Classi-tablet: la didattica prima della tecnologia (senza paura di perdere autorità)

Il punto è se, per partire con le classi-tablet, occorra partire dalla tecnologia o dalla didattica. Io penso – anche dopo i quasi due anni di sperimentazione nella classe quinta e nelle 4 classi della prima scientifico – che la via da seguire sia, senza ombra di dubbio, dalla didattica.

Il tablet infatti ci consente di attuare una vera rivoluzione, che va appresa e metabolizzata, sia dai docenti che dai ragazzi: ci permette di essere in rete, di creare un ambiente di apprendimento personalizzato, di collaborare e soprattutto di co-creare, di fare una didattica laboratoriale, di interagire nel cloud, di ricercare documentazioni, risorse, di ampliare il nostro orizzonte conoscitivo.

Una sfida entusiasmante, che comporta molta fatica, anche psicologica, soprattutto nei docenti, non certo avvezzi all’uso di questi diabolici strumenti, consapevoli di quanto più bravi siano i quattordicenni che abbiamo di fronte nel gestire le tecnologie, a cui dovremo rivolgerci con grande umiltà chiedendo aiuto nel risolverci i problemi che quotidianamente troveremo di fronte in questo nuovo percorso. E se questa nostra difficoltà ci comporterà una perdita di autorità? Credo che questo sia la più frequente paura dei miei colleghi, se poi hanno la mia età questa paura diviene totale rifiuto ad affrontare la sfida. Nessuna paura, i nostri ragazzi hanno tanta pazienza e sono molto, ma molto meno spocchiosi di noi docenti… all’inizio ci potranno anche guardare con un’aria di sufficienza, ma poi ci condurranno con grande piacere verso il loro mondo, parlandoci con i loro linguaggi che a poco a poco anche noi comprenderemo, nei loro modi di comunicare per noi così oscuri, instaurando con noi un nuovo rapporto, ci sentiranno vicini, forse più fragili, forse un po’ più “alla pari”, ma sarà proprio questa modificazione dei ruoli che li porterà ad ascoltarci e a seguirci quando veicoleremo il loro sapere, li accompagneremo nel mondo delle conoscenze, quando si renderanno conto che noi siamo lì per aiutarli a sviluppare le loro abilità e loro competenze…

E i docenti impareranno a chiedersi aiuto, perché da soli il viaggio diviene difficilissimo, forse i libri non ci serviranno più, forse sarà necessario confrontarci con l’ìnsegnante della porta accanto o dell’ora successiva, forse dovremo imparare a parlare, a interscambiarci documenti, a creare insieme non solo le programmazioni d’inizio anno, ma tutti i momenti del nostro percorso in classe… forse potremo iniziare veramente a parlare e collaborare. Ed ecco allora che tutto avrà un nuovo senso: gli studenti impareranno a interagire nei gruppi, parleranno con i docenti, i docenti interagiranno tra di loro. Utopie? Assolutamente no, se ci si pone con umiltà al cambiamento. Un bellissimo percorso, bisogna solo aver il desiderio di iniziarlo.

 
Commenti (15) Trackback Permalink | 24.04.2012
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15 risposte a Classi-tablet: la didattica prima della tecnologia (senza paura di perdere autorità)

 
Commenti
 
  1. Condivido l’impostazione ben illustrata da Dianora e posso dimostrarlo con l’iniziativa portata nella scuola primaria di Albosaggia (SO) che sta producendo effetti positivi con il contributo di alunni, maestre, famiglie e amministrazione comunale. Si veda l’articolo su http://www.laprovinciadisondrio.it/stories/sondrio%20e%20cintura/634089/

  2. Marco Colli scrive:

    Cara Dianora, la riflessione su questi temi diventa sempre più urgente in una scuola che talora è ferma alla lavagna luminosa… Tuttavia il punto dolens non sembra essere tanto l’aggiornamento all’ultima tecnologia quanto la necessità di un cambiamento di prospettiva da parte del “corpo docente”. Se ben consideriamo la radice del termine apprendere (ad + prehendo) vi scopriamo intrinseca l’idea di avvicinamento attivo alla conoscenza da parte di chi appunto apprende. Il processo quindi è anzitutto funzione attiva del soggetto che apprende e solo in secondo ordine del docente, che in questa nuova (si fa per dire – risale ai primi del ’900) prospettiva diventa il facilitatore del processo stesso. NON È PIÙ TEMPO DI SENTIRSI I DETENTORI DEL SAPERE! Non lo è in verità mai stato, ma nel passato i veicoli della conoscenza erano molto meno alla portata di tutti. Con la “democratizzazione” del sapere favorita dalla enorme disponibilità di informazione favorita dalla rete, perde ancor più di senso l’immagine del docente “vas scientiae” mentre si delineano sempre più netti i contorni di una funzione docente come intermediaria di un approccio critico all’informazione, tutto teso a favorire negli alunni la trasformazione di tale informazione in vero sapere. Buona rivoluzione copernicana, dunque, a tutti i colleghi….

