Editor?

Dunque: io sono editor in una grande casa editrice.
Confesso che, prima di trovarmi a fare a tempo pieno questo bellissimo mestiere, forse non avrei saputo dire esattamente in che cosa esso consista. Provo a farlo brevemente qui, in via preliminare e mai completa, partendo dalla parola inglese  che lo identifica.
Come ho già avuto occasione di osservare, mi angustia un po’ il fatto che noi italiani non abbiamo coniato una parola per definirlo: ma forse questo dipende dal fatto che si tratta di un mestiere strano e sempre “di confine”, un avamposto tra le idee, le storie e la realtà. Editor, in origine, era per la lingua inglese colui che si occupava dell’editing sui testi giornalistici: un redattore, insomma, capace di dare al testo una forma innanzitutto corretta, di fornirgli magari un titolo, di indirizzarlo alla pubblicazione. Questo strettissimo legame con il testo, con la semplice e miracolosa catena di parole che lo compone, mi sembra essenziale anche adesso che la parola editor si riferisce a un insieme di funzioni più ampio e complesso.

L’editor, in una casa editrice italiana di oggi, è colui che sceglie i testi da pubblicare: dunque legge, seleziona, e poi segue il testo nelle fasi della sua confezione fino a dargli il titolo, la copertina, l’aspetto concreto che lo renderà “libro” per il mondo là fuori. L’editor è una figura di dialogo, un intermediario tra gli scrittori e la casa editrice, tra la casa editrice e il mondo dei lettori, tra il silenzio e le voci.
L’editor deve essere infinitamente umile e capace di ascolto e insieme molto determinato e coraggioso nel sostenere i testi in cui crede. L’editor non può rinunciare al proprio gusto – senza il quale sarebbe davvero senz’anima – eppure deve sapersi stupire, deve conoscere il passato e guardare con fiducia al futuro che in ogni nuovo testo apre uno squarcio di possibilità. L’editor sa di poter sbagliare ogni giorno, ma sa anche che questa fallibilità è la sua forza: perché solo procedendo, in buona fede, per errori e illuminazioni si costruisce un percorso degno di senso.
L’editor, in una casa editrice di oggi, non può fare a meno di confrontarsi con il mercato, e con la dimensione industriale dell’editoria libraria. Ma può cercare di non farsi avvilire e svilire dalle classifiche e dai conti economici che fanno sentire le loro perentorie ragioni: può considerare tutto questo una sfida, lo spazio di un confronto con il mondo – un luogo dove c’è spazio per ogni testo di valore, perché ogni grande successo commerciale rende possibili tante sfide apparentemente inattuali, perché ogni nuovo lettore conquistato è ragione di speranza in una nazione più consapevole e attenta, perché la grande letteratura merita sempre di far sentire la sua voce ma spesso anche le pagine di “puro intrattenimento” sono frutto di un lavoro artistico di livello molto alto.
L’editor ausculta i gusti dei lettori per soddisfarli e al tempo stesso lancia nuovi segnali: e la maggior soddisfazione è quella di sentirli raccolti da chi legge, di aprire mondi possibili.
L’editor lavora nell’ombra. Fa il lavoro paziente della levatrice, abituata a lenire i dolori del parto, a scorgere nella sua materialità assoluta lo spirito di un respiro che nasce; fa il mestiere del fabbro, che non teme le altissime temperature e lo stridio del metallo perché una lama assuma la sua forma; fa il lavoro tenace dello sherpa, che porta sulle spalle i viveri perché la vetta sia raggiunta.
L’editor è un funzionario, con tutti i limiti di uno stipendiato che deve portare dei risultati al suo datore di lavoro. Ma è un funzionario con una “delega d’immaginazione” del tutto fuori del comune: il suo datore di lavoro premia in lui la fantasia, l’intraprendenza, la visione, la capacità di coagulare intorno alla casa editrice energie vive.

