Mestieri antichi, nuove opportunità

Una volta quando pensavo a qualcuno che lavorava nel mondo della cultura mi veniva in mente il Direttore del Victoria & Albert Museum, con il suo colaratissimo papillon. Per me passava la vita tra cocktail e interviste. Pensavo anche a un’amica di mia madre che sosteneva un corpo di ballo; elegantissima nei suoi impeccabili tailleur principe di galles, plurititolata con un vocabolario molto contenuto. Era un mondo per me di profumi, chiffon e tight: un “old boys club” dove erano ammesse anche le moglie purché  facessero fundraising con discrezione e classe.

Oggi lavorano nel settore del turismo circa 2 milioni e mezzo di persone. Una parte di loro lavora nel settore del turismo culturale. Fanno lavori che vanno dalla gestione di mostre a corsi didattici, lavorano nei musei, nelle ville storiche, nei giardini visitabili. Una parte ha avuto una preparazione accademica umanistica: freschi di studi universitari, paiano disorientati, mal pagati e scarsamente motivati. Raramente hanno avuto un corso di preparazione per l’accoglienza turistica. Molti settori sono in crisi il turismo no.

Se è sempre valida la massima di Albert Einstein “non si può risolvere un problema con la stessa mentalità che l’ha generata” non si capisce perché in Italia non si investa nei mestieri della cultura. L’industria del turismo generarerà quest’anno un fatturato notevole, ritengo che investirne adesso una parte per creare posti di lavoro nella cultura sarebbe strategico. Forse le sovvenzioni, per esempio nel settore dell’auto, potrebbero essere investite in parte in questo settore innovativo.

Solo in un giardino visitabile conto almeno 15 mestieri diversi: il ben noto giardiniere, il capo giadiniere, l’agronomo, il bigliettaio, la guida,il fontaniere, il curatore, il direttore, il sovraintendente, l’esperto botanico, l’esperto delle irrigazioni, il tecnico delle luci, il responsabile eventi, il custode. Senza contare il personale che è chiamato per allestire le mostre ed eventi.

Lavori qualificati. Lavorano in ambienti di rara bellezza e forse salveranno, se non il mondo, l’economia italiana! Ma per cambiare le politiche di investimento occorre che il tax payer considera la cultura una issue importante, che esprima con il proprio voto l’attenzione a questo settore; non deve essere una questione che si discute solo nei salotti buoni,dove un’enormità di denaro passa da un’azienda a un trust (della stessa azienda) o dal governo a un ente che investe solo in restauri. L’arte è stata per troppi secoli la stanza dei giochi degli eletti, oggi serve più che mai per l’intergrazione, per un maggior benessere sociale.

Personalmente sono fiera del mio mestiere, mi sento un operatore della cultura: una parte dell’ingranaggio che permette di salvare e mantenere opere d’arte di inestimabile valore. Ma è anche, nel mio caso, un modo per ripagare un debito di riconoscenza verso il Paese che mi ospita da trent’anni.

 
Commenti disabilitati Trackback Permalink | 13.03.2012
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