Della flessibilità giusta come lievito culturale

Rieccomi, dopo la carrellata dedicata ai volti che mi circondano in casa editrice, per parlarvi di qualcosa che mi sta particolarmente a cuore.

Sono i miei colleghi più stretti, i miei collaboratori, coloro che con me condividono ogni giorno non solo il viaggio sulla navetta e il caffè della macchinetta ma anche emozioni e ansie, nottate di lavoro e giornate di fatica, trepidazioni, gioie, soddisfazioni, libri.

Ci sono i colleghi editor, quelli della mia generazione – alcuni rimasti in Mondadori, altri migrati altrove ma tutti presenti al mio cuore –, che lavorano con me o alla narrativa straniera, alla saggistica o al paperback eccetera; ci sono i desk editor, caporedattori e redattori capaci di una tenacia, un self control e una creatività ammirevole; ci sono i correttori di bozze, e ancora…
Sono Laura, Marilena, Mario, Serena, Carlo, Federica, Chiara, Helena, Federico, Fabio, Marco, Mattia, e poi Nicoletta, Francesca, Margherita, Susanna, Alessandra, Michele, Valentina, Manuela, Gabriele, Paolo, Marzia, Gabriella, Mario, Elena, e potrei andare avanti a lungo: ci tenevo a dire qualche nome, perché sono persone che non si risparmiano, e che in molti anni o pochi mesi di lavoro comune sono stati in grado di crescere professionalmente moltissimo.
Persone che, sempre, mi insegnano qualcosa.

Persone che incarnano nella loro esistenza quotidiana la massima tenacia con la massima flessibilità.

Sì, perché ogni libro è diverso dagli altri, e per ogni libro – anche nell’ambito relativamente concluso della narrativa – sono chiamate in causa professionalità differenti.
Un romanzo storico ambientato nella Roma antica richiede un redattore con la formazione del classicista; un thriller giudiziario richiede un correttore con un poco di dimestichezza in quel campo; un autore che lavori in modo magmatico e confuso richiede un desk editor che con pazienza e decisione lo riconduca a un minimo ordine; un insicuro cronico non può essere soverchiato da un redattore troppo brusco e necessita di lavorare con una persona dolce che gli consenta di esprimere sulla pagina ciò che davvero desidera.
Quando giunge un dattiloscritto che merita un parere di lettura, non può andar bene un lettore qualsiasi, ci vuole qualcuno dotato almeno di un potenziale interesse per il tema, la poetica, lo stile; così come per ogni libro straniero si cerca un traduttore davvero adatto.
E inoltre: capita di lavorare libri in tempi lunghi e tranquilli, ma più spesso accade di dover accompagnare gli scrittori durante la fase di stesura confortandoli e fornendogli aiuto e consiglio, di correre come pazzi, di “strappare” all’autore gli ultimi capitoli alla vigilia della stampa eccetera.

Nessun lettore potrebbe desiderare che ogni libro fosse seguito, tradotto, corretto sempre dalla stessa persona. E per ogni libro, per ogni autore noi cerchiamo il team più adatto, sotto il profilo delle competenze ma anche – per quanto riguarda i nostri autori di narrativa, che sono a tutti effetti degli artisti –  dal punto di vista relazionale ed emotivo.

Ho fatto esempi forse banali, che però vorrebbero a far capire come una casa editrice sia naturalmente il porto dove gli scrittori si incontrano con tanti diversissimi professionisti al loro servizio.
E’ assolutamente evidente che sarebbe insostenibile e insensato, per l’editore, assumere a tempo indeterminato tutti coloro le cui competenze sono potenzialmente necessarie per ogni libro in arrivo.
Allo stesso tempo, chiunque si accosti a un settore mutevole come l’editoria deve essere pronto a cambiare insieme a essa, a crescervi dentro e insieme ad adattarsi al volubilissimo business dei libri, che in questo volgere di mesi si stanno trasformando anche in ebook…

Quando sono entrata in Mondadori, nel 2001, chiedere la connessione internet per il mio pc sembrava il capriccio della neofita. Adesso si parla del futuro degli editor come “gestori di contenuti” da distribuire in varie forme, attraverso diversi media, da una unica cloud che sovrasta tutti…

Insomma: l’editoria è uno di quei settori nei quali la flessibilità si rivela una risorsa vitale, e tutti coloro che vi lavorano si adattano a questo naturalmente, per amore di ciò che fanno.

La sola cosa che non è cambiata, in questi anni, è il nostro diritto del lavoro.
Che è stato scritto in un’epoca in cui la realtà dei lavoratori era radicalmente diversa, e non ha saputo accompagnarli. Un’epoca in cui non esistevano non dico la posta elettronica e i programmi di impaginazione, ma nemmeno i fax e le stampanti. In cui tutto procedeva molto più lentamente. Anche le conoscenze e gli stimoli veicolati attraverso i libri.

