Occultare o mostrare? (Sul raccontare scioperi e quadri)

Quando sono davanti a un’opera d’arte dove metto la camera, che cosa inquadro e come la inquadro? Sul ponteggio del restauro nella Sistina, di cui ho scritto ieri, non avevo questo problema, perché non inquadravo gli affreschi ma l’azione sugli affreschi, la stesura del solvente, l’applicazione e la rimozione della carta giapponese, in fondo continuavo a fare il mio lavoro di reporter, raccontavo che cosa accadeva nel cantiere. Ma se devo riprendere Michelangelo che faccio? La prima cosa che ho lentamente imparato è che l’opera d’arte è terribilmente fotogenica, più la inquadri più è bella, i primissimi piani degli Ignudi sistini sono sconvolgenti come i putti dei troni e i passaggi di colore nelle vesti dei Veggenti. Se vai nei dettagli di una tavola quattrocentesca trovi dei mondi, vedi che il corteo dei magi di quinta, in campo medio, si svolge in un paesaggio minutamente descritto nelle rocce, nel prato, nei rami degli alberi, nelle foglie contornate da un controluce dorato; e sul fondo del corteo c’è una città turrita, affacciata sul mare, con il porto e le barche dalle vele ben delineate.

In questa immensità ti perdi, e allora è meglio resistere, non abusare ma usare l’occhio fotografico per mostrare quello che sfugge all’occhio umano, in quanto così si aiuta a capire l’opera. Restituire la bellezza di un quadro badando all’essenziale. Un esempio: vado in un piccolo museo di un paese sulla strada tra Firenze e Prato, San Donnino, il paese noto per contare più cinesi che toscani. Un piccolo museo, di quelli che vanno salvati anche se hanno un numero irrisorio di visitatori perché, con il paesaggio e i centri storici, fanno il tessuto connettivo del nostro patrimonio. Tra le opere conservate nel museo d’arte sacra di San Donnino c‘è un’Annunciazione su tavola di primo Quattrocento con un particolare che segna l’opera e rivela il suo autore: il pavimento della stanza in cui è ambientata la scena sacra, un pavimento che evoca la maiolica portoghese, l’azulejo. Un dettaglio “fotogenico”, non c’è dubbio, ma lo valorizzo non tanto per la sua bellezza quanto perché mi parla del pittore, Alvaro Pirez, un portoghese attivo tra Prato, Pisa e Firenze, che con quel pavimento confessa la nostalgia per il suo paese.

Racconto un quadro mentre una volta raccontavo uno sciopero, più comodo ma altrettanto impegnativo. Così, da documentarista d’arte, non faccio che continuare nel mestiere d’informare: si tratta sempre di dare al pubblico gli elementi che gli permettono di decifrare una storia. Vado al Bargello per filmare il secondo David di Donatello, quello in bronzo, nudo pressoché integrale, solo un copricapo, un elmo circondato da una corona d’alloro, e alti calzari istoriati. Nella mano sinistra il sasso con cui ha abbattuto il gigante, nella destra la spada con cui lo ha decollato, tra i piedi la testa di Golia e attorno, a far da base, la corona della vittoria. Riprendo la figura intera e nei dettagli. Ma come? Quella scultura Donatello l’aveva posta, in casa Medici, su un basamento alto tre metri perché fosse vista dal basso. Ma al Bargello sta su un basso piedistallo, quindi, per inquadrarla, non ho che una posizione frontale. Allora entro a Santa Trinita dove nel transetto di destra trovo un affresco del Ghirlandaio con David vittorioso in cima a un’altissima colonna, così posso dare un’idea di una visione in abisso.

Vado a Piacenza, nel Duomo. Sono attirato dalla potenza dei pilastri cilindrici. Poi scopro, incassate su alcuni dei ventisei pilastri, delle formelle, dei riquadri a bassorilievo: qui due donne che tagliano una pezza di stoffa, lì un uomo impegnato al tornio con una ruota, su un altro pilastro un calzolaio nella sua bottega dove fanno bella mostra scarpe già pronte, su un altro ancora un panettiere che sta per infornare i pani. Scene di lavoro dentro una cattedrale, un unicum in assoluto, e risalgono al 1150 circa. E tutta la chiesa è un museo di scultura romanica. Solo che è interamente avvolta, anzi stravolta da una decorazione di fine Ottocento che aveva lasciato di sasso i poveri fedeli che vi entrarono dopo anni di impietosi interventi. E allora? che si fa? si occultano o si mostrano? Qui il problema non è come inquadro ma se inquadro. Un bell’interrogativo, che purtroppo non riguarda solo Piacenza.

 
Commenti disabilitati Trackback Permalink | 30.04.2012
Condividi:

I commenti sono chiusi.