    • Dianora Bardi scrive:

      Caro Marco, la rivoluzione la dobbiamo fare noi, dal basso, dobbiamo noi metterci in gioco, per primi, e collaborare con gli altri: ti aspetto nella rete di ImparaDigitale, con la tua esperienza che so essere bellissima, potresti riassumercela? credo sia un ottimo spunto per altri docenti che necessitano di best practice

  3. Gabriella Mongardi scrive:

    Grazie per questo intervento, ma scendendo più terra-terra: come e che cosa valutare con la rivoluzione copernicana della didattica in rete, laboratoriale, di cloudlearning?

    • Dianora Bardi scrive:

      Si valuta seguendo la didattica per competenze, la laboratorietà, la condivisione dei materiale, la co-creazione, anche nel cloud e nella rete non sono altro che un modo per applicare ciò che le 8 competenze chiave europee ci indicano

    • E ora che e8 uscito iBooks Author che cnsteone la creazione di veri e propri libri di testo interattivi personalizzati su iPad sarebbe interessante capire a Bergamo come procedere0 la sperimentazione della Bardi! In bocca al lupo, prof

      • Dianora Bardi scrive:

        IBook Author permette di creare ebook multimediali…ma non crea il contenuto!! Abbiamo tentato di usarlo, abbiamo riscontrato molti problemi tecnici e gli ebook prodotti possono essere letti solo da chi ha iPad. Amo la condivisione e la collaborazione, dunque difficilmente lo useremo

  4. martino sacchi scrive:

    @marco ” perde ancor più di senso l’immagine del docente “vas scientiae” mentre si delineano sempre più netti i contorni di una funzione docente come intermediaria di un approccio critico all’informazione”: sarà che io insegno filosofia… ma (senza polemica) c’è davvero qualche docente che si sente “vas scientiae”, ossia si crede davvero onnisciente? Magari, appunto, così sembra ai ragazzi… :-) )
    @Gabriella: ottima domanda. Io lavoro da una decina d’anni circa più o meno come suggerisce Dianora (senza i tablet ma con i computer in classe: gli studenti lo usano per costruire quaderni-dispensa che raccolgono materiali semi-lavorati presenti sul sito Il filo di Arianna e sull’aula virtuale MOODLE della classe, cui aggiungono i materiali scaricati da siti selezionati, e gli appunti presi a lezione). A scuola non abbiamo (ancora) la rete wifi nelle classi, ma ogni classe è cablata. Io preferisco sottolineare il valore della responsabilità individuale: ciascuno deve costruirsi il proprio percorso. Ho valutato a lungo la possibilità dello schema di Dianora, che invece tende a privilegiare la costruzione di un percorso comune che sfoci nella produzione di un documento unico (se ho ben capito la sua didattica): capisco bene che da un certo punto di vista è molto più semplice, ma dall’altro pone il problema che sollevavi tu. Che cosa valuto, se il lavoro è di gruppo? Alla fine, io credo che i ragazzi debbano COMUNQUE sostenere delle verifiche “tradizionali” e dimostrare di saper produrre un discorso (orale o scritto): su quello vengono valutati. Qual è il vantaggio di usare l’informatica, allora? il vantaggio è che il percorso sul quale vengono valutati è prodotto da loro stessi (almeno in parte), “è” loro stessi, invece di essere imposto dal manuale e di essere per forza identico per tutti.
    Non riesco a immaginare una strada diversa. ogni tanto si sente e si legge che si dovrebbe portare nella scuola il criterio “aziendale” della cooperazione tra pari, dell’interscambio di idee o addirittura della “copiatura delle idee altrui”: la giustificazione è che, appunto, così si fa nel mondo del lavoro. E’ una impostazione che mi lascia molto perplesso: nel mondo del lavoro a nessuno piace farsi rubare un’idea (che serve a fare soldi), tant’è vero che i tribunali sono pieni di cause civili e penali per questo motivo. Lo scambio avrebbe senso, a scuola, se fosse nei due sensi: io ti suggerisco qualcosa e poi ricevo in cambio qualcos’altro. mi permetto di essere scettico su questa visione irenica. Forse in un gruppetto di amici (amici per ragioni esterne alla scuola) può funzionare, altrimenti ci sarà sempre qualcuno nel gruppo che si limita a copiare e un altro che deve sobbarcarsi il lavoro. Non mi pare un obiettivo educativo.

