“Da grande vorrei fare l’editor”, scrive Camilla…

Cari amici,
mi accingo a scrivere l’ultimo post di questa faber-settimana a notte fonda, in una casa poco lontano dal mare. Ma ero partita a Milano, e in questi sette giorni ho scritto negli orari e nei luoghi più strani per riuscire a postare qualcosa ogni ventiquattro ore come mi era stato raccomandato, imparando molto sul “genere letterario” del post: ora so che avrei voluto scrivere pezzi più brevi, più limpidi, più arguti.

Mi è mancato il tempo per migliorare quelli che ho postato – la brevità è quasi sempre frutto di un lavoro ben più impegnativo del suo contrario – e anche per scriverne tanti che avevo progettato: la lunga serie delle “nostalgie di un’editor” (lo avrete capito, che sono un po’ incline alla malinconia) ma anche quella più scatenata dei “sogni di un’editor”, e molto altro.

Non credo che qualcuno piangerà per questa privazione!

Ma, prima di congedarmi, devo mantenere fede all’impegno preso a inizio settimana, e dire due parole sul percorso formativo che può portare a fare il lavoro di editor. Così rispondo anche alla domanda di Camilla, che inizia a studiare Lettere e sogna un futuro editoriale…

Innanzitutto, invito a dare un occhio al post Tutti i volti della casa editrice, in cui intendevo proprio dare la misura di quante diverse competenze concorrono a far funzionare la macchina editoriale.

Poi, dirò qualcosa di me. Come ho accennato nella mia nota biografica, ho vissuto la felice esperienza di arrivare al ruolo di acquiring editor attraverso tutte le tappe del lavoro redazionale del desk editing: ho iniziato a fare correzione di bozze da casa, dopo aver inviato il mio curriculum in casa editrice mentre ancora studiavo; certo, i miei studi si concentravano sulla letteratura italiana moderna e contemporanea e dunque avevo una sensibilità adatta, almeno sulla carta, al lavoro sui romanzieri italiani, ma poi anche per la correzione di bozze ho “studiato” leggendo tutti i volumi che trovavo sul tema, sbagliando infinite volte e crescendo grazie a ogni nuovo libro su cui lavoravo e grazie alle severe, utilissime indicazioni delle persone per cui lavoravo.
Dopo alcuni mesi di correzione di bozze, Lucia Mattioli, la redattrice con cui ero in contatto, mi ha generosamente offerto di segnalare il mio nome per la sua sostituzione durante il periodo di congedo di maternità che la attendeva. L’assenso di Renata Colorni, direttrice della collana per cui avrei lavorato, di Antonio Franchini che la affiancava, di Elisabetta Risari che all’epoca coordinava la redazione e di Massimo Turchetta che era da poco direttore generale mi consentirono di iniziare a frequentare quotidianamente gli uffici di Segrate: era l’ottobre del 2001. Non sapevo che non avrei più smesso.
I sei mesi di sostituzione di maternità divennero un anno – durante il quale imparai moltissimo: tutti i passaggi della vita di un libro prima della stampa –, poi venni assunta, poi passai a occuparmi non solo dei singoli volumi ma anche del coordinamento della collana, poi mi fu concesso di partecipare alle riunioni editoriali più “progettuali”, e infine mi proposero di iniziare ad accostarmi ai processi di lettura e scelta dei libri da pubblicare.
Ho imparato, come si dice, sul campo. Con tutti i limiti ma anche con la concretezza che questo comporta.
E ho imparato moltissimo ascoltando: ascoltando i testi, gli autori e – lo ammetto – anche ascoltando furtivamente il lavoro degli altri tra i divisori dell’open space. Ascoltando critiche ed elogi al lavoro che svolgevo e rendendomi conto di quanto esso sia delicato, opinabile, sempre discutibile…

Nel frattempo, ho avuto modo di incrociare decine di colleghi con percorsi diversissimi dal mio.
Molti sono arrivati in casa editrice proveniendo da master di specializzazione – quello bolognese “di Umberto Eco” o quello organizzato a Milano dalla Fondazione Mondadori in collaborazione con l’università Statale –, altri hanno trascorso preziosi anni di dottorato o post-doc all’estero e hanno poi messo a frutto in casa editrice le loro competenze tecniche, linguistiche e relazionali. Altri ancora hanno abbandonato sul più bello carriere di giuristi, biologi o filosofi inserendosi nel mondo editoriale per vie meno prevedibili.

