Se tutti coloro che scrivono leggessero…

Rispondo con un nuovo post a Sergio Donato, perché pone una delle domande che più frequentemente vengono rivolte a un editor di narrativa italiana. “Quanti libri scartate? Quante probabilità ci sono di essere pubblicati?”

Provo a dare un ordine di grandezza: a me personalmente – proprio indirizzati a Giulia Ichino – arrivano in media 5 mail con proposte di romanzo al giorno, 1 proposta via facebook, 1 proposta tramite agente e 2 pacchetti per posta tradizionale. Il che significa una media di 9 testi da valutare in un giorno. A cui vanno aggiunti tutti i romanzi proposti alla casa editrice senza essere indirizzati espressamente a un editor, e che comunque giungono alla mia scrivania.

Le collane di novità di narrativa Mondadori sono oggi essenzialmente quattro. Quella “letteraria”, la Sis (Scrittori italiani e stranieri), la gloriosa collana Omnibus, che esiste dal 1934 e ospita la grande narrativa di genere e di intrattenimento, la collana Strade blu, oggi destinata alla “faction”, e le Libellule, la nuova collana di testi brevi – tra le 50 e le 150 pagine – con piccolo formato e piccolo prezzo. Queste collane tutte insieme pubblicano approssimativamente una cinquantina di titoli in un anno: sono tanti, è molto impegnativo “accompagnarli” uno a uno fino ai lettori. Aumentarli sarebbe insensato.

È evidente, credo, quanto grande sia la proposta di testi rispetto alla effettiva possibilità che essi vengano pubblicati, anche presso un grande editore.

“Se tutti gli italiani aspiranti scrittori leggessero, anche, oltre a scrivere, diventeremmo finalmente un Paese di forti lettori”, si usa dire tra noi editoriali. In questa facile battuta c’è un pizzico di verità: molto spesso aprendo files e dattiloscritti che giungono in valutazione si ha la sensazione che i loro autori non si siano mai misurati con la lettura, e dunque non abbiano quel “minimo sindacale” di competenza necessaria a dar forma a un testo interessante.

Altrettanto spesso, però – anzi: sempre più spesso -, gli inediti rivelano una capacità di scrittura buona, storie ben strutturate, idee interessanti.

È un mito da sfatare quello che gli editor scartino dei testi senza averne letto una riga: per un editor trovare un buon romanzo in mezzo alla moltitudine delle proposte è il sogno più grande, la massima soddisfazione. Quale interesse avremmo a ignorare ciò che ci viene proposto?

La cosa che normalmente mi accade è di stabilire, facendo una prima veloce valutazione, se il romanzo che mi viene proposto

1) Può essere scartato subito perché assolutamente mal scritto, o incongruente per tema o impostazione con la nostra linea editoriale (per esempio: mémoires autobiografici sussultanti di emozioni, fantasy egittologico-paranormali eccetera)

2) Merita una lettura: allora scelgo tra le persone che lavorano con me la persona più adatta a quel testo (non passo un femminile frizzante al nostro lettore cinquantenne e così via. Un chiarimento, sempre per “dare dei numeri”: la narrativa italiana Mondadori ha UN solo lettore, che collabora con noi da anni. Tutti gli altri che scrivono pareri di lettura sono collaboratori che svolgono al contempo altre mansioni. Nessun libro viene mai acquisito o scartato unicamente sulla base del giudizio di lettura: l’editor compie sempre un vaglio ulteriore.)

3) Merita una mia lettura diretta perché a una prima analisi (la lettura di un certo numero di pagine) mi appare decisamente fuori dal comune: allora, acquolina in bocca, appena riesco mi tuffo nella lettura…

La cosa che invece NON posso fare, e temo nessuno editor può permettersi, è quella di rispondere in modo argomentato a ciascuno degli autori scartati, fornendo suggerimenti sul possibile editing, indicazioni sulle ragioni del rifiuto, consigli su altri editori potenzialmente interessati eccetera. Se calcolate la quantità delle proposte, capirete che riuscire a scrivere una lettera di rifiuto con qualche motivazione per CIASCUNO dei dattiloscritti che si propongono è quasi impossibile. Si cerca di farlo nella maggior misura possibile, ma nom c’è alcuno snobismo, alcuna preconcetta diffidenza nei casi in cui chi spedisce il suo testo non ottiene una risposta.

