Corsa al tablet: perché?

In questi ultimi mesi molti dirigenti scolastici stanno iniziando una “corsa al tablet” per presentare un nuovo volto “tecnologico”, “3.0″, ai propri istituti scolastici; questa corsa è iniziata sia nelle scuole pubbliche sia in quelle paritarie; qualcuno si trova più avanti, qualcuno ancora esita, ma è iniziata. È un dato di fatto, dal momento che nell’ultimo mese, nel nostro neonato Centro Studi ImparaDigitale avremo ricevuto richieste di aiuto per iniziare progetti pilota con classi-tablet da almeno una scuola alla settimana, fino a punte di una scuola al giorno. Da tutta Italia. Qual è la ragione di questo desiderio spasmodico di informatizzazione?

Una risposta: qualche dirigente penserà che il tablet in classe possa essere la panacea per superare il periodo di calo di iscrizioni che la propria scuola sta attraversando. Qualcun altro capisce, anche solo inconsciamente, che “questo è il momento” del mobile device: se ne sente parlare sempre più spesso sui giornali e in tv, stanno aumentando le apps educational, si sente dire che Apple vuole distruggere il mercato dell’editoria scolastica con uno store simile ad iTunes, il killer della discografia tradizionale. Qualche altro dirigente scolastico capisce che questo parlare dei “nativi digitali” inizia a corrispondere a una realtà “tangibile”, semplicemente parlando con gli alunni della sua scuola. Qualcuno infine accetta la sfida del digitale e vuole sperimentare sul serio.

Tuttavia vi è un elemento da considerare, che è di fronte al dirigente scolastico come un macigno perché riguarda il quotidiano dei suoi insegnanti, delle sue famiglie, dei suoi alunni: quando il professore entrerà in classe con il tablet al posto dei suoi amati libri, e guarderà i suoi alunni e nei loro occhi scoprirà sguardi pieni di speranza perché sul banco avranno un iPad, o un galaxy o… e invece della penna e della carta saranno pronti a scrivere nei loro quaderni digitali, collegati a internet, pensando a una nuova avventura piena di fascino… cosa farà questo docente per i 50 o 60 minuti di lezione? Aprirà il proprio libro e inizierà a spiegare lasciando il proprio tablet chiuso nella borsa, invitando i propri alunni a fare altrettanto, a riporre questo strano strumento nello zaino? Continuerà la propria lezione frontale come “se nulla fosse accaduto”, sgriderà i propri alunni quando finalmente riapriranno la tanto costosa tavoletta e vagheranno in facebook o in internet incuranti del fiume di parole piene di cultura che pioverà loro addosso, con il grande desiderio di evadere anche virtualmente dalle 4 pareti dell’aula?
L’ora di lezione è lunga; è enormemente lunga, se non si sa cosa fare: ogni insegnante lo sa: spiegare, interrogare, verificare, ma diventa angosciantissima se si perde il controllo dei propri studenti persi nel loro mondo.
Il punto è questo: senza formazione per i docenti, senza un nuovo metodo di fare didattica è possibile inserire tecnologie nella scuola? È utile? È veramente questa la scuola del futuro che ci attende?

 
Commenti (24) Trackback Permalink | 24.04.2012
Condividi:

24 risposte a Corsa al tablet: perché?

 
Commenti
 
  1. amalia scrive:

    Non so se esista una effettiva risposta alla sua ultima domanda. Di certo, ha sollevato un bel quesito, parlando della formazione didattica dei docenti.

  2. Giulio Tortello scrive:

    La scuola deve non solo usare le tecnologie, ma riflettere sui linguaggi e sulle strategie cognitive che esse implicano. Sono d’accordo, una lezione che resta identica, ma è trasferita meccanicamente su tablet genera frustrazione. Il problema non è solo tecnico, ma didattico. Oggi è necessario insegnare agli studenti un uso colto e riflessivo degli strumenti informatici. Per far ciò sarebbe opportuno inserire nel curricolo autori classici come M. McLuhan e W. Ong, per studiare ciò che sta accadendo in una prospettiva storica e filosofica. Insomma, se la scuola non vuole perdere la propria centralità come agenzia formativa, deve esercitare il proprio ruolo: insegnare ad analizzare e il mondo e i linguaggi attraverso cui comunica e si esprime.