Perché, come è in primo luogo una scintilla, un incontro quello tra l’autore e l’editor, quello tra il libro e il suo lettore, così spesso nelle case editrici sono gli incontri tra le persone a determinare lo sprigionarsi di idee e addirittura l’avviarsi di carriere consolidate.
Nel nostro Paese questo è senza dubbio accentuato e forse “aggravato” dalla mancanza – di cui già accennavo – di servizi efficienti e intelligenti di mediazione tra domanda e offerta di lavoro, di collocamento insomma. Ma probabilmente anche in presenza di un mercato del lavoro meglio funzionante la natura non del tutto “insegnabile” e strutturabile delle competenze che occorono per lavorare in editoria non cambierebbe.

Tutto questo non deve scoraggiare chi desideri avvicinarsi a questo mestiere e a questo mondo.

Il primo consiglio essenziale che darei è dunque quello di preparararsi a fondo, quale che sia la materia di studio che si è scelta. Perché il lavoro sui libri continua a essere un lavoro di fino, di alta qualità, che richiede un’attenzione profonda e la capacità di concentrazione e l’apertura mentale che si conquista studiando con passione.

Poi, suggerirei di vagliare tutti i master “editoriali” in Italia e all’estero, ma anche semplicemente le scuole serali di materie redazionali, e di cercare di frequentarne uno: perché per lavorare in editoria non basta la “passione per i libri”, come spesso si crede, ma sono necessarie anche molte competenze tecniche; sulle quali si può apprendere molto “sul campo”, come è accaduto a me, ma sarebbe meglio formarsi autonomamente.

Aggiungo la cosa più ovvia ma essenziale: frequentare i libri. Leggerne, innanzitutto, di qualunque natura, dai fumetti ai classici, dalle guide turistiche ai saggi specialistici. Leggere quotidiani e riviste, con i loro inserti dedicati ai libri proprio come il Domenicale del Sole-24 Ore, frequentare le librerie e i librai, le presentazioni dei libri, i festival che danno loro spazio, i blog che ne dibattono…

Infine, un consiglio che deriva dalla mia personale esperienza: armarsi di molta umiltà. Perché chi ama i libri sa che da essi raramente si traggono profitti stellari, e che nessuna delle attività che li riguarda è priva di senso e valore. Dalla minuta, certosina ricerca dei refusi al trasporto di casse piene di volumi, dalla estenuante discussione su un aggettivo alle ore piccole per una presentazione piena di lettori in cerca di autografo: vale sempre la pena di lavorare intorno ai libri per conoscerne l’inafferrabile essenza, inestricabilmente fatta di materia e di spirito.

Ché, alla fin fine, chi “da grande” vorrebbe fare l’editor deve prepararsi a rimanere sempre con una disposizione d’animo un po’ “da piccolo”: dai libri non si smette mai di imparare, e la “scienza” editoriale si fa solo con l’esperienza.

Con un po’ di voglia di avventura, armato di inesauribile curiosità, chi voglia accostarsi al multiforme mondo editoriale troverà di certo una strada.