Ecco, mi sono lasciata prendere da un lirismo decisamente ridicolo. In quanto editor di me stessa biasimo l’afflato eroico delle righe che ho appena scritto. Eppure penso che le affiderò alla Rete, perché spero che trasmettano il senso di un lavoro compiuto con umiltà e onestà, oltre che con la acuta consapevolezza di una responsabilità: benché oggi viviamo nell’epoca in cui chiunque può auto-pubblicare la propria opera, la scelta di un editore resta un gesto non insignificante nella produzione di cultura e nella creazione di un orizzonte, nella possibilità di definizione di un nuovo “canone”.
E’ con questa responsabilità grande che facciamo i conti ogni giorno quando discutiamo dei libri in casa editrice.
D’ora in avanti, però, bando al pathos. Cercherò di raccontarvi le mie giornate di editor con un po’ di humour. Ecco: due parole inglesi in una frase sola.
Che mi offrono lo spunto per dire una cosa importante: io mi occupo di narrativa italiana, non di narrativa straniera, non di saggistica eccetera. Il lavoro che vi racconto è questo: quello di chi legge romanzi italiani inediti e si occupa di pubblicarli, siano essi scritti da grandi autori già noti o da esordienti assoluti.  Per alcuni versi, un “grado zero” dell’editoria: lavoro con opere di finzione (nessun parametro misurabile di realtà all’orizzonte) che per la prima volta vedono la luce grazie al percorso in casa editrice. Un utile terreno di esame – dall’esterno – e di continua “autocoscienza” – per noi addetti ai lavori –, e anche un campo su cui gravano pregiudizi, ansie, rabbie e sogni. Vi invito a farmi domande o a propormi vostre considerazioni, se lo desiderate, perché sarò felice di aprire tutte le porte del mio “laboratorio editoriale”.

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11 risposte a Editor?

 
Commenti
 
  1. Sergio Donato scrive:

    Ciao, Giulia. Buongiorno.
    Se ti chiedessi quale rapporto di grandezza c’è tra i manoscritti ricevuti e quelli accettati?

  2. jessica scrive:

    a me è piaciuta invece MOLTO la parte che hai definito eroica, forse mi piace il lirismo. ma la mia domanda è: in base a quali parametri scegli un libro e soprattutto quante letture devi dare a un testo per capire se vale davvero?? (o lo riconosci subito? non so, ipotizzo, perché immagino il volume di testi in entrata)

    • Giulia Ichino scrive:

      Grazie, Jessica!
      Magari cercherò di rispondere alla tua domanda – che pone temi fondanti per il lavoro editoriale – in un post più argomentato. Ma ti dico sin d’ora che se un romanzo è convincente, è “bello” (uso questo aggettivo col tremore di chi sa di non potersi ergere a giudice della Bellezza, in realtà), o comunque merita di essere pubblicato, questo lo si vede spesso alla primissima lettura.
      Certo, ci sono casi nei quali si hanno dei dubbi: ma allora più che rileggere molte volte un medesimo testo lo si fa leggere ad altri e se ne parla, si incrociano i giudizi, si discute anche molto accesamente.
      I famosi “mercoledì dell’Einaudi” – mitici momenti di incontro e discussione tra i grandi intellettuali che lavoravano intorno alla casa editrice torinese – si svolgono in realtà quotidianamente anche nella nostra casa editrice. Dove, cercando di bandire ogni preconcetto e di valorizzare la molteplicità di sguardi, di gusti, di proposte discutiamo con fervore ogni libro.

  3. Elly scrive:

    L’idea di grado zero dell’editoria è affascinante, però prima di te penso che ci siano parecchi anelli di una lunga catena. O leggi anche gente che non arriva da agenzie e altri canali?
    Parli di “pregiudizi, ansie, rabbie e sogni”, ce ne sono davvero così tanti? E qual è la loro ragione?