    • Dianora Bardi scrive:

      siamo perfettamente allineati, non per nulla Derrick De Kerckhove (discepolo di McLuhan) è un mio carissimo amico!!

  3. Pingback: Il tablet in classe è una scemenza? | Gli Altri Online

  4. Gabriella Mongardi scrive:

    Insegno italiano e latino in un liceo linguistico “alla periferia dell’impero” (provincia di Cuneo) e sento gli studenti sempre più “estranei”; credo che insieme con le nuove tecnologie un nuovo metodo di fare didattica sia indispensabile, ma… dove e come lo imparo? Grazie comunque per il suo blog, che seguirò con molta attenzione e interesse!

    • Dianora Bardi scrive:

      Ho appena risposto in tal senso al dott. Giliberto, il Centro Studi ImparaDigitale sarà a brevissimo aperto a tutti, sanche alle singole persone, se vorrà potrà entrare quando vuole nella nostra rete http://www.imparadigitale.it

  5. Michele Giliberti scrive:

    Il discorso è chiaramente molto complesso e difficile da esaurire in qualche post sul blog. Sono certo che gli insegnanti, per poterle sfruttare, debbano capire le potenzialità di questi strumenti come fino ad oggi hanno conosciuto la tecnologia della carta e della lavagna. Scopriranno un mondo con nuove regole. E’ accaduto e sta accadendo per le aziende che in passato erano abituate a comunicare in modo “frontale” con i propri clienti e oggi si trovano a dover dialogare. Per gli insegnanti e la Scuola probabilmente si tratterà di trovare nuovi equilibri tra le nozioni (sempre meno importanti perchè accessibili sempre via web e mobile) e il saperle usare, il problem solving, la creatività da stimolare nei ragazzi. Ci avviciniamo a un cambiamento epocale, una grandissima chance che coinvolge istituzioni, editori, insegnanti, hardware manufacturer, telco, etc… Speriamo che gli insegnanti che sono tanti e diversi accettino la sfida imposta dal cambiamento. speriamolo per gli studenti!

    • Dianora Bardi scrive:

      Chi vuole accettare la sfida…ImparaDigitale… il nostro Centro Studi è appena nato, ma ha già un largo consenso, a breve pubblicheremo tutte le modalità per collaborare con noi: la nostra è una rete aperta, la conoscenza condivisa, la ricerca sviluppata dalla base. Tutti sono assolutamente ben accetti, anche e soprattutto gli editori, la speranza di costruire nuovi libri che possano veramente supportare una nuova didattica è uno dei focus principali del nostro Centro. Nei prossimi giorni scriverò anche su questo

  6. Simona De Pascalis scrive:

    Personalmente ritengo che è arrivato il momento di una nuova scuola e bisogna trovare il coraggio di affrontare il problema di una didattica innovativa in classe. Nuova non significa mettere in mano agli alunni ed ai colleghi uno strumento nuovo, ma educarli, formandoli, allo strumento sia che si chiami tablet, sia che si chiami LIM. Senza un nuovo metodo di fare didattica è inutile inserire tecnologie nella scuola, non farebbero che aumentare il gap tra gli studenti (multitasking) e i docenti (monotasking).

  7. Sandro Sanna scrive:

    «In questi ultimi mesi molti dirigenti scolastici stanno iniziando una “corsa al tablet” per presentare un nuovo volto “tecnologico”, …» Purtroppo la corsa al digital device non la fanno o non la possono fare i collegi dei docenti e/o i consigli di classe. per le note carenze di risorse finanziarie e di status … L’utilizzo di tablet et similia rimane una seria sperimentazione in molte (?) scuole, ma siamo ancora molto lontani dalla possibilità che diventino ordinamento, meglio prassi abituale dell’educazione scollastica. In sintesi, il tablet come specchietto per allodole? oggi, al 90% sì.

