Chiudiamo le biblioteche moribonde

Eccomi arrivato alla fine di una settimana un po’ fuori dal comune: bella, intensa, faticosissima, piena di soddisfazioni e – per puro caso – raccontata in forma di diario su questo blog. Va bene che i ritmi di una metropoli mondiale come Londra sono a volte vertiginosi, ma raramente mi capita, nell’arco di sette giorni, di andare a due conferenze (una all’estero), di avere ospiti a casa prima dall’Italia e poi dalla Francia, di andare ad una cena tra amici da Judith (la mia capa), e di essere ancora sveglio alle due di notte (più di una volta) per cercare di mettere in ordine i pensieri e le parole, prima della scadenza giornalistica della mattina dopo – finalmente capisco perché lo chiamano Il Sole 24 Ore…

Spiego tutto questo anche per rassicurare quelli che mi sono vicini, che si preoccuperanno dicendo: Sergio, vai piano, che a questi ritmi non resisterai a lungo. Avete ragione, ancora due righe e poi spengo il PC, e vado a preparare il banco per il mercato delle pulci al May Festival nel parco vicino casa, dove tutti in famiglia faremo a gara per vendere vestiti mai portati, vecchi DVD, giocattoli abbandonati, cianfrusaglie varie che da anni stanno raccogliendo la polvere in soffitta (se ci va bene faremo fuori un po’ di roba, ma probabilmente solo per far posto ad altra, proveniente da altre soffitte, per vedere se una polvere vale un’altra).

Sul versante professionale il prezzo di una settimana così si paga cercando di recuparare tempo dove lo trovo, cominciando dalle mail aperte di fretta e non ancora smaltite: per esempio, vedo che il post dell’altro giorno sulle biblioteche italiane ha suscitato un dibattito. Lo continuo volentieri in questa sede: è vero che molte biblioteche in Gran Bretagna, come in Italia, rischiano la chiusura. Allora mi viene chiesto se mi schiero dalla parte della campagna nazionale Save Our Libraries (salviamo le nostre biblioteche). Dico di no. Perché, non è d’accordo? Non crede che dovremmo fare di tutto per salvare le biblioteche? No, ripeto. Non sarei disposto a fare di tutto. Mi spiace dirlo, ma io non le salverei tutte, le biblioteche. Ho seguito da vicino questa campagna, e mi spiace dirlo, non ho sentito neanche un’idea che mi abbia convinto che certe biblioteche – quelle che non funzionano – non debbano chiudere. Sento solo la solita manfrina, i soliti piagnistei, che si riducono a un misero: dobbiamo salvare queste biblioteche perché ci sono sempre state e vogliamo che cosi sia. Eccoli i nostalgici, gli amanti del legno antico, i protettori delle termiti, gli ossessivi dello stampato che non vogliono buttare via niente, che piuttosto che riciclare un libro portano lo scotch da casa e lo riparano mille volte, anche se il libro rimane ancora in condizioni pietose, e nessuno si sognerebbe di prenderlo in prestito, e finirà per ammuffire per altri venti anni. Parlo di gente che in biblioteca non ci va neanche se la paghi, ma quando gliela togli, si mette a piangere, e a fare grandi discorsi sulla democrazia, e l’importanza della cultura in una società sempre più consumistica, e bla bla…

Allora mi viene da chiedere: ma voi dove eravate prima di questa crisi economica e dei tagli alla cultura, quando io mi battevo contro l’apatia imperante nel mondo delle biblioteche, che stavano morendo di morte naturale, condannate da chi rifiutava qualsiasi idea di rinnovamento? Dove eravate quando io mi sgolavo per farvi capire che bisognava cambiare direzione, e portare ossigeno a queste istituzioni moribonde? Eccoli, gli intellettuali in fila indiana, che firmano lettere sui giornali, che fanno di tutta un’erba un fascio, che salverebbero tutto a qualsiasi costo. È grazie a loro se ci sono quartieri a Londra che hanno quattro volte più biblioteche che noi a Tower Hamlets, ma che riescono a malapena a raggiungere metà delle nostre utenze. Lì sì che si sprecano soldi. Loro sono quelli che non hanno avuto il coraggio di razionalizzare il loro servizio quando andava fatto, e di tagliare i rami secchi. Adesso sono obbligati a farlo, e sono presi dal panico. Anche noi avevamo 13 biblioteche, ma stavano cadendo a pezzi, nessuno ci andava più, allora abbiamo lavorato su una strategia a lungo termine: abbiamo deciso di crearne solo sette, ma di farle belle, accoglienti, ben fornite e sempre aperte. È cosi che ora non sentiamo la crisi, e siamo a prova di futuro.

