Capannoni, villette e l’arte assediata (che fine ha fatto il paesaggio?)

C’è anche l’arte assediata. Appena fuori Busseto trovo villa Pallavicino, che oggi ospita memorie e studi verdiani. Ci passò un giorno Carlo V e gli piacque a tal punto da farsi dare i disegni della pianta. È una scacchiera, con un corpo centrale e quattro laterali, pieni e vuoti con un fine dichiarato: tenere la villa, su tutti e quattro i lati, in dialogo col paesaggio, con le lontananze della Bassa padana. Mi affaccio e ho solo vicinanze. Villa Pallavicino è letteralmente circondata da capannoni e palazzine, appena al di là della peschiera.

A chi si deve l’assedio? “Alla fame”, mi rispose il sindaco di Busseto del dopoguerra. Nei primi anni Cinquanta il comune comprò la villa per quattro soldi e offrì il terreno del parco a chi voleva aprire una piccola fabbrica, un laboratorio. L’importante era dare lavoro. Vennero i capannoni e a ruota seguirono le palazzine. Villa Pallavicino è intatta ma non respira più. A Busseto oggi cercano di correre ai ripari schermando l’intrusione con una cortina di pioppi. Una piccola storia rispetto agli scempi perpetrati in tutta Italia, ma una vera lezione: paesaggio e patrimonio storico e artistico vanno visti insieme, vanno tenuti insieme, proprio come recita la nostra Costituzione. E invece siamo assediati dalle scissioni.

Ci hanno provato a Mantova pochi anni fa: non tocco nulla del centro storico, solo che dall’altra parte del lago, ma proprio in asse col Palazzo Ducale, costruisco un bel centro residenziale. Non va bene. Il nostro è un Paese fatto a mano, un Paese fatto di rapporti, rapporti tra l’opera d’arte e il luogo in cui si trova, rapporti tra gli edifici, rapporti tra il costruito e il territorio. Allora vado a documentare questi rapporti e le aggressioni che la forma–Italia ha già subito e ancora oggi subisce. Metto la camera davanti a uno dei tanti paesi storici italiani adagiati su una collina: è compatto nella struttura, nella materia, nel colore, il costruito non si espande in ogni direzione, ha una sua consistenza, una linea e una fine, un termine, e il suo rapporto con la campagna è visibile.
Se invece porto la camera fuori città, inquadro un costruito che non ha carattere e non ha limite, è una striscia continua di sobborghi, capannoni, villette, centri commerciali. Ecco un’altra storia per chi si interessa al documentario d’arte: il paesaggio che non c’è.

 
Commenti disabilitati Trackback Permalink | 4.05.2012
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