  8. martino sacchi scrive:

    Dopo anni di insegnamento di storia e filosofia ho riconosciuto il lato di verità nella tesi dei nostri amici behavioristi americani: possiamo dire di sapere una cosa se la sappiamo fare. Cosa vuol dire “sapere la filosofia”? significa sapere costruire un discorso sulla filosofia. Come si costruisce un discorso sulla filosofia? come si costruisce un muro, o un motore: montando pezzo su pezzo. è a questo punto che diventa interessante avere in classe un computer: diventa più facile trovare, smontare e rimontare i pezzi che servono per costruire il discorso. Tutto sommato si tratta di replicare quello che chiunque di noi fa quando studia sul serio per conto proprio, ma con tutti i vantaggi forniti dal mezzo elettronico (velocità nel rintracciare la fonte, rapidità nel rielaborarla, capacità di generare copie sempre identiche del prodotto finito). l’apprendimento è generato dallo sforzo di costruire e tenere insieme (prima di tutto nella propria testa) le informazioni che devono essere organizzate secondo un certo ordine. Per questo sono assolutamente d’accordo con la prof. Bardi: riempire la scuola di tablet senza sapere che cosa farci è deleterio. Si ottiene forse addirittura l’effetto opposto a quello desiderato come, mi riferiscono, è accaduto con le prime generazioni di classi con la LIM: si faceva vedere lo spettacolino (per esempio, si girava qualche minuto con Google Earth) e poi si diceva: bene ragazzi, adesso prendete il libro che facciamo lezione! (episodio realmente accaduto in una scuola media). Bisogna mettere i ragazzi in condizione di produrre il proprio sapere. il problema è che quando si arriva in una quinta superiore il livello richiesto è contiguo a quello universitario, e tutti i prodotti che fino ad ora sono stati presentati sono al massimo al livello di scuola elementare e media… Perciò non c’è scampo: bisogna rimboccarsi le maniche e fare da soli
    martino sacchi

  9. martino sacchi scrive:

    @giliberto. mi permetto di dissentire sul giudizio relativo alle “nozioni sempre meno importanti perché accessibili sempre via web e mobile”. Forse lei con “nozione” intende una informazione astratta dal contesto e chiusa in se stessa: in questo senso, sono d’accordo. Ma le informazioni sono essenziali nella formazione della persona: bisogna però sapere cosa farsene, ossia come inserirle in un contesto (discorso). Insomma, è come con i mattoni del lego: se ne hai tanti ma senza un progetto, avrai solo un grosso mucchio ingombrante; se hai un grande progetto ma pochi mattoncini per realizzarlo nemmeno il progetto riuscirà bene. Uno cerca le informazioni, anche su internet, quando ha già almeno una vaga idea di quello che deve cercare. Demandare alla rete il compito di contenere TUTTE le informazioni, con la speranza che siano sempre a nostra disposizione, mi pare sommamente illusorio. il processo dell’educazione è sempre consistito (anche) nel lungo processo di assimilazione delle informazioni, a una a una, nella nostra coscienza. L’informatica di permette di accelerare il processo, ci aiuta a tenere sotto mano certe informazioni, ma non è una bacchetta magica
    martino sacchi

  10. martino sacchi scrive:

    @ Sandro. Completamente d’accordo con la conclusione

  11. Attilio Galimberti scrive:

    Sono un docente d’inglese a Bergamo e formatore LEND (Lingua e Nuova Didattica), associazione dei Docenti di lingue moderne.
    Mi inserisco nell’interessantissimo dibattito partendo dall’ultima domanda: ‘Senza formazione per i docenti, senza un nuovo metodo di fare didattica, è possibile inserire tecnologie nella scuola?’ Ovviamente la risposta è ‘no’. Ma la domanda richiama altri quesiti: 1. Quanti docenti (dopo 10, 20 o 30 anni d’insegnamento) ritengono che lavorare sulla didattica, l’aspetto centrale del processo di insegnamento-apprendimento, sia ancora un effettivo bisogno? 2. Quanti sono consapevoli che la lezione frontale sia ormai efficace solo in pochissime isole felici, con studenti altamente motivati, educati e convinti del loro ruolo? 3. Quanti sono disposti a cambiare, a ricercare e a sperimentare, fatto che implica un enorme investimento di tempo aggiuntivo a casa, non riconosciuto?
    Le risposte variano da città a città, da regione a regione, ma purtroppo il problema di fondo nella scuola italiana è che essa non contempla figure professionali (con relativi riconoscimenti economici) che si dedicano alla ricerca metodologico-didattica e alla sperimentazione per interesse, per curiosità, per passione, a differenza di altri Paesi europei e realtà scolastiche oltreoceano. Sicuramente è possibile ‘costringere’ i docenti di tutto un consiglio di classe a lavorare con le nuove tecnologie, ma se almeno la maggior parte di questi docenti non condivide la filosofia di fondo, avremo sempre il docente che preferirà ‘aprire il proprio libro e inizierà a spiegare lasciando il proprio tablet chiuso nella borsa’.
    D’altro canto, da quando l’aggiornamento dei docenti non è più un obbligo, continuano ad aggiornarsi solo i Docenti spinti dal desiderio di farlo. La formazione è comunque ancora prevista a livello istituzionale: si pensi al piano di formazione ministeriale sull’uso delle LIM, al Progetto Poseidon per l’educazione linguistica (lingue straniere e lingue classiche), alla imminente formazione dei docenti CLIL, ecc., ma tutto è sempre lasciato al volontariato delle singole persone, senza un successivo riconoscimento nella progressione della carriera professionale.
    Il Ministero, però, non può arrivare dappertutto. Forse le singole Associazioni professionali dovrebbero farsi carico di aggiornare a livello locale, in modo serio e capillare, i loro docenti. Ci vuole tempo per imparare, e non ci si improvvisa in nulla.
    A proposito, un esempio di iniziativa locale organizzata dal LEND Bergamo sugli strumenti del Web 2.0, a cui hanno partecipato docenti di inglese, francese, tedesco, spagnolo e cinese, si è appena conclusa al Liceo Linguistico ‘Falcone’. L’impostazione del corso e tutti i materiali sono visibili al link: http://lendbg.wikispaces.com

  12. Esco un poco dal tema di questa discussione per riferire che il Consiglio della Regione Liguria domani 26 aprile pone in votazione una proposta di legge: “Istituzione di una piattaforma informatica per la realizzazione e l’adozione di libri di testo elettronici”. Arriva così alla conclusione l’iter della proposta dopo un percorso travagliato durato 4 anni. Quando è iniziato il tablet era un dispositivo sconosciuto nella scuola italiana, ora in alcune regioni i devices cadranno a pioggia. Ma la strada indicata dalla regione Liguria mi sembra importante: sulla piattaforma potranno confluire sia le versioni digitali dei tasti tradizionali , con il pieno rispetto del copyright, sia le pagine collaborative, generate dagli utenti e pienamente cross mediali delle varie esperienze già realizzate, per lo più in copyleft. Il valore aggiunto della “via ligure” emerso durante i dibattiti già intervenuti, è che i docenti (e in un’ottica partecipativa anche i discenti) possono trovare raccolto molto materiale didattico che andrebbe se no ricercato nei siti più svariati. Per rimanere solo nel campo della letteratura la ricchezza dei testi che saranno fruibili sarà immensamente superiore a quella di qualsiasi antologia. Un discorso differente è di come utilizzare in concreto queste nuove possibilità, ma questo può essere anche affrontato in un’altra discussione.

    • Dianora Bardi scrive:

      se gentilmente ci tiene informati su questa proposta gliene saremo tutti molto grati… anche la Regione Lombardia, insieme con l’USR sta proponendo una scuola digitale. Non credo di aver capito molto, nè tantomeno come si farà ad accedere a eventuali finanziamenti…ma dicono che faranno grandi cose: noi scuole lombarde aspettiamo.

  13. Aurora scrive:

    Condivido in pieno quanto afferma Attilio. Io insegno matematica e sono convinta, dopo anni di esperienza nella formazione dei docenti, che gli ostacoli all’innovazione siano anche di tipo culturale: tanti docenti, nonostante siano insoddisfatti dei risultati dei propri studenti, sono restii al cambiamento e ostili al nuovo: accettare il cambiamento richiede infatti disponibilità a mettersi in gioco, ad ammettere che, se vogliamo che qualcosa cambi, dobbiamo cambiare prima di tutto noi stessi. Un obiettivo ancora lontano dall’essere conseguito è l’autonomia del docente medio nell’uso delle tecnologie. Tale autonomia è, dal mio punto di vista, condizione inidspensabile per una reale integrazione delle tecnologie nella pratica didattica quotidiana. La formazione è necessaria, ma qualunque piano nazionale non sarà efficace a livello di sistema scuola fino a quando l’aggiornamento dei docenti sarà volontario e non si definirà una progressione di carriera. Come sostiene Attilio, ci vuole tempo per imparare e per questo sarebbe importante sfruttare al meglio le potenzialità del web 2.0 creando comunità di pratica dove i docenti che hanno esperienza possano fare da tutor ai colleghi meno esperti, capitalizzando materiali e arrichendoli, perchè la forza del web sta nel costruire insieme.

