La responsabilità di chi traduce

Mi è arrivata in questi giorni una traduzione di cui dovrò fare la revisione. Si tratta di una prassi comune nell’editoria: qualunque traduzione ha bisogno di una revisione, di un passaggio sotto altri occhi. E capita spesso a un traduttore di rivedere il lavoro di un collega. Perché la revisione sia davvero utile e vada nella direzione di un miglioramento, il revisore deve essere almeno altrettanto competente del traduttore. Quando è così, la revisione porta grazia. Nel caso contrario, spesso porta danno.

Dicevo ieri di buone e cattive traduzioni. Molti aspetti intervengono a fare una buona traduzione e di alcuni, specie per testi complessi e di alto valore letterario, è difficile giudicare senza una conoscenza, per così dire dall’interno, dell’autore, della sua scrittura e del processo di traduzione. E infatti di quegli aspetti giudicano, di solito, gli addetti al mestiere. Il lettore mette in atto una sorta di fiducia a priori, che poi è un po’ quella che gli consente di leggere serenamente libri tradotti senza porsi il problema della traduzione. E anche se credo che giovi a tutti che il lettore sia avvertito e consapevole che sta leggendo le parole non dell’autore, ma di chi all’autore presta una voce nella nostra lingua, so bene che questa consapevolezza appartiene – e apparterrà sempre – solo a una piccola minoranza.

E gli altri? Quando, adolescente e nella prima maturità, leggevo i classici della narrativa europea, ero anch’io una di quegli “altri”. A quelle traduzioni devo almeno in parte il mio mestiere di oggi, la mia dimestichezza con la lingua scritta, la mia capacità e soprattutto il mio piacere di scrivere. Con questo intendo dire che sulla lingua che oggi usiamo nelle traduzioni – e in tutti gli altri mestieri della scrittura – si formano i traduttori di domani. E naturalmente non solo loro.

I diecimila libri che si traducono ogni anno escono alla luce e contribuiscono – non certo in piccola misura, se si considera che rappresentano quasi un quarto della produzione editoriale – a creare l’italiano di oggi. E dunque anche quello di domani. Non è responsabilità da poco per noi che quei libri traduciamo e rivediamo e per chi li pubblica e li mette in mano ai lettori. Ed è una responsabilità imprescindibile per chi, a qualunque titolo, opera nell’editoria e presume di fare cultura.

A fare una cattiva traduzione non sono tanto le madornali sciocchezze che a volte si incontrano nei testi tradotti. Se leggo che un navigatore trova la rotta col compasso, perché bussola in inglese si dice compass, posso sdegnarmi o ridere, poi però vado avanti nella lettura. È altra, e più subdola, la gramigna delle cattive traduzioni. Per esempio, quell’italiano prostituito all’inglese – la lingua della colonizzazione culturale di oggi – che in certi testi tradotti pare aver perso il senso e i modi della nostra consecutio temporum e aver dimenticato l’esistenza dell’imperfetto e del trapassato prossimo perché in inglese quei tempi hanno usi e frequenze diversi. O l’italiano infarcito di inutili calchi sintattici, di preposizioni estranee (chi non ha mai letto che una cosa dipende su un’altra?), di congiuntivi mancati. O ancora – tanto più dannoso perché apparentemente innocuo – quell’italiano sciatto, impreciso, lessicalmente e sintatticamente povero, dimentico della ricchezza e della forza della propria tradizione, che contraddistingue tante traduzioni di un’editoria frettolosa e irrispettosa dei suoi lettori.

Certo, la lingua cambia nel tempo. E rispetto della tradizione non significa ottusa adesione alla norma. Ma il cambiamento è fecondo se aggiunge, anziché togliere, se arricchisce, anziché svilire.

È una sfida difficile. Ed è anche quella che rende questo mestiere così appassionante.

 

 
Commenti (2) Trackback Permalink | 4.03.2012
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2 risposte a La responsabilità di chi traduce

 
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