Solo una sana e consapevole …

Allora, ieri ho detto che uno dei primi argomenti del blog sarebbe stato lo statuto scientifico della psicoanalisi. Che io vedo dalla prospettiva del suo rapporto con la ricerca empirica. Provo a riassumere le posizioni oggi secondo me più diffuse. Parto dalla mia.

La ricerca empirica in psicoanalisi andrebbe incrementata. Ha iniziato a dare risultati interessanti: per esempio, prova a spiegarci che cosa funziona e perché (l’azione terapeutica), e naturalmente che cosa non funziona e perché. E anche per chi. Inoltre favorisce lo sviluppo di nuove idee, mette in discussione vecchie teorie date per scontate ma sbagliate (per esempio sullo sviluppo delle sessualità, oppure sulle cause dell’autismo), ci spinge a cercare e promuovere nuovi tipi di trattamento. In pratica, la ricerca (qualitativa o quantitativa che sia) può salvare la psicoanalisi sia dall’autoreferenzialità autodistruttiva, sia da critiche ideologiche ingiuste (che ciclicamente decretano “la morte della psicoanalisi” – ma veri funerali non li abbiamo ancora visti). Favorire la ricerca in psicoanalisi significa considerarla un oggetto che può essere studiato con metodo scientifico.

Per altri la ricerca empirica in psicoanalisi è una pia illusione: la psicoanalisi è una disciplina del tutto estranea ai criteri della verifica scientifica.

Infine, per alcuni (spesso psicoanalisti francofoni) la ricerca empirica in psicoanalisi è una contraddizione, se non un’eresia: non si può misurare ciò che non si può misurare. Cioè l’inconscio, la relazione, il transfert. Una posizione che un noto psicoanalista inglese, Peter Fonagy (che metterei nel gruppo dei “ricercatori”), ha definito il “(non così) splendido isolamento” della psicoanalisi.

Nel frattempo la ricerca psicoanalitica cresce, alimentata da molte interessanti pubblicazioni e direi sostanzialmente sostenuta dalle prinicipali riviste del settore. Così, il primo gruppo la guarda con interesse e partecipazione, il secondo con una certa diffidenza, il terzo con un po’ di infastidita superiorità.

Un quadro “urticante”, stando almeno al titolo di un celebre simposio all’Istituto di Psicoanalisi di Londra: “Grasping the Nettle: or Why Psychoanalytic Research is such an Irritant” (Prendere in mano l’ortica: perché la ricerca psicoanalitica è così irritante?).

Non abbiate paura dell’orticaria e preparate la vostra risposta …

 

 
Commenti (6) Trackback Permalink | 20.03.2012
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6 risposte a Solo una sana e consapevole …

 
Commenti
 
  1. star.. scrive:

    Gentile dott. Lingiardi,
    ho appena saputo, connettendomi sul sito del sole, del Suo lavoro come blogger. Per questioni personali mi sono trovata a fare la conoscenza del disturbo bipolare,sul quale sto cercando di informarmi più che posso. sarei lieta di leggere qualche Suo intervento in materia. Mi rendo conto della genericità delle mia richiesta, ma a) non sono una professionista; b) trattandosi di un blog, potrebbe essere interessante per i lettori conoscere qualcosa, seppur a livello divulgativo, di un disturbo rispetto al quale esiste tuttora un certo stigma sociale, frutto di tutte le lacune (culturali, sociale e chi più ne ha più ne metta) che Lei conosce sicuramente. Confido nella possibilità di leggere qualcosa sull’argomento qui sul blog, grazie!

    • Vittorio Lingiardi scrive:

      Buongiorno, senz’altro nei prossimi giorni dedicherò qualche informazione/riflessione sul disturbo bipolare. Magari con un’ indicazione di lettura.

    • Vittorio Lingiardi scrive:

