A che punto siamo…

Credo che tutti prima o poi siano curiosi di sapere come possono confrontarsi con le realtà di altri paesi, in termini lavorativi, per scoprire a che punto si trovano. Io per molto tempo ho pensato che sarebbe stato importante sapere come potevo figurare, in termini di personalità, esperienza ed abilità, in un mercato come quello Americano o Inglese.

I musicisti Italiani, a parità di condizioni,  sono peggio o meglio di quelli Americani? Apparentemente una domanda senza senso, invece è importante sapere qual’è la propria condizione professionale. Ci sono delle differenze di base, specialmente nell’attitudine. I musicisti Americani, che vogliono intraprendere una carriera professionale, pongono attenzione sulla tecnica e l’espressività con lo strumento ed in egual modo si creano un’immagine. Sanno di essere di fronte ad una concorrenza spietata ed il loro bacino d’utenza, se pur molto più grande del nostro, offrè pochissime opportunità, quindi cercano di presentarsi con tutte le doti che possono far spiccare la loro figura. Hanno una mentalità più professionale della nostra in termini di atteggiamento generale e possono accedere ad una strumentazione di alta qualità a prezzi più bassi dei nostri.Detto questo, dopo un tour mondiale di più di 160 date in 18 mesi, credo di poter affermare che a tutti manca qualcosa rispetto a noi, la nostra famosa arte del sapersi arrangiare, qualità sempre più preziosa nel fantastico mondo della globalità.

Noi Italiani sappiamo portare a casa il risultato, direi quasi sempre, siamo capaci di adattarci perchè normalmente quando suoniamo in patria troviamo situazioni disperate, spesso ben sotto lo standard e così ci arrangiamo, ci portiamo in dotazione adattatori di ogni tipo e siamo dei grandi lavoratori. Non di meno la nostra capacità nella melodia aggiunge sempre quel qualcosa in più che ci differenzia. Non sto tirando acqua al nostro mulino, sinceramente ho visto crew ed artisti di diverso livello, dal gruppo da 200 persone paganti all’artista da 100.000, ovviamente cambia il numero e la competenza delle diverse persone coinvolte, ma il modo che hanno, per la maggior parte,  è quello del lavoro, efficace però privo di “arte “.

Ovviamente ci sono eccezioni per entrambe le parti, ci sono Italiani poco appassionati ed inglesi al limite della fede per la musica, ma ciò che intendevo era legato al modo in cui qualcuno svolge il proprio lavoro, indipendentemente dalla nazionalità, aggiungendo dell’arte e passione al proprio mestiere. Io sono convinto che noi siamo in molti ad essere così, probabilmente perchè siamo passionali come popolo.

Forse tendiamo a dare troppo valore all’esterofilia, il nome straniero è sempre così chic all’interno di un cd e tempo fa anche fare semplici procedure di routine (nella produzione di un cd), fuori dai confini del paese, rappresentava un plus nella presentazione del prodotto. Secondo me quello che ci manca è solo il confronto, a costo di diventare monotono è ora di esportare, di fare conoscere la nostra musica. Possibilmente tutta e non solo alcuni generi; siamo responsabili di come ci presentiamo ad un altro pubblico, specialmente se decidiamo di cantare in un’ altra lingua. Dobbiamo essere credibili in tutti i casi, per spazzare via quella sensazione di cialtroneria che spesso accompagnia l’opinione di chi ci vede da fuori.

 
Commenti disabilitati Trackback Permalink | 25.05.2012
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