Così, oggi, nel settore editoriale moltissime persone svolgono un lavoro straordinariamente qualificato, ma godono di diritti e ricompense diversissime.
Ma questa non è una situazione propria del sistema editoriale o legata a una volontà negativa degli imprenditori, bensì una condizione generale di tutto il mondo del lavoro italiano.
Una situazione ormai insostenibile, a cui nessuna persona intelligente può reagire invocando un irrigidimento del sistema.

Quello che è necessario è che i lavoratori fortunati come me, che sono regolarmente assunta da anni, si rendano disponibili a ridistribuire i propri diritti a tutti gli altri. E che ogni datore di lavoro abbia il dovere di riconoscere a tutti i lavoratori che prestano la loro opera garanzie e retribuzioni proporzionate ed eque.
Vogliamo diritti uguali per tutte le lavoratrici e i lavoratori in materia di malattia, maternità e tutela dai licenziamenti discriminatori o di rappresaglia.
Vogliamo contratti di lavoro uguali per tutti, che a tutti offrano possibilità di crescita ma che insieme consentano la flessibilità che è necessaria perché la cultura sia viva.
Vogliamo che le imprese siano incentivate a investire sui loro collaboratori più preziosi, ma che tutti coloro che invece devono cambiare posto di lavoro abbiano sussidi che gli garantiscano una transizione sostenibile e servizi di formazione e assistenza nel mercato del lavoro.
Siamo stufi di un mercato del lavoro che funziona più per conoscenze e cooptazione che per ricerca e valorizzazione delle risorse effettive.
Vogliamo un mercato del lavoro che sostenga i lavoratori, i giovani e gli anziani.
Vogliamo essere liberi di spostarci, di cambiare, senza rischiare di perdere tutto.

Perché questa è l’essenza di una cultura del lavoro moderna e giusta, e questa è l’essenza della cultura nel suo senso più ampio e più alto: movimento, crescita, scambio delle idee, incontro, scontro, confronto – ma nei confini di una giustizia condivisa.

Per questo penso che non dobbiamo essere spaventati da una riforma del diritto del lavoro.
Che non dobbiamo fermarci alle grandi generalizzazioni, ai grandi totem, ma guardare a chi è più avanti di noi, a tutti i Paesi in cui questo sogno è, in varia misura, una realtà.

Un mondo in cui le idee e le persone circolano liberamente, con una rete sicurezza ma con l’incentivo a guardare avanti è un mondo più libero e giusto.
Un’infinità di libri parlano di questo, spiegano come funziona in altri Paesi del mondo, indagano rischi e opportunità del cambiamento.
Leggiamoli, facciamone tesoro, e costruiamo un mondo migliore. Il nostro mondo migliore.

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12 risposte a Della flessibilità giusta come lievito culturale

 
Commenti
 
  1. Elena B. scrive:

    Cara Giulia, i sussidi e la flessibilità sono cose giuste ma i primi -almeno in Italia- non vengono sicuro da un governo di banchieri :-)
    Gli esempi sono sotto agli occhi di tutti, ieri Di Pietro ha definito omicidi di Stato certi tagli. Certo il tuo discorso è su un altro livello e capisco bene, ma volevo dire che da noi è praticabile solo in poche e già ‘allenate’ realtà. Le altre devono arrancare molto, o chiudere.
    Ho letto con molto interesse gli altri post ed è davvero confortante sapere che i libri e la cultura sono così ben promossi da persone preparate e intelligenti. Io che sono malata di lettura però a volte trovo certi libri illeggibili e mi chiedo chi possa mai averli vagliati e accettati. Forse sono logiche di mercato e di vendita o di fama degli autori.
    In cuor mio spero sempre di stupirmi ogni volta che apro un libro e mi tuffo dentro con tutta me stessa, ci cado proprio come una pera matura :-)
    Ad Alessandro Suardi dico che quella frase che ha citato (bella e verissima) l’ha presa da un racconto che è arrivato ANCHE A ME! Potenza del web come avete scritto e va bene ma visto che ci sono chiedo a Giulia: come mai questo racconto gira per internet e non è su carta? Io l’ho ricevuto con un forward e con almeno centocinquanta indirizzi e ho visto che sopra ce n’erano altrettanti. E i commenti erano entusiasti. Come mai gli editori si fanno scappare i capolavori? (Io confesso che non l’ho ancora finito, mi mancano una decina di pagine ma non ho paura a dire quando una cosa è oltre la media e di parecchio). Scusate la lunghezza e buona Pasqua a tutti.

  2. Ludovica scrive:

    Un gran bel discorso. Mi piacerebbe, giusto per curiosità e non certo per becero populismo (ci mancherebbe!), sapere che tipo di contratto lega Giulio Ichino alla Mondadori, perché anch’io voglio essere flessibile come un giunco.

