Pall Mall,Pirro Ligorio e il mercato globale

Partendo dalla considerazione che i Beni culturali interessano un pubblico molto internazionale, negli anni ho ritenuto importante andare all’estero per promuovere il mio lavoro. Il primo viaggio fu a Londra. Capitale delle Fondazioni culturali e il Paese che ha inventato il Club. Io faccio parte di uno di questi: il Reform Club, a Pall Mall, pochi metri da Clarence House, St James Palace e quindi a un tiro di schioppo da Buckingham Palace. E una delle sedi storiche del partito Liberale inglese, situato vicino al Rac, il club caro a Jules Verne, che vi ambientò l’inizio del suo famoso Giro intorno al mondo in 80 giorni.

Hanno accettato delle donne come soci! Parbleu! Il Chamberlain impettito e molto discreto mi aveva pregato di non girare per i bagni in négligé data l’età avanzata degli altri soci. Forse si era scordato della mia!

In questo sobrio ambiente ho fatto una delle prime cene dedicata all’incontro con i giornalisti che scrivono sulle pagine culturali dei giornali più blasonati della capitale brittanica. La serata prometteva d’essere piacevole. Tutti i giornalisti erano molto preparati in materia ma era durissimo farli cambiare idea sullo stato di manutenzione dei Beni culturali italiani. Ritenevano che gli orari di apertura non fossero affidabili, e invariabilmente lodavano quelle poche e sparute istituzioni culturali dirette da inglesi (ex patriots). Avevano tutti una storiella su un bene culturale chiuso al pubblico, senza fondi e con le opere che sparivano per incuria.

Il secondo viaggio fu in Australia. A Sydney trovai un pubblico decisamente più ottimista, come del resto ci si aspetta di trovare in un Paese così giovane. Ci dedicarano delle pagine intere sul giornale locale: la comunità italiana in Australia era felice per il suo momento di gloria. Da immigrati diventarono agli occhi degli australiani discendenti diretti di Michelangelo e Pirro Ligorio.

Dopo seguiranno viaggi in lungo e in largo, in quanto invitata da associazioni italiane nei Paesi più sperduti nel mondo. Ogni volta il computer non funzionava o non era compatibile per cui, dalla programmata proiezione dei documentari e multivision dovevo invariabilmente ripiegare su foto ingrandite, che mostravo come tanti santini.

Ho incontrato persone speciali, e mi hanno dato l’incoraggiamento necessario per continuare il mio lavoro.

In 15 anni non una sola volta è stato possibile essere “ospite” di un’istituzione dello Stato italiano all’estero. Gli Istituti di Cultura da Praga a San Pietroburgo erano territori esclusivi di chi li dirigeva. Idem le sedi dell’Enit, dell’Ice, per non parlare delle Ambasciate e dei Consolati. In alcune città “possediamo” almeno 5 sedi di rappresentanza gestite come una volta i Principi facevano con i loro feudi.

Ecco, no mi correggo: una volta a Londra la sede dell’Enit mi fu messa a disposizione dietro un congruo contributo, dove era incluso anche il costo del catering, delle sedie e del personale di servizio.

Tutte le volte che vado all’estero per promuovere i Beni Culturali avverto le istituzioni Italiane in loco. Non una singola volta si siano presi la briga di venire, per sostenere con la loro presenza un’iniziativa a benificio del turismo culturale italiano. La promozione dei beni culturali, fino ad oggi, era campo esclusivo delle istituzioni governative, vedono con sospetto un operatore privato e indipendente.

Il mio non è un lamento ma una considerazione; d’altronde anche le aziende del mondo della moda hanno dovuto cavarsela da soli: diventando una bandiera del Made In Italy. Quindi non scoraggiamoci, anche da soli ce la possiamo fare, visto che là fuori c’è un mercato globale interessato al nostro lavoro.

 

 

 
Commenti disabilitati Trackback Permalink | 16.03.2012
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