Tra questi intellettuali c’è anche uno dei miei scrittori preferiti, Philip Pullman, anche lui a dire che chiudere una biblioteca è un sacrilegio. Mi spiace Philip, ma bisogna fare delle distinzioni. Sono d’accordo con te quando parli di biblioteche in zone rurali – in effetti, se chiudendo anche una modesta biblioteca si finisce con l’obbigare la gente a fare 50km per trovarne un’altra, allora sì, capisco (anche se l’innovazione non dovrebbe essere solo un fenomeno urbano, e non ci sono scuse per un servizio di seconda classe). Ma quando esorti a salvare tutte le biblioteche, anche quelle che non hanno più nulla da offrire, allora non sono con te. Molto semplicemente: ci sono ancora ottime biblioteche sia in Gran Bretagna che in Italia, ma ce ne sono di pessime, che non cambieranno mai. Io da dieci anni lotto per chiudere queste biblioteche moribonde, e per rimpiazzarle con delle biblioteche migliori, e con la scusa della crisi voi vorreste che io mi schierassi a loro difesa? Mi dispiace, non contate su di me.

Mi rendo conto che c’è rabbia dentro di me quando mentre disco queste cose e non so se veramente ce l’ho ancora così tanto con quelli di Save Our Libraries (che comunque nessuno sta ascoltando), o se forse, in una giornata come oggi, sentendo le notizie che arrivano, c’è qualcos’altro. Forse c’entra anche Brindisi, non lo so, ma in questo momento non mi va di fare paragoni scontati.

Passo ad altre mail ancora in lista di attesa: quella che mi rivela i vincitori della gara di poesia per ragazzi (una delle iniziative del decimo anniversario di Idea Store). Ce ne sono di bellissime – curiose, divertenti, commoventi, fantasiose – le faccio girare a tutta la squadra Idea Store, e le salvo sul mio Blackberry, per rileggerle quando sono triste.

La mail successiva è di una studentessa universitaria francese, che vuole fare una tesi sul rumore in biblioteca, e ha scelto noi tra gli esempi. Ho una mia teoria sull’argomento, allora come dirle di no?

E poi: arriva la notizia che ad Adult Learners’ Week 2012 (la settimana degli studenti adulti) abbiamo appena vinto un premio per il miglior programma di corsi di inglese per immigrati – che onore!

E ancora: un editore inglese mi chiede di fare alcune modifiche al mio proposal per il libro che sto scrivendo su Idea Store, prima di discuterne con il direttore generale – speriamo bene!

Rivedendo i pro-memoria, noto anche una mail di sollecito al Guardian, storico quotidiano inglese al quale sono abbonato. Aspetto la risposta da un loro giornalista che conosco, perché lo avevo invitato al Festival Collisioni, che quest’anno si terrà in luglio a Barolo (Cuneo), e del cui direttivo faccio parte, anche se a distanza e solo nel tempo libero (non come il direttore, lo scrittore Filippo Taricco, e la sua squadra di volontari, che ci lavorano tutto l’anno). I festival culturali proliferano in questi anni, sono il nuovo modo di stare insieme e nutrire la mente, ma Collisioni è diverso: non devi pagare un occhio della testa per andarci, la maggior parte degli eventi sono gratuiti, e nel corso di tre anni siamo passati da 5.000 a 60.000 persone, attirando nomi come Salman Rushdie, Paul Auster, Abraham Yehoshua, Alessandro Baricco, Michael Cimino e molti altri. Quest’anno ci saranno Don De Lillo, David Sedaris, Niccolò Ammaniti e Patti Smith. Ah sì, anche Bob Dylan. Ci piacerebbe che se ne parlasse anche all’estero di questo festival magico che si fa con molto poco, dove incontri artisti incredibili e impari ad apprezzare il vino e il cibo buono. Mando un’altra mail, e se non li sento, provo con un altro giornale.

E sul versante famigliare? Che prezzo si paga per una settimana così? Non lo so, dovrò chiederlo a mia moglie Emma, donna giustamente tanto esigente quanto (per mia fortuna) comprensiva – ma non oggi, domani, quando Rocco (10 anni), sarà in gita con la scuola all’isola di Wight, Izzy (14 anni) sarà a festeggiare il compleanno di un’amica, e Zaki (18 anni), sarà sul treno di ritorno per l’università di Bristol, dove riprenderà a studiare italiano e scienze politiche dopo un fine settimana a casa. A proposito, prima di partire mi manda una mail: dice che c’è molto traffico intorno al Faber Blog su Twitter, tanta gente che ne parla, tanti complimenti, e non poca incredulità nel sentire queste storie (c’è anche chi scrive dal Canada e dal Portogallo). Su tutte un tweet di una studentessa universitaria, sembra lo stia leggendo alla vigilia dell’esame di Biblioteconomia (!), spero le sia utile. Io direi che ce l’abbiamo fatta. Un’ultima mail allora: Cara Judith: missione compiuta.

E un grazie a Faber Blog, per la compagnia.

 
Commenti disabilitati Trackback Permalink | 20.05.2012
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