    • Giulia Ichino scrive:

      Carissima Elly, in realtà no: “prima di me” non c’è una catena di persone che facciano da filtro dei testi potenzialmente pubblicabili, se intendi questo. Io sono facilmente reperibile in molti modi, da facebook e twitter a una semplice chiamata al centralino della casa editrice, e cerco di passare al vaglio personalmente – per una primissima valutazione – tutto ciò che arriva.
      Ovviamente non “faccio tutto da sola”: sia nel senso che sono circondata da collaboratori di straordinaria bravura, sia nel senso che ogni scelta editoriale è a suo modo una scelta collegiale, discussa e condivisa con il direttore editoriale, con gli altri editor e con tutti coloro che lavorano alla pubblicazione dei libri. Le “istanze implicite” dell’ufficio stampa, del marketing, dell’ufficio commerciale – come anche quelle della comunità letteraria – sono sempre presenti alla mente dell’editor mentre lavora. Un po’ come un Superio sempre attivo che dialoga con le pulsioni più istintive e profonde, le mitiga, le vaglia…
      Quanto ai sentimenti positivi e negativi, ma tutti sempre molto intensi, che accompagnano la sorte di un libro, edito o inedito – bè, le loro ragioni sono legate al fatto che ogni opera narrativa è davvero un “figlio” per chi la ha scritta. Una creatura nella quale l’autore riversa energie, idee, cura, un’intera visione del mondo, e per la quale parteggia con la amorosa partigianeria propria di un genitore, con la giusta e anche violenta determinazione di chi crede nei propri progetti. Io sono felice di incontrarmi e anche scontrarmi con persone che hanno un’idea estetica forte, un progetto plasmato con passione. La maggior delusione per un editor è scoprire scrittori tiepidi e malsicuri, pronti a qualsiasi cosa pur di essere pubblicati.

  4. laura randazzo scrive:

    Molto bella la parte in cui definisci ogni opera un “figlio”: quando si scrive si mette un pezzo d’anima in quella storia, è come donare qualcosa di sè agli altri… il problema è che non è detto che sia un “buon” pezzo!

  5. jessica scrive:

    che bella risposta, grazie, sei una persona molto profonda e si vede quanto hai passione nelle tue cose. chapeau!

  6. Paolo Venturini scrive:

    Non avere un filtro che sta sopra di noi è utilissimo a mio parere. Non so niente di editing, sto imparando un mondo leggendo questi post, quindi deduco che leggere per prima sia un piacere irrinunciabile.
    Io poi non ce la farei a leggere a computer, devo farlo sulla carta e appena posso – boschi permettendo – stampo tutto.

  7. Camilla Pelizzoli scrive:

    Gentile signora Ichino,
    sono arrivata a leggere i suoi articoli per caso e non potrei esserne più felice, perché quello che vorrei fare “da grande” (un momento che sento avvicinarsi sempre di più) è proprio l’editor. Non le sto a dire che problemi incontro quando tento di spiegare ai miei amici che professione sia effettivamente – li ha spiegati bene lei con questo articolo.
    Volevo approfittare della sua gentilezza per chiederle qualche consiglio su come arrivare a svolgere la sua professione. Ad esempio, leggo nella sua biografia qui su Faberblog che ha cominciato a lavorare per Mondadori durante la laurea: come ha fatto? Inviando curriculum oppure mediante stage universitari, o attraverso altre vie?
    Io ora come ora sono una matricola di Lettere Moderne e sto cercando più informazioni possibili a riguardo.

    La ringrazio in anticipo e mi scuso per il commento un po’ lungo,
    Camilla

    P.S. il suo “afflato poetico” non è ridicolo, rende perfettamente quanto lei sia innamorata del suo lavoro! L’importante è che non permetta ai “suoi” scrittori di metterne troppo nei loro romanzi ;)

    • Giulia Ichino scrive:

      Cara Camilla,
      il suo post scriptum è perfetto e delizioso! E’ uno dei consigli che cerco di dare a me stessa ogni giorno…
      Quanto alla sua domanda, cerco di risponderle in un breve post.
      In ogni caso, abbia molta fiducia nel futuro e nelle sue capacità – ma non “mitizzi” il lavoro editoriale, che è fatto anche di molta fatica e delusioni. Guardi avanti, e sono certa che giungerà a fare un lavoro perfetto per lei.
      In bocca al lupo, con un po’ di invidia per i bellissimi anni di studio che la attendono,
      giulia