Lettori di traduzioni

In questi giorni, nei ritagli di tempo, sto sbobinando un’intervista che ho fatto due settimane fa a Elena Loewenthal, traduttrice dall’ebraico, su che cosa significhi tradurre da una lingua tanto diversa dalla nostra. Oggi pomeriggio abbiamo la riunione di redazione della rivista Tradurre e si farà il punto sul prossimo numero in uscita a maggio. La rivista è un semestrale online dedicato alla traduzione editoriale, che abbiamo messo in piedi un po’ alla garibaldina con un gruppo di amici l’anno scorso con l’idea di raccontare al lettore di traduzioni (e quale lettore non è lettore di traduzioni?) lo spessore culturale che sta dietro e intorno al nostro mestiere. Mai avremmo potuto farlo, se non altro per i costi economici, se non vivessimo in epoca telematica. Quanto al lavoro che comporta, abbiamo scoperto che fare una rivista, online o su carta, è un bell’impegno. Però ci divertiamo.

Il lettore di traduzioni siamo tutti noi. Chi non si è formato su libri tradotti? Una cosa che mi ha fatto riflettere su aspetti del tradurre che a volte non sono immediatamente evidenti è stato scoprire che una parte almeno della mia formazione culturale e linguistica è avvenuta su traduzioni che oggi considereremmo per certi versi improponibili. Molte di quelle traduzioni non sono più in circolazione: sono state sostituite da altre più recenti, più corrette, più adeguate ai tempi. Ma ce ne sono alcune che vengono tuttora ristampate e vendute (costa meno ripubblicare una vecchia traduzione!) anche se ci sono dentro tagli, invenzioni e castronerie. Resta il fatto che la lingua che parlo e soprattutto che scrivo l’ho in gran parte raccolta, più o meno consapevolmente, in libri tradotti. Lo so, perché constato dalla mia biblioteca di aver letto assai più in traduzione che in lingua originale.

Le traduzioni invecchiano e ogni generazione ritraduce i libri del passato, non solo perché è necessario adeguare la lingua al mondo in cui il libro tradotto deve vivere, ma anche perché cambiano i criteri del tradurre. Oggi per esempio si fanno traduzioni filologicamente più corrette di quelle di un tempo: a un traduttore non è più consentito commettere errori di interpretazione o supplire con l’invenzione dove non comprende il testo originale perché non ne conosce a sufficienza la lingua. Né gli è consentito tagliare un testo per motivi, poniamo, ideologici. Intorno a questi problemi esiste un ampio dibattito. È nata addirittura una disciplina accademica, la traduttologia, che si occupa di teorie utili alla comprensione del processo di traduzione dei testi. Al traduttore può servire per avere un quadro di riferimento teorico. Ma il mestiere è un’altra cosa e non passa attraverso la teoria. La traduzione è una pratica, vive nel tempo e appartiene alla storia.

Quando traduco, so che qualcuno in carne e ossa leggerà la mia traduzione. In fondo a queste pagine – a questo lungo, paziente, faticoso lavoro – ci sono i lettori. E i lettori hanno dei diritti. Un commento al post di ieri parla serenamente di buone e cattive traduzioni. È tutto qui: i lettori hanno diritto di leggere buone traduzioni. E questo vale per ogni tipo di testo, dall’opera del Premio Nobel al romanzo di consumo. Anzi, forse soprattutto per il romanzo di consumo.

 

 
Commento (1) Trackback Permalink | 3.03.2012
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Una risposta a Lettori di traduzioni

 
Commenti
 
  1. Mirko scrive:

    Salve, vorrei segnalarvi il sito con la database di traduttori, interpreti ed agenzie di interpretariato.
    http://www.traduzioni.in