  5. Daniela Garofalo scrive:

    Sono una ragazza di 15 anni. Secondo me, c’è stato un grande cambiamento, dal tempo in cui i nostri genitori andavano a scuola, perché non dovrebbe cambiare anche il modo di insegnare? Perché dovrebbe essere sempre lo stesso metodo tradizionale?
    Viviamo in una società in cui la tecnologia avanza sempre di più; dobbiamo imparare a non essere “schiavi” di questa tecnologia, ma possiamo utilizzarla come strumento per la didattica. È uno strumento, la tecnologia, che, se usato nel modo corretto, è molto utile per eliminare le differenze che ci sono tra i docenti e gli alunni, dove entrambe le parti si mettono in gioco e offrono le proprie conoscenze e capacità.

  6. Giorgio scrive:

    Lavorando con le tecnologie si puo pensare che il rapporto studente-professore possa perdersi ; in realtà succede l’esatto contrario questo rapporto si rafforza e se è possibile diventa quasi amichevole.
    I professori è vero potranno trovarsi in difficoltà con le tecnologie ma questi problemi vengono appianati attraverso l’aiuto degli studenti.
    Molto probabilmente la didattica all’inizio potrà essere più difficile perchè non c’è un modello a cui fare riferimento ma andando avanti questi problemi spariranno permettendo di insegnare in un modo più facile e veloce.

  7. Chiara Signorelli scrive:

    anch’io ho 15 anni, e sono d’accordo con quello che ha detto la professoressa Bardi; l’apprendimento degli studenti deve partire prima dai professori che, dopo aver capito come utilizzare l’iPad e come insegnare ai ragazzi in modo appropriato, possono far imparare agli alunni le loro materie in modo che loro riescano comunque a raggiungere un certo livello di apprendimento.

  8. simone scrive:

    io sono un alunno del professor Sacchi da due anni ormai, e posso dire che dopo aver sperimentato diversi metodi di insegnamento, tra tutti quello con computer portatili e quaderni dispensa è di gran lunga il più produttivo e valido. comporta un grande impegno nel prendere appunti e nel lavoro a casa sul portatile, ma a mio parere l’uso della tecnologia è un aiuto e un supporto validissimo per la didattica

    • Rafael scrive:

      Buongiorno, Mi chiamo Paolo Galli, faicco parte di una associazione di genitori di una scuola media di Lecco. Il nostro compito, molto brevemente, e8 di finanziare e promuovere attivite0 extrascolastiche per gli alunni. Ci piacerebbe approfondire la possibilite0 di un progetto simile anche a Lecco. Potremmo avere un contatto a cui riferirci. ?Grazie e saluti Paolo Galli

  9. Iris Skrami scrive:

    Sono un’alunna del prof. Sacchi, anch’io, da tre anni e, partendo dalla mia esperienza, concordo con Simone riguardo la produttività del metodo. Credo che la realizzazione del quaderno dispensa sia didatticamente molto utile per la memorizzazione, oltre a dare un senso di soddisfazione nell’oggettivizzazione del proprio lavoro. Proprio per lo sforzo che richiede e la novità, molti studenti e miei compagni non hanno accolto l’idea del quaderno in modo positivo. Credo che, oltre al problema dei professori tradizionalisti, ci sia quello, meno evidente ma da non sottovalutare, degli studenti non-tecnologici, più familiari con la carta e il libro gutenberghiano.

  10. Giulia scrive:

    Buonasera a tutti, sono una studentessa del liceo scientifico Giordano Bruno. Ritengo che la “rivoluzione tecnologica” che sta prendendo piede negli ultimi anni in alcune scuole sia necessaria e che ad un cambiamento della società debba corrispondere un progressivo sviluppo e miglioramento di quelle che sono le metodologie di insegnamento. Tuttavia gli strumenti informatici non devono sostituirsi al lavoro del ragazzo e gli elaborati devono essere personali ed individuali. Un prodotto finale identico per ogni alunno sarebbe in grado di dar voce a tutti? Attraverso i quaderni dispensa ognuno di noi costruisce il proprio percorso, potendo fare riferimento ai contributi e ai materiali presenti sul sito del nostro insegnante e sull’aula virtuale specifica per ogni classe. :)