“Restauro alla giapponese” alla Sistina… Così ho cominciato

La prima volta che ho fatto un documentario d’arte è stato nel 1984. Erano anni che lavoravo da giornalista in Rai, dal ’66, e mi ero occupato di tutto – di fabbrica, di scuola, di disoccupazione giovanile, di ambiente – ma di arte mai. Mi ero formato nella redazione di TV7, dove si imparava a fare inchiesta e a raccontare una storia. I miei modelli erano Enzo Biagi e Sergio Zavoli con la loro capacità di ricostruzione dei fatti, l’autonomia professionale, il giornalismo vissuto al servizio del pubblico.
In quel 1984, da responsabile del settimanale del TG1, Tam Tam, in onda in prima serata ogni venerdì, avevo a che fare con un’attualità che non era meno calda di quella di oggi, crisi economica, instabilità politica, mafia, terrorismo, tensioni internazionali. Non mi era sfuggita però una notizia: nella Sistina continuava “il restauro giapponese” delle lunette di Michelangelo con risultati sorprendenti. Allora si parlava correntemente di “restauro giapponese” e ancora oggi non è impossibile risentire questa espressione. Io sapevo che il restauro era italiano e di giapponese nell’impresa c’era la ripresa televisiva, sapevo che ogni giorno i restauratori salivano sul ponteggio seguiti da una troupe nipponica e attaccavano a lavorare una volta battuto il ciak, sapevo che in questo modo la NTV, un canale privato, documentava tutto il restauro e finiva col finanziare l’opera col pagamento dei diritti di ripresa in cambio di un’esclusiva mondiale.

Lo sapevo e mi chiedevo perché non l’avesse fatto la Rai quel lavoro che alla NTV avrebbe fruttato non poco con l’esclusiva su tutte le immagini del Michelangelo restaurato, televisive, fotografiche e cinematografiche. E mi chiedevo anche come veniva svolto quel restauro, e in che cosa consistevano i risultati sorprendenti di cui genericamente si parlava. Non si sapeva praticamente nulla, non si era visto niente in televisione, eppure a pochi passi da via Teulada, dove allora lavoravo, si mettevano le mani su Michelangelo. Mi sembrava il caso di andare a vedere. E così feci il mio primo documentario d’arte. O meglio feci un lavoro d’informazione che diventò anche un documentario d’arte, e dirò poi perché.

Non fu facile superare l’esclusiva giapponese. Ci riuscii invocando il diritto di cronaca: il restauro della Sistina è un fatto, non si può impedire di informare su un fatto di interesse generale. Mi dissero di sì, ponendomi una condizione: nessuna ripresa sulla parete a nudo, potevo solo filmare il lavoro, e le immagini degli affreschi già restaurati avrei dovuto acquistarli dalla NTV. Una condizione che non mi pesò, che usai come risorsa narrativa. In fondo il cantiere del restauro era questo: le lunette di Michelangelo sul fondo della scena, i restauratori a ridosso della parete, i giapponesi dietro di loro. E io un passo dietro ai giapponesi.

Stavamo stretti su quel ponteggio, profondo forse non più di due metri. Avevo chiesto di poter seguire le fasi salienti della pulitura di una figura delle lunette su cui Michelangelo, come è noto, ha dipinto gli antenati di Cristo, creando un campionario umano di straordinaria immediatezza, quasi delle istantanee di vita quotidiana, dal vecchio col bastone alla ragazza che si pettina alla mamma col bambino in braccio. Una pittura fatta di getto, senza cartoni, ogni lunetta in soli tre giorni. Io assistevo alla magia della riscoperta del colore ma volevo capire se si pagava un prezzo, e di quale entità, con una Sistina che passava alla luce dalle tenebre che erano state studiate e celebrate, volevo sapere se si stava perdendo qualcosa di Michelangelo.

Gianluigi Colalucci, che eseguiva direttamente il restauro, mi aveva colpito per la tranquillità con cui operava. Sapevo che veniva da una grande scuola, quella dell’Istituto centrale del restauro dei tempi di Cesare Brandi e di Giovanni Urbani. Gli chiedevo dei solventi chimici, dei tempi di applicazione, degli effetti che potevano avere nel tempo. Come si fa a esser sicuri che si toglie via solo lo sporco e non anche una velatura? Volevo sapere delle indagini fisiche e chimiche, andai in laboratorio e al responsabile, Nazzareno Gabrielli, chiesi di farmi conoscere le procedure adottate e i risultati delle analisi. Così mi ero avvicinato alla materia dell’opera, e allora il restauro diventava il tramite per raccontare come Michelangelo aveva dipinto a buon fresco le lunette. A Colalucci chiedevo ora di mostrarmi i segni di divisione delle giornate di lavoro, le tracce del pennello di Michelangelo, gli accostamenti cromatici.

Era il 1984. Oggi non vale la pena parlare di restauri, se ne fanno troppi, tutti accompagnati da un gran clamore mediatico. Pochi sono quelli indispensabili, molti inutili, alcuni addirittura dannosi. Su questo sarebbe bello accendere le telecamere.

 
Commento (1) Trackback Permalink | 30.04.2012
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Una risposta a “Restauro alla giapponese” alla Sistina… Così ho cominciato

 
Commenti
 
  1. Silvia Munari scrive:

    Sul Domenicale di ieri Lei ha acceso efficacemente la telecamera sui Civici Musei di Reggio Emilia, che rischiano di subire un intervento stravolgente. Di ciò la ringrazio; spero che altre telecamere si accendano su questa istituzione, preziosa non solo per la nostra città, e aiutino proteggerne e promuoverne in modo equilibrato e rispettoso il valore storico e culturale