Ci sono ragioni di tempo, come dicevo fin dall’inizio, e chiaramente c’è anche un margine molto ampio di errore: ma questo vale per tutti gli attori del gioco!

Concludo con una nota di colore: per distinguersi dalla messe di proposte molti, oggi, mandano i loro inediti uniti a doni, sculture, scatolette misteriose, missive profumate… Ma credetemi, non c’è nulla, nulla che colpisca maggiormente un editor di un incipit ben scritto e folgorante!

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21 risposte a Se tutti coloro che scrivono leggessero…

 
Commenti
 
  1. eletta senso scrive:

    perfettamente d’accordo: spesso una buona dose di presunzione fa presumere di saper scrivere senza far la fatica di leggere; occorre fare indigestione di libri, i classici specialmente, per anni e anni per partorire una buona stella danzante

  2. Gianpaolo scrive:

    Per quella che è stata la mia esperienza con al scrittura, mi viene da dire che sì, leggere è fondamentale, ma dovrebbe esserlo anche per chi non intende scrivere. Il problema è che ognuno dovrebbe fare il suo mestiere e che scrivere in modo professionale non è certo per tutti, comporta fatica, studio, talento e avere qualcosa di impellente da dire. Bisognerebbe riuscire a guardarsi dentro e a valutare oggettivamente, più o meno, ciò che si scrive e chiedersi se vale qualcosa e se già all’autore viene qualche dubbio, figurarsi quelli che potrebbe venire a un lettore estraneo. L’effetto sarebbe una diminuzione esponenziale dei manoscritti orfani in cerca di improbabile editore e, forse, una maggior attenzione nella scelta dei testi che vengono effettivamente pubblicati.

  3. Claudia scrive:

    Ciao Giulia,
    Le coincidenze a volte sono incredibili!
    Domenica leggendo il Sole24ore mi sono imbattuta in un articolo dedicato a te! e così sono arrivata qua!
    Sai, i casi della vita? quando cerchi qualcosa e puff ti cade sotto gli occhi?
    Così è accaduto con te!
    E a dire la verità la tua esperienza lavorativa mi ha dato la speranza che a volte forza e determinazione premiano.
    Ed è verissimo quello che scrivi … se tutti quelli che scrivono leggessero!!
    Con la speranza che tu riesca realmente a leggere tutti i libri che ti arrivano sulla scrivania e che intasano la tua casella di posta elettronica, in modo che prima o poi potrò inviarti anche il mio!!
    :-) un abbraccio Claudia

    • Giulia Ichino scrive:

      La storia della letteratura è tutta intessuta di coincidenze. Che poi, forse, sono semplicemente imprevedibili incontri tra desideri, idee e parole.
      A presto, Claudia, e grazie. g

  4. alan scrive:

    ebbene a me è capitato di leggere quello che tu dici un libro-sogno di ogni editor. peccato che NON SONO un editor :-)
    ma ne parlavo in un altro post. l’ho fatto girare a molta gente e la cosa forte è che non conosco neppure l’autore. me l’ha mandato questa amica e se l’ho eletto a mio libro preferito degli ultimi tempi immagino la felicità di un editor nel trovarsi davanti a perle così. a te quante volte è capitato (se è capitato)?

    • Giulia Ichino scrive:

      La sensazione felicissima di trovarsi davanti a un libro “che fuga ogni dubbio” capita, con gradazioni diverse: ed è il motore primo, la ragione che spinge a lavorare con entusiasmo.
      Ovviamente alla pura valutazione estetica e letteraria si affiancano per l’editor riflessioni ulteriori, di natura per l’appunto editoriale: la collocazione del libro in una precisa collana, il suo tema, le ipotesi sulla sua ricezione da parte della critica e dei lettori.
      Ma quando si ha la convinzione di trovarsi di fronte a un vero scrittore, a qualcuno che ha delle cose importanti da dire e che ha un progetto, uno stile forte con cui dirle, una cifra personale, uno sguardo sul mondo, un’idea della letteratura… Be’, insomma: ogni volta non si può fare a meno di provare stupore e una sorta di profonda gratitudine.
      Il vero lavoro dell’editor inizia, in realtà, in quel preciso momento: trasformare le proprie sensazioni in una forza propulsiva, dare a quel preciso romanzo la veste, la forma, gli strumenti per camminare nel mondo con le sue gambe, e andare molto lontano.

