Nella fucina dell’editing

«O frate», disse, «questi ch’io ti cerno
col dito», e additò un spirto innanzi,
«fu miglior fabbro del parlar materno.

Versi d’amore e prose di romanzi
soverchiò tutti; e lascia dir li stolti…

Purgatorio XXVI, 115 ssg.

La voce è quella del “lussurioso” Guinizelli, che addita a Dante Arnaut Daniel, “il miglior artefice del volgare” (il parlar materno, in opposizione alla grammatica, cioè al latino)… Oltre a proclamare coraggiosamente la superiorità morale e letteraria del volgare, lingua sensibile e duttile, capace di dar vita a grandi opere letterarie, Dante si serve in questi versi di una metafora estremamente significativa: quella del fabbro.

Secoli dopo, nel 1922, citando Dante, T.S. Eliot porrà questa dedica in epigrafe alla sua Terra desolata: a Ezra Pound, il miglior fabbro.
In una intervista, Pound dirà poi di aver compiuto sul testo dell’amico Eliot una “caesarean operation”, riferendosi ai numerosi tagli che aveva suggerito e che cambiarono in modo radicale il poema.

Un fabbro, uno che entra nella rovente fucina creativa.
Un ostetrico, che affonda un bisturi più che mai amoroso nel ventre gravido per estrarre la creatura piena di vita che vi è racchiusa.

Queste immagini, lungi dal voler apparire presuntuose, mi servono per definire quale sia lo spirito con il quale io, come editor di fiction, vorrei sapermi accostare ai testi e agli autori dei quali mi occupo.

Per offrire a uno scrittore un lavoro davvero utile, un editor deve senza dubbio fare appello ad alcuni strumenti “tecnici” di base – dalle semplici norme redazionali alle nozioni narratologiche alle “regole” dei generi letterari –, ma non deve in alcun modo ritenere di essere depositario di una “ricetta”, di una verità, di una correttezza che vada al di là di quella ortografica. Già sulla grammatica e sulla sintassi la volontà dell’autore, la sua eventuale decisione di uno scarto rispetto alla norma, va rispettata o perlomeno discussa con lui prima di una correzione.

La prima attitudine “accesa” in un editor deve essere quella dell’ascolto.
A cui dovrebbe unirsi una sorta di camaleontico scivolamento dell’editor verso lo sguardo di chi scrive: quel tipo di empatia che si prova tutte le volte che si ha il privilegio di avvicinarsi alla verità – per quanto folle e transitoria – di qualcuno o di qualcosa.
L’editor deve riuscire a provare una forma di ammirazione e di rispetto profondi per la scrittura dell’autore, anche se “a mente lucida” non ne condividesse quasi nulla.
L’editor deve proporre ogni sua osservazione pronto a sentirla accettare con entusiasmo come respingere con sdegno: deve essere un vero specchio, attraverso il quale lo scrittore rilegge se stesso e vaglia la propria volontà creativa, parola per parola.
In questo senso, spesso per un editor l’esperienza più gratificante è trovarsi di fronte a un autore che rifiuta molti interventi, con sicurezza e argomentando le proprie scelte testuali: significa che chi scrive ha una precisa visione di ciò che sta facendo, ha un orizzonte estetico chiaro, ha già “dibattuto con se stesso” ogni riga.

L’editor deve provare a porsi come un analista: nel senso freudiano dell’analisi come interazione NON tra una persona malata ed una sana, bensì tra due personalità, ognuna delle quali è costituita da un Io che vive tra le opposte esigenze dell’Es, del Super-io e del mondo esterno.
In questo senso, l’editor deve permettere che tra l’autore, il testo e lui stesso si instaurino sia un transfert “amoroso” sia un controtransfert carico di negatività: entrambi largamente inconsci ma forieri di una forza conoscitiva importante.
Sempre per attingere in modo puramente suggestivo al linguaggio psicanalitico, se l’editor è in grado di offrire all’autore una base sicura di osservazioni

-    ragionevoli,
-    partecipi,
-    non distruttive, manipolative, cogenti
-    in grado di valorizzare la sua personalità,
-    capaci di farlo riflettere sulle proprie intenzioni creative e sulla loro realizzazione formale
-    e capaci di limitarsi, fermandosi quando il lavorio sul testo tende a tramutarsi in un accanimento fine a se stesso

allora il lavoro sul testo ha un effetto positivo e fecondo.
Allora la volontà creativa dell’autore incontra lo sguardo intelligente di un lettore suo alleato, e si rafforza.

Allora si evitano tutti i rischi spesso paventati dalle “leggende metropolitane” sull’editing: testi “riscritti” dall’editore in base a non si sa quali ricette narrative di sicuro effetto, pagine arditamente sperimentali normalizzate con violenza da editor cruscanti, romanzi plagiati, snaturati, uniformati…

Vi prego, non credete a questo tipo di mitologia negativa.
La cosa peggiore che un editore possa fare a un suo autore e ai testi che pubblica è anche la più semplice e meno costosa: non fare niente. Limitarsi a prendere i manoscritti che gli vengono proposti, comporli, stamparli e mandarli in libreria.
Un editore degno di questo nome – che faccia opera di scouting e di ricerca, che abbia editor-maieuti in grado di sollecitare negli autori nuove idee e di accompagnarli durante il percorso di scrittura, che curi con professionalità ogni libro secondo le necessità dei generi e delle opere – rispetta nel modo più alto la propria vocazione e la personalità dei propri autori, sua risorsa prima e irrinunciabile, di inestimabile valore.

