Le nostalgie di un’editor (ovvero: dei classici come profumo di caffè macinato)

Qualche sera fa ero a cena con un amico che di mestiere fa il “naso”: si occupa cioè di profumi, dell’arte un po’ alchemica di combinare essenze, cristalli, aromi (mi perdonino lui e i suoi colleghi per le imprecisioni) al fine di produrre profumi destinati all’industria cosmetica, a quella sanitaria eccetera. E’ lui che mi ha svelato – quanto sono ingenua vittima del capitalismo avanzato! – che spesso il profumo di biscotto appena sfornato che promana dalle confezioni di dolci comprate al supermercato deriva in realtà da un additivo chimico, un aroma aggiunto al prodotto, e non è il frutto naturale del processo di preparazione. Ed è lui che mi ha rivelato cosa fanno i “nasi” quando, dopo qualche ora di lavoro con le essenze più disparate, hanno la sensazione di aver perduto l’orientamento olfattivo: odorano polvere di caffè. O anche, semplicemente, fanno un giro alla macchinetta e ne bevono uno nella tazzina di plastica. Gli basta per ritrovare la neutralità e poter riprendere a lavorare.

Ecco, credo che poter rileggere (o leggere!) un classico assaporandolo fino in fondo faccia all’editor, eternamente stimolato dai mille odori che provengono dagli inediti tra cui scegliere e dagli aromi incessantemente sfornati dal mercato editoriale, un effetto un po’ simile. Senza con ciò idealizzare i libri “che altri, in passato, hanno scelto di pubblicare”, potersi abbandonare a una lettura pura, se mai essa esiste, è un esercizio benefico.
Ricordo con nostalgia i tempi – che non ho abbastanza sfruttato – in cui avevo qualche serata, o una porzione di vacanza, o un lungo viaggio in cui portare con me volumi segnati dal tempo, estratti dalla libreria di casa, e potevo immergermi nella lettura con piena e assoluta sospensione non solo dell’incredulità, ma anche di qualunque pensiero editoriale. I tempi in cui godevo del piacere – o sperimentavo la noia, o il disappunto che preludevano in me, lettrice infedele, all’abbandono –, del piacere grande della grande letteratura. O anche solo di un giallo divorato con sollucchero in due ore di beato distacco dalla realtà.
Senza studiare la copertina dalla grafica antiquata ma elegante, senza sorridere per il prezzo in lire, senza leggere con divertimento i paratesti un po’ datati, senza temere che la traduzione fosse malfatta e avere l’istinto di segnare i refusi sul lato della pagina. Senza, soprattutto, avvitarmi in mille pensieri sul percorso che ha portato quel libro che tenevo tra le mani a diventare un classico, a entrare nel canone, senza provare a ripercorrerne il processo di scrittura e pubblicazione e indovinarne i primi passi nel mondo editoriale. Senza chiedermi che cosa faremmo oggi, in casa editrice, se ci arrivasse un romanzo così.

Lo so, lo so che dovrei. Lo so che mi farebbe solo bene, ogni tanto, smettere di leggere dattiloscritti inediti di ogni provenienza e natura, e dedicarmi a una lettura di questo tipo. O alla lettura di un libro straniero – io che finisco per leggere quasi solo italiani –, e magari di quelli meno noti che con i loro richiami discreti mi affascinano dagli scaffali in casa degli amici, dai banchi laterali delle librerie, dagli strani percorsi su internet che capita di fare: mi chiamano, sirene timide, e mi sussurrano delle gioie segrete che potrebbero regalarmi.
Ma ecco, squilla il telefonino ed è un agente, una persona deliziosa e amica, che mi propone in modo accorato il romanzo di un autore sul quale desidera una risposta al più presto. Mentre gli parlo, scarico la mail ed ecco tre lettere che propongono testi per la pubblicazione, e altre tre di sollecito – com’è possibile che ancora lei non abbia una risposta, gentile dottoressa!, sono passati più di tre mesi… –, la collega Anna entra nel mio loculo-tra-i-loculi dell’open space carica di pacchi da aprire, entro sera devo scrivere due risvolti di copertina, alle sei devo uscire per la presentazione di un “mio romanzo”… E tra poco è Pasqua, e mi sono ripromessa di dedicare almeno un paio di giorni al mio bambino senza che mi chieda con la faccia imbronciata e paziente “Mamma, stai ancora leggendo?”. Come se la lettura fosse qualcosa che sottrae alla vita-vera: mentre io voglio insegnargli che la rende migliore, incommensurabilmente.
Insomma, ho capito. Vado alla macchinetta del caffè di Segrate e ne bevo uno doppio. Come editor, meglio pensare alle urgenze. Se facessi il “naso” potrei essere fiera di me.

 
Commenti (3) Trackback Permalink | 2.04.2012
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3 risposte a Le nostalgie di un’editor (ovvero: dei classici come profumo di caffè macinato)

 
Commenti
 
  1. laura randazzo scrive:

    Però quante storie, quanti mondi, quanti personaggi insoliti ed inaspettati incontri in quelle pagine che sfogli e leggi… Senza l’impegno del tempo che corre sarebbe un bel mondo in cui vivere! :)

  2. Anna scrive:

    Ma puoi-devi esserlo comunque fiera di te!!!

  3. Marco Soccol scrive:

    Ciao Giulia!
    Scrivo semplicemente per dirti che leggere i tuoi post appassionati e ricchi di sincerità e esperienze personali è davvero bello e stimolante e di questo ti ringrazio.

    In bocca al lupo per tutto e… buon lavoro!