  5. carlotta scrive:

    Concordo in pieno e condivido. Credo che la lettura aiuti nella formazione di una personalità letteraria, anche se la genialità della narrazione è un qualcosa a prescindere (dalla tecnica e tecnicismi).
    Ora come ora è tutto un fiorire di scrittori e scrittrici non propriamente tali, provenienti da ambiti non strettamente culturali (vedi Fabio Volo, Ibrahimovic, Ligabue, Iva Zanicchi e così via) e la cosa suona un pò strana. Io per prima rimango un tantino scettica all’acquisto di cotanto genio letterario, dribblando sui vituperati ma sempiterni classici che non ti lasciano “a bocca asciutta”. Le mie creature scribiattole devono ancora perfezionarsi ed assurgere a nuova evoluzione, per cui le terrò ancora nel cassetto, sino a quando…..

  6. Erebico scrive:

    Faccio miei i dubbi di Carlotta. È verissimo che vi sono coloro che scrivono senza alcuna competenza e vergogna, o con l’obiettivo di diventare famosi e non di scrivere bei libri. Dall’altra parte, non mancano gli editor, e gli editori, che ritengono “buon romanzo” quello che, a prescindere da ogni altro parametro, vende sfracelli da subito e fa fare loro un sacco di soldi, detto brutalmente.
    Si può obiettare che questi editor ed editori siano una parte minuscola e marginale del panorama editoriale odierno. In tal caso “inquinerebbero” una parte minuscola e marginale degli scaffali delle librerie. Ebbene, è proprio così? Ognuno può verificare con agio.

    • Giulia Ichino scrive:

      Caro erebicoazzolino,
      nessuno scrittore scrive solo, esclusivamente per se stesso. Ciascuno, scrivendo, si rivolge a un lettore, per quanto “implicito”.
      Non esiste una linea che separa “chi scrive per diventare famoso” e “chi scrive per l’Arte”. E nessuno editore sa, prima di pubblicarlo, se un libro “venderà sfracelli” oppure no.
      Esistono, al contrario, i libri. Scritti in modo più ingenuo o più originale, più imitativo o più straordinario, più “artigianale” o più “geniale”. Ma già quest’ultima è una discriminazione sottile e difficile da stabilire in modo oggettivo.
      Certamente oggi gli editori, che come ho detto si confrontano sempre con il mercato, conoscono bene il loro pubblico di base, hanno l’esperienza per valutare se un’opera possa incontrarne più o meno il gusto, e sono capaci di solleticarne i desideri più elementari. Ma anche in questo, per ogni libro c’è una storia diversa.
      E NON ESISTE “RICETTA”, STRATEGIA DI MARKETING O PUBBLICITA’ CHE TENGA: ogni libro ha la sua storia, e spesso sforzi promozionali anche ingenti degli editori non sortiscono risultati mentre libri poco visibili quando escono si tramutano poi in bestseller per i mille casi della vita.
      Noi pubblichiamo libri dal potenziale (non dalla “certezza”!) commerciale più ampio nella speranza di venderli per sostenere la parte di ricerca, di sfida, di esplorazione di nuove vie, nuovi scrittori, nuovi modi di fare letteratura.
      E, un’ultima cosa: spesso i libri “che vendono sfracelli” hanno in sé qualcosa di molto significativo. Aderirvi pedissequamente è sciocco e colpevole, non riconoscerlo e auscultarlo è profondamente snob e ipocrita.

  7. Sergio Donato scrive:

    Grazie, Giulia.