    • Giulia Ichino scrive:

      «Quello che è necessario è che i lavoratori fortunati come me, che sono regolarmente assunta da anni, si rendano disponibili a ridistribuire i propri diritti a tutti gli altri.» Così ho scritto nel post: e te lo confermo, io sono assunta a tempo indeterminato.
      Il mio discorso vorrebbe essere un po’ più profondo: e guarda a una realtà lavorativa con diritti uguali per tutti e garanzie crescenti nel tempo, ma anche con rapporti di lavoro non vissuti come “matrimoni indissolubili” da entrambe le parti, e al cambiamento di occupazione o di posto di lavoro come una risorsa e non una rischiosissima menomazione.
      Io sogno un mondo in cui siano i lavoratori a poter scegliere il datore di lavoro che offre loro le condizioni migliori, e partecipino con lui alla scommessa del profitto.
      Ti sembrerò ingenua, ma credimi: tutto questo non è impossibile, e un mondo con maggiore libertà di movimento e maggiori servizi di collocamento è un mondo più giusto. Non rinunciamo a lottare per averlo solo per paura di perdere quel pochissimo che ormai abbiamo. Tutti, anche io che sono assunta: perché la precarietà attuale fa del male anche a me, ai miei amici, un giorno ai miei figli.
      Spero che tu possa leggere con attenzione e senza pregiudizi tutti coloro che scrivono su questi temi.

  3. Donatella scrive:

    si un bel discorso però un mondo con maggiore libertà di movimento è anche un mondo dove molta professionalità si disperde. provate a cercare su google ‘la ballata della sicurezza sociale’ e leggete. è tragico e illuminante.

    • Giulia Ichino scrive:

      Il testo che menzioni è profondamente autentico e, come dici, tragico. Ma si tratta di una amara testimonianza personale. Lo dico ancora una volta: ci sono Paesi anche a noi molto simili e vicini nei quali i lavoratori stanno meglio, la mobilità non è “forzata” ma costruttiva, e i diritti vengono rispettati molto più che in Italia!
      Non lasciamoci frenare dal nostro pensiero negativo su noi stessi e le nostre possibilità di cambiamento…

  4. Stefano Bozzi scrive:

    le garanzie crescenti nel tempo però non devono essere chiamate precariato.
    detto questo penso al bello scritto di giulia e alla parte dove dice che la casa editrice è un porto per tutti gli scrittori. ma oggi, tra agenti e subagenti c’è ancora un filo diretto con gli scrittori? e quanto ci mettono questi scrittori a essere riconosciuti? quest’ultimo punto mi sembra una domanda frequente nei commenti sul blog e anche nella rete in genere.

    ehi, elena c, se ti lascio la mia mail lo spedisci anche a me quel capolavoro?

    • Giulia Ichino scrive:

      Senza un rapporto diretto con gli autori nessun editore avrebbe ragione di esistere. E, grazie al cielo, esso è ancora più che mai vivo!

  5. Alessio scrive:

    ho letto tutti gli interventi, eccezionali.
    ho condiviso quella che per giulia è una delizia a una missione. una croce no, non può esserlo.
    mi levo il cappello davanti a quello che scrive alessandro.
    c’è un libro fantastico che gira nel web? chi me lo manda? scritturascriteriata@gmail.com

    • Giulia Ichino scrive:

      Grazie, Alessio.
      Anche io voglio il libro fantastico, ovviamente!!! :-)

  6. Gennaro Aceto scrive:

    Cara Giulia, non mi aspettavo questa tua incursione su un tema di grande attualità come la riforma del diritto del lavoro. Sono convinto che una riforma come tu la prefiguri sia assolutamente necessaria, non tanto per noi ma per i nostri figli. La mia titubanza è che se da una parte ci sono lavoratori che hanno difficoltà a “ridistribuire” i diritti acquisiti, dall’altra ci sono imprese che hanno molta difficoltà a “ridistribuire” i loro profitti.

    • Giulia Ichino scrive:

      Hai perfettamente ragione. Ma questo fa parte della dialettica all’interno del mercato, da regolare con leggi giuste e progressiste. Guardiamo ai lavoratori e ai cittadini che stanno meglio di noi, “leggiamo” i loro sistemi giuridici e sociali e proviamo a non avere troppa paura di cambiare…

  7. Alessandro Suardi scrive:

    Sì, non bisogna vedere per forza tutto nero.
    La paura di cambiare è ciò che più frena, ma se le paure sono da un lato anche necessarie, e umane, dall’altro portano sempre a perdere occasioni di confronto e di crescita. Dunque, concordo con Giulia.
    Alla quale girerei anche il libro fantastico, se sapessi dove. Appurato che è lo stesso che sta girando tra più persone (oggi è arrivato a ben quattro miei colleghi) va ribadita la potenza dello strumento informatico.
    Alessio, ora te lo mando. Trattalo bene, non so chi è l’autore ma se scrivessi come costui me la tirerei alta come il Pirelli.