata dei Medici, il David passa per confisca dal cortile del palazzo di famiglia al cortile di Palazzo Vecchio, ormai sede di un governo popolare. Intanto un altro David bronzeo ha visto la luce a Firenze, quello del Verrocchio. Poi viene Michelangelo. Un periodo cruciale della storia fiorentina è dunque attraversato da una pagina di storia dell’arte, la storia della figura, in bronzo o in marmo, di David, e non già il David re d’Israele o il salmista, ma il David giovane eroe vittorioso, simbolo della lotta per la libertà.

Se con la narrazione si può tentare la ricostruzione del passato, con l’inchiesta e il reportage si può misurare la conservazione del passato. Si va con Zeri sui luoghi del terremoto in Umbria e Marche, 1997. Sono passati quasi due mesi dalle prime scosse e la terra continua a tremare. Andiamo a vedere che cosa è accaduto al patrimonio, in che stato si trovano chiese, palazzi, abbazie, monasteri. Di Assisi sappiamo, ma quello è un territorio ricchissimo di testimonianze d’arte. Non le punte ma la trama ci interessa. E ci preoccupa.

Nocera Umbra è impraticabile ma almeno il grande polittico di Niccolò Alunno è al sicuro. Montesanto di Sellano è come bombardata: la chiesa, dove Zeri aveva rintracciato negli anni Cinquanta una tavola del Beccafumi, è una montagna di macerie. A Fabriano entriamo a stento nella chiesa di San Nicolò: la tela del Guercino (San Michele abbatte Lucifero) è ancora lì, in un edificio sommerso dai calcinacci. Nella chiesa di S. Maria in Via, a Camerino, è impossibile entrare: sta in piedi grazie a una struttura di tubi che la sostengono da ogni lato. Sappiamo che la volta è in parte crollata, eppure sono rimaste sul posto tutte le opere mobili, comprese due celebri tele di Valentin de Boulogne, San Giovanni Battista e San Girolamo, appese in sagrestia.

Zeri gira intorno alla chiesa in cui non può entrare, e urla tutta la sua indignazione. Ma serve poi a qualcosa un viaggio tra macerie e voragini? La mattina dopo la trasmissione i due Valentin di S. Maria in Via saranno portati al sicuro. Un caso. La conservazione del passato non la fanno i documentari d’arte, la fanno i cittadini. Se lo vogliono. Ma per volerlo serve la consapevolezza, e dunque l’informazione. A questo può servire il documentario d’arte nella sua declinazione di inchiesta, reportage. Non è poco.

 
Commenti (2) Trackback Permalink | 6.05.2012
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2 risposte a Fare storia sociale, economica e politica con la narrazione d’arte

 
Commenti
 
  1. Pingback: Fare storia sociale, economica e politica con la narrazione d’arte – Il Sole 24 Ore | Nocera Cronache

  2. Gabriella Mongardi scrive:

    E oggi, per le rovine di una città d’arte come L’Aquila, che cosa si fa?