  8. Roberta scrive:

    Salve Giulia,
    veramente interessante questo articolo. Proporsi ad un editore è il passo più logico per chi volesse essere pubblicato ma, come dicevi, non c’è il tempo materiale per rispondere a tutti. Mi sono sempre chiesta quindi se esista invece un modo per essere valutati e ricevere consigli mirati rispetto al proprio modo di scrivere o al testo prodotto. Non ho mai pensato realmente di pubblicare quello che scrivo, ma dato che la scrittura resta una mia passione mi piacerebbe poter migliorare.
    Grazie mille!

  9. Andrea scrive:

    Vorrei proporre una domanda probabilmente insolita. Le è mai accaduto di imbattersi in un testo di valore che poi l’autore stesso rifiuta di pubblicare, perché desidera tutto fuorché diventare famoso?

  10. Donatella scrive:

    sui libri che vendono sfracelli sono in linea con Giulia: non si possono determinare a tavolino i gusti dei lettori. l’editore deve dare quello che ritiene giusto, perchè alla fine è un IMPRESARIO (o come si dice), insomma dvee badare al fatturato. poi c’è gente come Giulia e gli altri che ha descritto bene che fanno il lavoro di scelta delle opere più belle. e questo gli va riconosciuto come merito.

    ps: alessandro, alan, etc mi mandereste quel libro che gira in internet? la curiosità è f.a.m.e. pura e io sono sempr affamata di libri

  11. Erebico scrive:

    Sono pienamente d’accordo che non esista soluzione di continuità tra “chi scrive per diventare famoso” e “chi scrive per l’Arte”, è una dicotomia che si esprime, con esiti molto diversificati, in ogni scrittore. D’altro canto “nessuno editore sa, prima di pubblicarlo, se un libro “venderà sfracelli” oppure no” e anche “NON ESISTE “RICETTA”, STRATEGIA DI MARKETING O PUBBLICITA’ CHE TENGA” non mi pare rappresentino un’obiezione al mio commento, semmai sono fonte di frustrazione per gli editori (ed editor e consulenti editoriali ecc.) cui lì mi riferisco.
    Quanto al pubblicare libri commerciali per finanziarsi l’esplorazione di nuove vie, le cifre, i rapporti, i saggi a riguardo, dicono che la ricerca del nuovo grava principalmente sul magro bilancio dei piccoli o medio-piccoli editori (cui appunto viene epicamente associata la parola “coraggiosi”). Con voi come felice eccezione, evidentemente.

  12. rossopompeiano scrive:

    “…rimango un tantino scettica…” scrive Carlotta. Condivido il suo scetticismo. Il problema non è solo cosa arriva agli editori ma anche cosa gli editori notano, trattengono. La media dice che su 15 manoscritti, 3 sono buoni, 2 così così (bisogna intervenire, riscrivere) e il resto è da buttare. Allora la mia domanda è: perché vengono scartati anche i 3 buoni? Perché appunto non c’è il personaggio dietro (o davanti) il manoscritto, non c’è la tv, non è un giallo, non è un fantasy svedese, non c’è il chiasso ma solo uno/una che scrive bene (magari benissimo). Tuttavia non basta (più). E questo perché gli editori hanno preso la piega corrente di fare soldi e non cultura, che è diventata l’ultima delle loro preoccupazioni. Cito una frase illuminante di un editore tedesco in un convegno sull’editoria (la fonte è Repubblica) che dice: “Il bravo editore è quello che fa brutti libri che si vendono bene”. Riflettiamoci!!! I libri adesso sono pubblicati per chi legge poco o niente. Ne comprano uno all’anno ma lo comprano TUTTI, questo è il calcolo. Gli editori sono gravemente colpevoli. Noi, lettori appassionati e raffinati siamo rimasti fermi a 20 anni fa e più…. Dopo… non è successo niente.

