Chi si arrabbia ancora a teatro?

Qualche giorno fa Alessio Lega ha scritto un articolo nel quale ha raccontato il suo venticinque aprile passato nella casa che fu abitata dai fratelli Cervi e che oggi è un museo. Dalla mattina alle 9 fino alla sera ci sono stati incontri e spettacoli che si sono chiusi col concerto del Nuovo Canzoniere Italiano. Lo stesso fondato cinquanta anni fa e rifondato oggi, un po’ con quelli che lo accompagnarono nei primi anni come Giovanna Marini e Fausto Amodei, Paolo Ciarchi e Gualtiero Bertelli, e un po’ anche con Alessio che nel 1962 non era ancora nato. E non era nato nemmeno quando il gruppo arrivò a Spoleto in un imbalsamato festival e tra le varie canzoni portò in scena O Gorizia, tu sei maledetta. “Quando questa canzone venne cantata la prima volta in pubblico, nello spettacolo Bella ciao (1964) al Festival dei due mondi” scrive Alessio “in platea scoppiò un putiferio («non ho pagato per sentir cantare la mia serva», disse una spettatrice borghese alla mondina/cantante Giovanna Daffini), con strascico di denuncia penale”.

Oggi non viviamo più in un paese che va a teatro e si arrabbia per quello che vede e sente. Non si arrabbiano gli spettatori in cerca di un teatro vivo, ma non si arrabbiano più nemmeno i borghesi che si indignavano per aver sentito cantare la serva. Anche a me capita di vedere dal palcoscenico, alla fine dello spettacolo, qualche signora o signore con la faccia schifata che tiene le braccia incrociate e mi mi guarda come per dire “io non ti sto applaudendo!”, ma succede raramente. Eppure porto in scena uno spettacolo che parla di lotta armata e di tradimento di qualsiasi vincolo minimamente democratico. Dico che il carcere è un’istituzione criminale, ma che questo crimine è frutto di una gestione vecchia e paternalista della giustizia e quando (scusatemi se mi cito) come ieri scrivo “che non si può essere contro Auschwitz senza essere contro il nazismo, che non si può essere contro il manicomio senza essere contro la psichiatria e dunque non si può essere contro la galera senza essere contro il tribunale” posso non stupirmi dell’assenza di nazisti in sala, ma non capisco come mai nemmeno i giudici e gli psichiatri si sentano coinvolti.

Questo è un paese di spettatori che in mezzo secolo di televisione hanno imparato che lo spettacolo è difeso da un vetro infrangibile. Prima hanno assaggiato quel vetro nel cinema, dove, però, pur evitando l’interazione con l’attore sul grande schermo.. non si poteva evitare di entrare in relazione con gli altri spettatori. Poi, attraverso la televisione, si sono velocemente trasformati in spettatori di tutto il resto del mondo.

Spettatori di notizie e commenti, di sport e pornografia, di tutto e di più. Il vetro del televisore può essere fatto a pezzi, ma non si aprirebbe una breccia per raggiungere il teatro che si rappresenta dietro lo schermo. Così gli spettatori si sono messi l’anima in pace pensando che l’infrangibilità protegga anche loro come protegge il mondo che vedono rappresentato. Niente più insulti contro gli attori in scena, ma neanche coinvolgimento per gli spettatori in sala.

Sono bastati pochi anni e quella parete s’è alzata ovunque. Anche in teatro dove la cosiddetta quarta parete è solo una convenzione che permette allo spettatore di godere della finzione. E ovviamente è un muro che in altre tipologie di comunicazione diventa condizione indispensabile per entrare/non-entrare in relazione con gli altri. Internet è il più articolato di questi vetri infrangibili. Basta starsene in mutande e canottiera nella propria stanzetta per avere l’impressione di attraversare il mondo e soprattutto di poterlo giudicare.

Ovviamente non è sempre così. Non è stato così negli ultimi due decenni in Val di Susa, non è così in mille altre situazioni di autorganizzazione.

Perché?

Non lo so. Forse perché non basta pensare le cose, non basta dirle e guardarle, tocca farle. Fortini diceva che bisogna attraversare quattro fasi “sapere, far sapere, saper fare, fare”, me lo ricordava uno dei compagni del collettivo Precariatesia di Roma qualche anno fa durante le riprese di un documentario.

E un attore?

Un cantante?

Che cosa sanno?

Che cosa fanno?

Ci sono storie e canzoni che diventano oggetti. Sembrano più concrete dei fatti realmente avvenuti, o comunque ce le indicano in maniera da farceli ricordare e da farci ricordare quanto siano necessari.

Una canzone la ricorda Alessio Lega in chiusura del suo intervento. O forse ne indica due, perché la seconda dovrebbe essere la sua Dall’ultima galleria.

“La canzone è uno snodo imprescindibile della memoria collettiva: chi ricorderebbe oggi i 5 martiri di Reggio Emilia, senza la canzone di Fausto Amodei Compagno cittadino, fratello partigiano, chi già ricorda più Carlo Giuliani, il suo estintore, il suo sangue sul selciato? Ci sono canzoni necessarie. E questa è una storia ben lungi dall’essere finita”.

(L’articolo di Alessio Lega è in historiamagistra.it)

 
Commenti (2) Trackback Permalink | 10.05.2012
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2 risposte a Chi si arrabbia ancora a teatro?

 
Commenti
 
  1. Pingback: La formazione di un pubblico attivo | Giuseppe Vitale's Blog

  2. Giuseppe Vitale scrive:

    Io credo, caro Ascanio, che occorra occuparsi oltre che dell’allestimento dello spettacolo della formazione di un pubblico: un pubblico che si senta coinvolto e che abbia gli strumenti per intervenire. Di solito questo è delegato ai critici ma è chiaro che non è sufficiente se vogliamo arrivare ad un soddisfacente numero di repliche. Questo deve avvenire già a partire dal tema di cui lo spettacolo si occuperà. Come? Lo spiego qui: http://bit.ly/Jy8xTq