Traduttori invisibili

Anche oggi i due protagonisti del romanzo che sto traducendo dovranno restarsene chiusi nel rifugio squassato dalla bufera in cui sono accampati da giorni perché non ho tempo di andare avanti con la loro storia. Per il resto della settimana gli allievi della scuola sono impegnati in laboratori con altri traduttori, ma c’è un grosso lavoro organizzativo che mi compete in quanto responsabile del coordinamento didattico, che va dalla scelta dei collaboratori (e quante traduzioni leggo, allora!) alle minuzie della quotidianità burocratica. Per svolgere efficacemente quel ruolo di bottega di cui dicevo ieri una scuola deve diventare un centro di cultura e di dibattito, il che vuol dire che vi devono ruotare intorno molte teste pensanti. Nel caso specifico, soprattutto molti traduttori, con competenze, esperienze e formazione culturale diverse, perché gli allievi percepiscano – vorrei dire tocchino con mano – che fare il traduttore, per quanto solitario, individuale e poco appariscente possa essere il mestiere, significa diventare parte attiva del mondo culturale e intellettuale di questo paese. Con l’assunzione di responsabilità che ciò comporta.

Dicevo nei post precedenti che da quando ho cominciato a tradurre, il mondo dell’editoria è molto cambiato. Per fare un altro esempio, non irrilevante: per anni ho consegnato a mano le mie traduzioni. Lavoravo prevalentemente con editori milanesi. Bene, prendevo il treno (da Torino non è poi molto lontano) e andavo a portare il mio prezioso plico di persona. Non era tempo perso. Avveniva così perché anche i redattori trovavano naturale incontrarsi, scambiare qualche parola (questo spesso voleva dire andare a pranzo insieme), instaurare un rapporto personale che forse si sarebbe mantenuto e approfondito nel tempo. Alcuni di quegli incontri sono diventati infatti rapporti consolidati, anche amicizie. Ma allora ero una qualunque giovane traduttrice di belle speranze e di nullo o scarso curriculum, cioè nessuno. E per giunta non traducevo solo narrativa, ma anche saggistica divulgativa.

Quella saggistica da cui il direttore editoriale di una nobile casa editrice mi suggeriva di guardarmi, perché “se finisci lì, non ne esci più”. Come fosse una palude di sabbie mobili. Io invece la saggistica l’ho sempre tradotta, anche quando avrei potuto farne a meno. Perché non volevo farne a meno. Esiste una saggistica divulgativa colta che a me, per la difficoltà stilistica e contenutistica che comporta, ha sempre dato immensa soddisfazione. Libri che non diventano best seller, ma lasciano il segno nella cultura e che si è fieri di aver tradotto.

Dubito che il giovane “nessuno” di oggi trovi altrettanta disponibilità dentro le case editrici. Non so se sono cambiati i redattori, ma certo sono cambiate le condizioni in cui lavorano. E benché, naturalmente, esistano le eccezioni, la prassi non è più quella. Anche questo aspetto fa parte di quel venir meno delle redazioni di oggi alla funzione di luogo di incontro e di scambio in cui rientrava la formazione non solo professionale ma anche intellettuale dei traduttori.

Forse è anche per supplire a questo vuoto che la comunità dei traduttori ha cominciato in questi anni a sviluppare al proprio interno legami più forti di quanto avvenisse in passato, per esempio attraverso strumenti specifici come i forum professionali (Biblit e Qwerty, per citarne due a cui sono iscritta, il primo a base più ampia, l’altro più ristretto), dove si dibattono questioni relative alla lingua e alla professione e di fatto si fa, sia pure in modo del tutto informale, una fondamentale opera di formazione.

Esiste in Italia un nucleo forte, variegato e numeroso, di traduttori di grande competenza e professionalità, molti dei quali ancora più invisibili dei rari colleghi che qui e là emergono a parlare in pubblico del loro mestiere e delle loro esperienze. Un mondo sotterraneo, che la massa dei lettori non solo non conosce, ma di cui non immagina neppure l’esistenza. Perché, come dicevo all’inizio di queste chiacchierate, la massa dei lettori percepisce i libri tradotti come fossero stati scritti direttamente in italiano. Del resto, spesso anche nei luoghi della cultura (recensioni, presentazioni) e perfino all’interno delle case editrici (cataloghi, materiale pubblicitario, comunicati stampa) si parla e si scrive di libri tradotti come fossero scritti direttamente in italiano.