Grazie davvero a tutti voi e buona Pasqua!
Giulia

 
Commenti (8) Trackback Permalink | 8.04.2012
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8 risposte a “Da grande vorrei fare l’editor”, scrive Camilla…

 
Commenti
 
  1. Mario scrive:

    L’articolo sarebbe anche interessante, se non fosse che, come al solito per caso, tutti quelli che in Italia hanno fulminanti e strepitose carriere sono sempre figli di qualcuno (in questo caso Pietro Ichino) e che tutte le millantate eccezionali competenze assimilate negli anni hanno prodotto quale risultato la desolante situazione editoriale attuale.

    • Giulia Ichino scrive:

      Caro Mario,
      mio padre ha passato la vita a studiare il nostro diritto del lavoro e quello dei Paesi dove le cose funzionano meglio che da noi, per progettare leggi che rendessero migliore la vita dei lavoratori italiani.
      Pensala come vuoi, ma
      1) io credo che la mia non sia una “fulminante e strepitosa carriera” bensì un percorso più che decennale piuttosto normale. Studi letterari, curriculum spedito in casa editrice, una prova di correzione di bozze misurabile molto semplicemente per il numero di refusi “rilevati”; anni di lavoro sui testi, anni (che proseguono tuttora) di tanto tempo “libero” dedicato al lavoro, eccetera.
      2) non credo di aver “millantato competenze eccezionali”; anzi, spero proprio di aver spiegato che ho appreso sul campo tanti aspetti del mio mestiere ma che ritengo di aver ancora molto, moltissimo da imparare.
      Detto questo, sono desolata che tu ritenga desolante la situazione del mondo editoriale italiano.
      Io dissento profondamente.
      In qualche luogo al mondo i raggi del sole cui ti ispiri toccano un eden dell’editoria in cui ancora non è stata mangiata la peccaminosa mela del libero mercato? I soli esempi storici che mi vengono in mente mi fanno venire i brividi.
      Un saluto ottimista,
      giulia

  2. Camilla Pelizzoli scrive:

    Gentile Giulia,
    buona Pasqua e grazie, grazie mille davvero per questo post! Mi sono segnata tutti i suggerimenti, da parte mia ci metterò tutta la passione, la pazienza e la curiosità possibile!

    Grazie ancora,
    Camilla

    • Giulia Ichino scrive:

      Grazie a te!
      Baci e auguri grandi,
      giulia

  3. Alice scrive:

    La voglia di avventura è la prima componente per arrivare dappertutto. Grazie per averlo ribadito in maniera così appassionata!!!!!!

    Post scriptum: è arrivato anche a me quello che nei vecchi post dicevano dei tuoi conoscenti. E siccome sono d’accordo con loro ti chiedo se l’hai ricevuto, se te l’hanno passato. Fa venire i brividi per quanto è bello. Evviva la letteratura!!!!!!

  4. Alice scrive:

    E buona pasqua, dovunque tu sia.

  5. Gennaro scrive:

    Qualche tempo fa, se non ricordo male la scorsa estate, sul Manifesto fu pubblicato un lungo dossier su i protagonisti dell’editoria. In quell’occasione, probabilmente per il taglio che era stato dato al dossier, scrissero editor, scout di agenzie, autori, responsabili marketing… Mai venne nominato l’ufficio commerciale e gli agenti di vendita, che, non per essere parte in causa, secondo me sono molto importanti nella “filiera” del libro.
    In questi tuoi post, Giulia, hai colmato questa lacuna e te ne ringrazio. Auguri per il tuo lavoro!

  6. Fabio - sono d'accordo con Mario scrive:

    <>
    a parte la sintassi quantomeno… precaria (!)… della frase, trovo che il mal comune non si tramuti mai in mezzo gaudio, semmai in un peana glocal… la realtà che abbiamo sotto gli occhi tutti, la realtà di una mela piena di vermi, ovvero di una terra desolata editoriale, non si può certo negare… ed è pressochè ribadita, quotidianamente, da ogni onesto operatore di settore…
    …sul tema del nepotismo italico stendiamo invece un velo im-pietoso (ma beninteso senza riferimenti a storie e percorsi personali, che non conosco)…