Detto tutto questo, nel seguire la nascita dei romanzi e nel metterne a punto la forma definitiva, tra editor e autore si crea un rapporto anche umanamente strettissimo, carico di attese e di emozioni. Che vivono un momento-chiave quando il libro rescinde il proprio “cordone ombelicale” sia con l’autore sia con l’editor, viene pubblicato e va per il mondo.
Le reazioni che il libro suscita nei suoi lettori, i suoi risultati di vendita, l’intero percorso della sua ricezione sono per autore ed editor passaggi entusiasmanti ma anche “scorticanti”, perché a quel punto gli sguardi sul testo non sono solo due, ma un’infinità, con tutta l’impudicizia e anche a volte la stupidità che si accompagna ai giudizi umani…

La vita pubblica del libro spesso mette a rischio i rapporti tra editor e autore ben più che le accese discussioni sull’editing. Dirò una cosa un po’ ardita, ma è come quando una giovane coppia nella fase più “fusionale” del proprio rapporto rientra da una vacanza su un’isola lontana – tutta intessuta di sogni, proiezioni, progetti – e comincia a vivere normalmente, confrontandosi con altre persone, impegni pressanti, piccole o grandi delusioni, gelosie, cambiamenti, sorprese.
Quello tra l’editor e l’autore, tra l’editore e l’autore, somiglia spesso – giusto o sbagliato che sia – a un rapporto coniugale, per l’investimento emotivo e l’orizzonte di attese che si stabilisce tra le parti, per la quantità di proiezioni reciproche, per la violenza delle reazioni che seguono a una delusione, per l’appassionata faziosità che nasce e che l’editor ha il dovere di controbilanciare con equilibrio e onestà.
Si tratta di un’alleanza delicatissima, che viene “ri-contrattata” con il passare del tempo: una delle avventure più coinvolgenti, difficili e belle del mio mestiere.

Il fatto che la relazione editoriale sia a volte più forte – in termini di consapevolezza, di gratificazione, di sviluppo di idee – di molti passi successivi della vita dei libri è una delle esperienze più importanti che prendono vita tra le pareti di una casa editrice.

 
Commenti (8) Trackback Permalink | 7.04.2012
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8 risposte a Nella fucina dell’editing

 
Commenti
 
  1. Eugenio scrive:

    La sinergia con l’autore dve’essere stimolante ma non va perso molto, anzi moltissimo, del fascino che legava scritture come quella del Verga o di Melville o di Svevo (onestamente bruttine) con la personalità del romanzo? Si rischia così di essere in due a scriverlo, o comunque di avere fatto non una semplice opera di scouting onesta ma una specie di fotoritocco. E questo contrasta con tutte le belle parole spese sulla letteratura. Dante aveva rivisto sé stesso e tutti i grandi capolavori della storia non hanno avuto degli editor. Eppure oggi più che mai la librerie sono piene di fuffa. E’ giustissimo ciò che dici, Giulia, quando parli di possibilità per tutti e pluralità di espressione, ma io credo alla possibilità per tutti come credo ai marziani e la pluralità di espressione ci sta quando la selezione è veramente severa e non snatura la ‘voce’ dell’autore. Ma è il parere di un’inesperta, che al vedere un eBook e provando a leggerlo senza pregiudizi (!) si è chiesta quanti superego, con l’autopubblicazione, faranno precipitare la letteratura a ruolo di semplice vetrina, autopromozionale. Neanche stampatura, perché quella sarebbe una cosa perfino troppo ‘alta’, avendo sede nell’invenzione insostituibile di Gutenberg.

    • Giulia Ichino scrive:

      … se parli di editing come di un “fotoritocco” e di snaturamento della voce dell’autore devo essere stata proprio poco chiara! Il mio intento era di dimostrare esattamente il contrario…
      Avrei avuto bisogno di un buon editor? :-)
      giulia

  2. Eugenia scrive:

    Errata corrige: my name is Eugenia :-)

  3. Anna D'Elia scrive:

    Ho un grande desiderio: rivolgermi a te, fabbro e ostetrica, e averti quale mio editor. E’ del tutto impossibile? Vorrei provarci. Anna

    • Giulia Ichino scrive:

      … be’, Anna, sono lusingata. E non mi sembra un desiderio tanto ardito. Mandami il tuo romanzo a Segrate (Narrativa italiana, IV piano, Palazzo Mondadori, 20090 Segrate – Mi) e ne parleremo!
      Buona Pasqua e un saluto affettuoso,
      giulia

  4. Genni scrive:

    Ciao Giulia, grazie per questa settimana intensa e ricchissima di spunti, sei stata proprio una bella scoperta e spero tanto di continuare a leggerti in qualche dove sulla rete. sono Genni, la libraia, ti ho inviato un sms su fb. Carissimi saluti, di nuovo grazie e buonissima festa.

  5. Alice scrive:

    Scrivi che “non mi sembra un desiderio tanto ardito. Mandami il tuo romanzo a Segrate (Narrativa italiana, IV piano, Palazzo Mondadori, 20090 Segrate – Mi) e ne parleremo!” e rischi di essere travolta più di quanto tu già non lo sia.
    Sei la numero Uno!! :-) :-) :-) :-)
    Ma quanto ci vorrebbe per avere una risposta?

    • Giulia Ichino scrive:

      Per la risposta, abbi e abbiate tutti un poco di pazienza. Un mesetto o due, ma in qualche caso anche di più. Non per cattiva volontà, ma per oggettiva impossibilità di valutare ogni proposta nel momento del suo arrivo.
      Un caro saluto e a presto, g