      Gentile Signora, ho chiesto alla Prof. Emanuela Mundo, collega esperta di disturbi dell’umore, di rispondere alla sua domanda. Lo ha fatto in modo ineccepibile. Ecco cosa scrive: “Il disturbo bipolare è relativamente frequente nella popolazione generale ed è definito, secondo i principali sistemi diagnostici, come un disturbo dell’umore. Con questa definizione, s’intende un’alterazione delle comuni fluttuazioni  del tono dell’umore che diventano, nei soggetti affetti da tale disturbo, esasperate, fino a comprometterne significativamente il funzionamento lavorativo, sociale e familiare. Esistono diversi tipi di disturbo bipolare (per cui bisognerebbe più propriamente parlare di “disturbi bipolari”) tra cui il più noto (ma non il più frequente) è quello caratterizzato dall’alternarsi di periodi di depressione (insieme di sintomi variabili e variegati tra cui: tristezza continua accompagnata da incapacità a provare piacere nelle attività quotidiane, disturbi dell’attenzione, della memoria, rallentamento delle idee, alterazioni dell’appetito e della funzione sessuale, disturbi del sonno, idee di morte o di suicidio, sintomi d’ansia) e periodi di eccitamento (insieme di sintomi variabili e variegati che solitamente comprendono: euforia o marcata irritabilità, accelerazione del pensiero, iperattività, riduzione del bisogno di sonno, idee di grandezza, ingaggio in attività pericolose o potenzialmente dannose, spese eccessive e azzardate). Questi periodi di depressione ed euforia solitamente si alternano a periodi liberi da sintomi in cui il soggetto riprende il suo funzionamento normale, in un andamento tipicamente ciclico e ricorrente (talora anche stagionale). 
      Per i disturbi bipolari, così come per la maggior parte dei disturbi psichiatrici, sono state individuate diverse cause, ciascuna apparentemente necessaria ma non sufficiente a spiegare l’insorgere e lo stabilirsi dei disturbi stessi. Secondo il modello attualmente più accreditato si tratterebbe di disturbi che vedono una componente biologica (un’alterazione a livello di diversi neurotrasmettitori – sostanze che regolano la comunicazione tra le cellule nervose e, quindi, le diverse funzioni del Sistema Nervoso Centrale), probabilmente su base genetica, e una componente di predisposizione “ambientale” (eventi di vita stressanti in epoche precoci della vita o negli anni successivi). 
      Dal punto di vista terapeutico esistono diverse strategie di trattamento che, solitamente vedono una combinazione sinergica di farmaci (i cosiddetti “stabilizzatori dell’umore”, tra i quali il più noto, sebbene non da tutti considerato il farmaco di prima scelta è il litio), di diverse forme di psicoterapia (psicodinamica o cognitivo-comportamentale) e dei cosiddetti interventi psico-educazionali (informazione ai soggetti affetti e ai familiari per riconoscere le fasi iniziali del disturbo o delle ricorrenze degli episodi, per evitare i fattori precipitanti e per aumentare l’adesione al trattamento e l’alleanza con i terapeuti). Con la terapia adatta, che dura solitamente anni ma che, se adeguata al singolo caso e attentamente controllata, non comporta alcuna significativa compromissione del funzionamento del soggetto e della sua qualità di vita, è possibile arrivare alla completa remissione dei periodi di depressione ed eccitamento.
      Una corretta informazione sui disturbi bipolari, sulle loro manifestazioni e sulle possibilità di trattamento si è rivelata molto utile nel ridurre lo stigma sociale associato ai disturbi e, pertanto, nel far sì che un maggior numero di persone affette possa chiedere tempestivamente un aiuto adeguato agli specialisti nell’ambito della salute mentale, evitando così le complicanze dei disturbi non trattati tra le quali la dipendenza da sostanze (alcol, psicostimolanti, sedativi), l’aumento della frequenza dei periodi di depressione e di eccitamento, i gesti suicidari.”
      Un buon libro, pur se rivolto agli “addetti ai lavori”, è questo:
      Goldberg J.F., Harrow M. (a cura di), “I disturbi bipolari Decorso clinico e outcome”, Raffaello Cortina Editore, 2000.

  2. Barbara Collevecchio scrive:

    Sono stata una sua allieva e ancora consulto spesso il suo libro ” La personalità e i suoi disturbi”. Sono oltremodo lieta che il Sole 24 ore dia spazio alla voce di uno psicoanalista soprattutto in questo momento di civiltà fluida in cui la psicoanalisi sembra aver perso terreno rispetto alle terapie brevi di stampo cognitivista. Ultimamente sto leggendo un saggio del sociologo Lipovetsky che come Lasch ( La cultura del narcisismo ) ha analizzato in tempi non sospetti il fenomeno della “personalizzazione” e del narcisismo come sindrome non più individuale ma di massa. Recalcati è arrivato a sostenere che oggi dietro a molte problematiche non ci sia più il complesso di Edipo ma un vero e proprio straniamento e ” nulla” . La psicopatologia del vuoto. Come junghiana sto facendo un lavoro di ricerca( ovviamente non universitario e su questo coi sarebbe molto da dire ) sui simboli che ancora oggi ci parlano, pur vivendo in una società ipermoderna in cui l’ immagine vuota impera e dove il simbolo viene confuso e sterilizzato nel semeion. I miei complimenti al Sole 24 ore dunque e a Lei, con l’augurio che da questo blog nasca un dibattito aperto perché, come citava qualcuno, nonostante quest’epoca di velocità fluida, è ancora importante ” lavorare con lentezza” .

  3. http://www.liberaparola.eu/clinico-contemporaneo/107-la-neolingua-di-big-pharma

    oggi c’è una psicoanalisi che corre pericolosamente dietro alla classificazione del dsm

  4. Francesco scrive:

    La ricerca in psicanalisi deve andare meravigliosamente avanti e continuerà a farlo. Pian piano si aggiungeranno così altri pezzi a un mosaico che non verrà mai completato del tutto, perchè la psicologia ha come oggetto di studio la Mente, un’entità sconfinata, misteriosa e profonda come l’Universo, che invade e s’intreccia con altre mille materie: l’alchimia, l’arte, la mitolofia, la fisica.. come sapeva il buon Jung (di recente si parla anche di “psicologia quantistica”). Peraltro, anche questi altri campi del sapere si stanno dimostrando sempre più sfuggenti a una ricerca puramente scientifica; la fisica quantistica, ad esempio, ha rivelato stupefacenti legami con la coscienza e con la mente. Dunque, la ricerca empirica fa (e deve continuare a fare) ciò che può fare, con tenacia e passione, in un universo che è una immensa, furiosa e incantevole danza di magia.