Sponsor, santi in paradiso e banditi

Chiunque lavori nel campo della cultura prima o poi spera di trovare uno sponsor. Con lo sponsor si ha una specie di certificazione che tu fai parte di un mondo dorato; il loro marchio accanto al tuo: una convalida che il tuo lavoro, le tue idee valgono in termini di visibilità. E la parola visibilità significa per lo sponsor più contatti. Ma si impara presto che non c’è logica nelle scelte dei sponsor, il cliente sceglie a seconda delle sue personalissime inclinazioni. Uno sponsor che ama la vela, anche se fa biscotti per cani, investirà in regate con tanto di cene di gala negli yacht club esclusivi, fornirà magliette a go-go agli equipaggi e giustificherà la sua scelta con un nugolo di Pr, agenzie di pubblicità e fund raisers tutti che si tramuttano per l’occasione in esperti marinai. Se invece amano il golf, l’equitazione o la canasta ecco che l’azienda si converte in toto al nuovo “capriccio”.

Per fortuna si incontrano degli imprenditori illuminati. Hayec, il grande
patron della Swatch, durante l’inaugurazione di un restauro del Petit
Trianon, sponsorizzato da lui, dichiarò che era stato uno dei suoi
migliori investimenti: tenendo conto però che quando parlava era nell’anno della crisi finanziaria peggiore di tutti tempi.

Ma il grosso degli investimenti in sponsorizzazione rimane nel mondo dello sport. Tiger Woods, noto campione di golf, prende più di 50 milioni di euro all’anno da pochi sponsor eletti. Ernesto Berterelli ha dato una marcia in più all’America’s Cup faccendo salire alle stelle le partecipazioni degli sponsor grazie all’apparato della comunicazione, gestito in modo manegeriale. I risultati si vedono in mondovisione, e il ritorno in termini di business è notevole.

Perché noi nel mondo della cultura non impariamo a investire in quegli strumenti che servono agli sponsor? Facciamo spesso “le nozze con i fichi secchi” e non investiamo in strutture fisse (almeno annuali) di comunicazione. Rimasi stupita anni fa al Chelsea Flower Show scoprendo che la gloriosa Royal Horticultural Society aveva costruito una sala stampa che accoglieva più di 100 stazioni Tv e innumerevoli corrispondenti da oltre 70 paesi al mondo. In più avevano organizzato una diretta con la BBC dalle ore 8.30 fino alle 17.00 tutti i giorni.

Chelsea Flower Show non è certamente un G8! E’ sempliciamente una fiera dove dopo tutto si parla di fiori e giardini. Ma la macchina mediatica porta la sua piacevole storia nei telegiornali di tutto il commonwealth e oltre.

Mi sono sempre piaciuti gli sponsor per un altro motivo. Ho imparato da ognuno di loro come lavorare meglio. Loredano Lazzarini alla Bayer mi ha insegnato a produrre meglio le mie pubblicazioni, dai libri alle
brochure. La United Tecnologies mi ha insegnato che sponsorizzare significa avere rapporti a diversi livelli con il territorio. Finanziare la prima mostra sul Futurismo in Italia significava dialogare con il mondo della cultura, la città di Venezia, con la Fiat (co-sponsor) con i media italiani e con il pubblico dei visitatori. La Martini e Rossi mi ha insegnato che tutto deve essere programmato, studiatao nei dettagli e sequito passo passo per non sprecare occasioni di contatti. Florisa Gatti faceva in lungo e in largo L’Italia coordinando, sistemando e controllando con stile gli innumerevoli eventi, dalla mostra del cinema di Venezia a Piazza di Spagna. Spesso chi sponsorizza ti fa fare un salto di qualità professionale, ti fa vedere il tuo lavoro sotto un’altra ottica, ti stimola a crescere ad essere più compettitivo. Avere uno sponsor è spesso avere il proprio angelo custode, un santo in paradiso oppure più semplicemente un compagno di avventura che stima il nostro percorso.

Solo una volta ho preso dei fischi per i miei sponsor. In Francia a un
convegno prestigiosissimo di associazioni e fondazioni culturali. In coda ad un documentario che mi avevano girato Luchino Visconti e Gianluca Migliarotti per la enormous Films c’era la lista delle aziende che mi sostengono. In sala è scoppiato un boato di insulti. Il pubblico
selezionatissimo riteneva la mia un’operazione pubblicitaria di dubbio gusto. Ho avuto il diritto di replica e ho spiegato che in 15 anni di lavoro non avevo mai avuto un contributo statale, né regionale né auiti dall’Unione Europea. Invece tutte le loro attività godevano del supporto delle istituzioni. I francesi godevano di una vera politica culturale. Dopo mi hanno stretto la mano con compassione, scandalizzati del fatto che in Italia non ci fossero aiuti sufficienti alla cultura. Penso però che in loro sia rimasto il dubbio che io fossi un bandito nel campo dell’arte!

 
Commenti disabilitati Trackback Permalink | 15.03.2012
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