  13. catty22 scrive:

    Diciamo che se il mercato librario non fosse oggi intasato da tutte quelle produzioni letterarie di autori impropri come dice Carlotta: Fabio Volo, la zanicchi, Arisa, ecc., che pubblicano per sfruttare la loro popolarità e basta, e non perchè ne abbiano le capacità, probabilmente molti degli autori scartati dagli editori starebbero a far bella mostra su qualche scaffale di libreria, ergo: è proprio quest’invasione di pseudo-autori a rovinare la piazza agli scrittori veri, sempre più sparuti e sempre più agguerriti al tempo stesso. Alcuni si lasciano piegare e si dirigono verso l’editoria a pagamento, altri, i più tosti, aspettano e sperano e alla fine, chi riuscirà a pubblicare nonostante tutto, sarà un po’ come il concorrente non raccomandato e bravissimo che vince i concorsi a dispetto degli iper-raccomandati ma sarà anche, poveretto, trascurato magari dalla distribuzione e dalla critica come, appunto, i non raccomandati nella PA che vengono sbattuti a Canicattì o nei posti più ingrati perchè non abbastanza protetti

    • Giulia Ichino scrive:

      Cara Cattleia,
      rinnovo la mia presa di posizione a favore di un’editoria aperta e non “normativa”.
      Che senso avrebbe non pubblicare “per principio” l’autobiografia di un personaggio noto, che interessa a molti?
      E chi decide chi sia uno scrittore e chi sia uno “pseudo-scrittore”?
      C’è spazio per tutti. E siamo NOI LETTORI a decretare il successo dei libri che lo meritano.
      Il discorso sarebbe lunghissimo, ma davvero non parlerei di “raccomandati”: al massimo di fenomeni di costume, di mode, e di un pubblico che sceglie le vie più facili alla lettura.

  14. Erebico scrive:

    Dare al pubblico tutta la “colpa” di scegliere vie facili e becere alla lettura mi sembra decisamente ingiusto. I gusti del grande pubblico si influenzano. Si influenzano, ad esempio, con la comunicazione pubblicitaria, ed è ampiamente noto quali e di quale tenore siano i titoli e gli autori oggetto delle campagne più massicce. Se è vero che c’è spazio per tutti (e secondo me non è vero), non è comunque uno spazio distribuito secondo criteri di equilibrio. Dichiarare che non si può decidere a priori chi sia scrittore e chi pseudo-scrittore è, a mio avviso, un ulteriore tentativo di scaricare responsabilità: se uno è professionalmente esperto e competente, questa valutaziona la sa fare, commettendo molti meno errori di un semplice lettore medio.
    In realtà, il cruccio editoriale che traspare più lampante dagli scaffali delle librerie non riguarda la qualità dei libri (dei testi, delle traduzioni, dei paratesti…) ma le loro brute prospettive di vendita. Allargare le braccia e affermare che nessuno obbliga a certi acquisti non mi pare intellettualmente onesto.

    • Giulia Ichino scrive:

      Io non ho mai negato che le “vendite” abbiano un peso, e ho ribadito più volte che un editore deve sostentarsi economicamente per poter esistere. Così come non ho mai detto che gli editor non abbiano strumenti professionali di discernimento su quello che leggono.
      Ma quali sarebbero i “criteri di equilibrio da seguire” per “distribuire lo spazio” editoriale secondo giustizia?
      Ti sembrerebbe “intellettualmente onesto” che qualcuno potesse stabilirli una volta per tutte?
      Gli editor sarebbero solo degli impiegati proni alla sete di profitto dell’editore?
      Io non lo credo. Credo che la situazione sia molto complessa, e che la sfida di contemperare letteratura commerciale e di ricerca, mode e sperimentazione, tradizione e rinnovamento, profitti e spirito sia il modo migliore per costruire uno spazio editoriale democratico.
      giulia

  15. Erebico scrive:

    Mi rimarrebbe un’ultima curiosità, che credo possa essere condivisibile da chi sta seguendo la discussione: quali sono, tra quelli pubblicati, i titoli classificati come “di ricerca, di sfida, di esplorazione di nuove vie, nuovi scrittori, nuovi modi di fare letteratura” scoperti da Giulia Ichino?

    • Giulia Ichino scrive:

      Sono certa che tra le decine di titoli che ogni anno pubblichiamo troverà tante scritture interessanti e coraggiose.
      Legga quelle pagine, non le righe del mio blog.
      Io sono al servizio di chi scrive, non ho la pretesa di “scoprire” nessuno, solo quella di fare il mio lavoro con la massima onestà possibile.
      giulia