 

 
Commenti (4) Trackback Permalink | 1.03.2012
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4 risposte a Traduttori invisibili

 
Commenti
 
  1. Melody Fox scrive:

    hello Paola…Ho letto cio’ che hai scritto e volevo dirti che mi piace. (;o)* Hai un bel modo di farlo e di renderlo scorrevole, oltre che interessante. Concordo con te sul fatto di *incontrare personalmente* le persone: credo molto nel contatto umano…per poter cogliere anche quell’attimo sorridente negli occhi delle persone…

    Se tu mai avessi bisogno di una persona che ti aiuta (sicuramente ne hai gia’ tante), gentilmente pensa anche a me. (Sono Americana…Giornalista senza lavoro e Artista–altrettanto povera–DJ abitante per ora a Milano)

    Thank you,
    buona giornata, oltre ad un sorridente weekend,

    Melody Fox (aka the Princess of Rock)
    Love Peace Music

    http://www.myspace.com/melodyfoxdj

  2. Raffaele Tutino scrive:

    Anni fa, quando muovevo i primi passi nel mondo della traduzione, pensavo che il vero traduttore fosse quello letterario. D’altronde ho trascorso anni a leggere libri, forte anche dei miei studi linguistico-letterari soprattutto in campo francofono. Ben presto mi sono reso conto che si trattava di un mercato come un altro, cioè di un settore in cui le logiche commerciali ed economiche avevano quasi sempre la meglio su tutto. A quel punto feci un paio di calcoli opportunistici e siccome avevo bisogno di trovare una mia indipendenza (detto terra terra, dovevo procurarmi da mangiare e da vivere senza dipendere da nessuno) decisi che era inutile provare la strada editoriale. Optai per la traduzione tecnica, settore che all’epoca risultava ancora molto redditizio.

    Negli anni mi sono confrontato con molti colleghi, anche quelli che lavorano per l’editoria, e la maggior parte di loro si è sempre meravigliata dei compensi che riuscivo ad ottenere a fronte di una cartella tecnica persino più corta, rispetto alla cartella editoriale, in termini di numeri di caratteri. Oggi le cose sono un po’ cambiate, la globalizzazione segue il suo percorso ineluttabile e le condizioni di molti traduttori sono peggiorate. Ma se la logica della globalizzazione si sente forte in un settore tecnico, gli stessi principi si stanno diffondendo in tutti gli altri settori, editoriale compreso. È per questo motivo che io non credo nella figura del traduttore editoriale come descritta in questi post. Senza offesa, la trovo alquanto anacronistica. Non metto in dubbio la volontà di fare sempre del proprio meglio, anche quando l’argomento o l’opera da tradurre non vanno esattamente a genio. Nel suo piccolo anche il traduttore tecnico è un artigiano, anche se in molti casi lo vedo come un operaio, nel senso meccanicistico del termine, viste le logiche commerciali ancora più evidenti e le tempistiche di consegna più serrate rispetto a quelle individuabili nel settore descritto in questi post.

    Un traduttore, o comunque qualsiasi traduttore degno di tal nome, fa del proprio meglio per dare una certa dignità al testo di arrivo, persino quando quello di origine è scritto con i piedi. Se riesco ancora a mantenermi a galla, è solo grazie alla mia tenacia, alla volontà di fare del mio meglio, di offrire un servizio di una certa qualità, cosa che non sempre è riscontrabile visti i tanti esempi di pessime traduzioni che circolano un po’ ovunque, dai manuali di istruzioni di un cellulare all’ultimo romanzo di grido. Non a caso esistono più segmenti: si va delle traduzioni a buon mercato a quelle di un certo prestigio, fino ad arrivare alla tanto temuta traduzione automatica, che trova sempre più spazio, diminuendo ulteriormente i compensi.

    Diciamo le cose come stanno: le case editrici ragionano allo stesso modo delle grandi multinazionali della tecnologia che, indirettamente, danno lavoro a una figura come la mia. Quello che conta è il profitto e il traduttore è solo un anello della catena di montaggio. Non a caso, in Italia, si tratta di una figura professionale poco o per niente riconosciuta come è stato giustamente fatto notare in un post precedente. Certo, ci può essere l’eccezione, chi ancora crede nella divulgazione della cultura, ma si tratta solo di piccole gocce nel mare, ad appannaggio di pochi. Lo scrivano ingobbito alla San Girolamo non esiste più. E se esiste si illude di esserlo.

  3. Pingback: I mestieri dell’editoria su Faberblog | herudolph | traduttrice

  4. Anthony scrive:

    Salve, vorrei consigliare a chi vuole intraprendere la strada del professionista del settore linguistico di iscriversi al sito http://www.traduzioni.in è un database dei traduttori e degli interpreti a disposizione delle agenzie di traduzioni ed interpretariato. L’iscrizione è gratuita.