    • Dianora Bardi scrive:

      Condivido pienamente ciò che sostiene, infatti noi ci stiamo strutturando come gruppo di formatori e stiamo cercando di modellizzare il nostro metodo didattico che proporremo agli altri insegnanti così che si possa proseguire su basi certe e non ricominciando sempre tutto da capo…

  14. jtuj scrive:

    Ammazzerete definitivamente la scuola, con la vostra risibile tecno-rivoluzione pedagogica da quattro soldi, intrisa di idee vetero-sessantottarde. Complimenti.

    • Dianora Bardi scrive:

      credo che l’unica cosa che mi sia rimasta del sessantotto sia la voglia di cambiare…se mi dice quale è sia il suo ideale pedagogico possiamo discuterne

  15. Giampiero scrive:

    Imparare nuove tecnologie a scuola credo che sia giusto e indispensabile, in modo che gli alunni siano sempre a passo con i tempi.
    Ma non credo che introdurre i Tablet a scuola sia educativo. Infatti, ci ritroviamo con alunni che non sanno più usare la propria memoria, perché l’hanno trasferita sui cellulari; che non sanno più scrivere, tanto c’è il correttore automatico e il T9, che non hanno pazienza, che non si soffermano più sui particolari, perché basta una foto per riportare alla memoria un evento. Non hanno logica perché non devono più preoccuparsi di risolvere un problema, tanto lo trovano su internet.
    Imparare nuove tecnologie è importante ma lo è anche utilizzare le calcolatrici dopo aver imparato a fare le operazioni.
    Il nostro cervello per funzionare bene ha bisogno di creare delle connessioni.

    • Dianora Bardi scrive:

      Non credo si debbano insegnare nuove tecnologie, ma si debba insegnare utilizzando nuove tecnologie. Ricordiamoci che i nostri studenti sono nativi digitali, hanno sicuramente tutte le caratteristiche messe in evidenza da lei, ma è proprio per questo che non possiamo pensare di continuare a insegnare come se le tecnologie non esistessero…. l’idea è quella di recuperare tutte quelle conoscenze tradizionali, soprattutto il leggere lo scrivere e il far di conto, utilizzando i loro mezzi di comunicazione

  16. Marco Iannacone scrive:

    Pienamente d’accordo sul fatto che l’obiettivo non sia insegnare nuove tecnologie ma esplorare tutti i modi, tutte le tecnologie e tutti gli approcci che possano essere utili a raggiungere gli obiettivi didattici ed educativi.

    Ben vengano quindi i cambi di approccio rispetto alla lezione frontale, il coinvolgimento e… l’utilizzo delle nuove tecnologie.

    A mio avviso non si tratta di rimpiazzare in toto quello che funziona bene nell’attuale didattica Italiana, ma di integrarlo con cio’ che di buono possono portare le nuove tecnologie (e con dei meccanismi che ci consentano di riavvicinarci ai ragazzi).

    Personalmente non ritengo che i nativi digitali non amino studiare, prediligano il divertimento all’impegno o siano superficiali. Il vero problema è che manifestano un disagio più o meno forte nei confronti della scuola ed hanno bisogno di riuscire a dare un senso a cio’ che gli viene chiesto di fare.
    Ed il senso lo si puo’ dare con u arricchimento di contenuti e con un giusto metodo/approccio… la tecnologia risulta poi uno strumento per veicolarli.

    Altrimenti si cade facilmente nell’errore – ben descritto da Clifford Stoll – di intontire i ragazzi solo con luci e colori facendogli crede che l’apprendimento sia solo gioco.

  17. L’idea della comunità di pratica, che in tanti casi ha dato ottimi frutti, mi vede totalmente favorevole.
    Oltretutto non solo unisce le forze, ma le tiene vive nei momenti difficili e aiuta a fronteggiare quelle opposizioni che ogni innovazione fatalmente incontra.