Indignarsi per il cinema

Una degli aspetti che trovo più divertenti del mio lavoro sono le reazioni che suscita nella gente. Specifico, nei “non addetti ai lavori”. Gli scrittori, i giornalisti e più in generale chi lavora nell’editoria e nell’informazione sanno che il ghostwriter è un mestiere come un altro, abbastanza diffuso, discretamente remunerato (rispetto alla media del settore, s’intende) e peraltro assai istruttivo per chi lo pratica, in quanto consente di fare tanto esercizio di scrittura a livello professionale. Fin qui, dunque, niente di interessante. Altra cosa, invece, sono i lettori appassionati.

Come ho avuto modo di constatare per l’ennesima volta leggendo i commenti al mio primo post in questo blog, la reazione più comune è l’indignazione. Qualcuno (che si è firmato Raffaele Ferrario) ieri si è persino preso la briga di augurarmi la morte, scrivendo “Se tu non fossi già fantasma, staresti meglio come cenere nell’urna”, in quanto reputa la mia categoria responsabile dell’esistenza di quelli che definisce “insulti seriali”, ossia – tra gli altri – i libri di Bruno Vespa e di Melissa P. Ora, non me ne voglia il buon Raffaele se lo taccio di mancanza di originalità, ma questo salace genere di insolenze per il ghost sono all’ordine del giorno. Il che va bene, fa parte del gioco, non importa nemmeno scrollarsele dalle spalle. Il fatto è che dipingono una realtà completamente distorta. I presupposti, in questo caso, sono 1. che autori come Bruno Vespa e Melissa P. abbiano necessariamente bisogno di ghost e 2. che i ghost lavorino soltanto nell’ambito di generi letterari mainstream. Ahimè, entrambe le illazioni sono false: esistono Melisse P. senza ghost e ghost senza Melisse P. Lo scenario è invece molto più complesso e variegato di quanto queste affermazioni riduzioniste e luogocomuniste dipingano.

L’indignazione di cui sopra nasce da una considerazione di fondo, ossia che il libro resta un oggetto sacrale, protetto da una sorta di inviolabilità. Parimenti, uno scrittore è visto in qualità di detentore di chissà quali virtù sciamaniche. Di uno scrittore si può dire che non è bravo, che pubblica robaccia, ma resta pur sempre uno scrittore. Ma allora mi chiedo, non è meglio leggere un libro ben scritto piuttosto che uno rabberciato, prescindendo da chi sia il reale autore? E’ davvero così importante che autore reale e autore declamato coincidano? Non dovrebbe avere più valore l’opera del suo creatore? Perché una persona non può avere delle buone idee e affidarle a qualcuno più abile di lei nel comunicarle al pubblico?

Per certi versi, si potrebbe paragonare il rapporto tra committente e ghost a quello tra sceneggiatore e attore: la storia è dello sceneggiatore, l’interpretazione è dell’attore. In quest’ottica, gli scrittori fantasma devono essere ottimi interpreti, altrimenti le idee rischierebbero di perdersi nel vuoto. Forse il mio è un ragionamento di parte, quasi di categoria, ma sono certo che se tutti noi talvolta accantonassimo l’indignazione, forse riusciremmo a capire un po’ meglio il mondo che ci circonda e che conosciamo solo per sentito dire, senza miopi pregiudizi. D’altronde, nemmeno Marlon Brando era realmente don Vito Corleone.

 
Commenti (22) Trackback Permalink | 27.03.2012
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22 risposte a Indignarsi per il cinema

 
Commenti
 
  1. raffaele ferrario scrive:

    Per fortuna sei ancora vivo! Il post non si sarebbe potuto scrivere da solo. E poi non so neanche se uccidere un fantasma sia reato. Noto la tua indefessa convinzione nel mestiere, tanto da fondere in una parola unica ambedue i termini mutuati dall’estero: ghostwriter. Devo ammetterlo, spesso gli ausiliari del traffico hanno turbato i miei pensieri anche più del ladro comune ma il “ghostetc.” rientra in una deriva tipicamente contemporanea. Quello che tu ritieni un mestiere come un altro, va da sé che in tempi di crisi ci può stare che assomigli a un mestiere come un altro! Mi piacerebbe allora oltre all’idraulico il ghostaulico, oltre al cuoco il ghostuoco, oltre al pilota il suo mezzo che si guida da sé, oltre ai fantasmi anche la seduta spiritica! “Luogocomuniste” mi piace, è una curiosa invenzione, un po’ sinistra ma c’è dell’entusiasmo. “Ma allora mi chiedo, non è meglio leggere un libro ben scritto piuttosto che uno rabberciato, prescindendo da chi sia il reale autore?” Sarebbe meraviglioso. Però ci deve essere più di qualche ingranaggio difettoso in tutta questa costruzione anti o pseudo-sacrale. Qualcosa fra il sego residuo e il metallo rovente della serialità. “Non dovrebbe avere più valore l’opera del suo creatore?” Se si scrivesse da sé, magari sarei d’accordo! Hai scritto poi ripetutamente,con un palese risentimento, la parola indignazione, quel risentimento lieve che te l’ha fatta attribuire a me. Ora, non so chi tra i due ne abbia dato maggior conto! Però lo sospetto fortemente! Un saluto parziale… Al ghost writer preferisco il tasty writer. (Colui che si firma Raffaele Ferrario)

  2. Sandro scrive:

    Ghostwriting va a braccetto con autobiografia? Al cinema, nei titoli di testa e di coda c’è una sfilza di nomi financo di chi trucca (!) la maschera di don Vito-Marlon. Onestà può far rima con scrittura?

    • Fabio Rizzoli scrive:

      Sandro, tu sei convinto che i ghost si occupino soltanto di biografie… ma non è così! Se è vero che quelle sono sempre scritte da ghost, è altresì vero che ci sono molti altri ambiti in cui gli autori si avvalgono del lavoro di fantasmi. Se questo sia o meno un fatto di disonestà non sta certamente a me deciderlo.

  3. amalia scrive:

    Mi ha fatto riflettere soprattutto nella terza parte del suo scritto.
    Cito anche un altro esempio: i grafici. Nella maggior parte eseguono l’idea di un altro.

    La resistenza che mantengo in merito ai suoi ragionamenti è data dal dover immaginare due entità diverse che confluiscono in un unico testo. Per ragioni di pancia mi piace pensare che dietro una persona ci sia un’unica mente a riflettere, fa parte del gioco della fantasia. Soprattutto quando s’inizia a credere che dietro quelle parole ci possano essere note autobiografiche.
    Forse è un errore; magari è il desiderio di essere morbosi che scaturisce dai modi di scrittura e stile di un autore;
    non so.
    Di fatto, ci si porta oltre;questo non dipende certo dal suo mestiere, ma da come si costituisce il nostro immaginario percettivo in base alle esperienze vissute nella propria vita, e rapportate al testo che abbiamo letto.

    • Fabio Rizzoli scrive:

      Amalia, faccio due considerazioni aggiuntive a quel che hai scritto. Primo: in alcuni casi sono ben più di due persone che lavorano a un testo, bensì un intero pool. Qualcosa di simile alle sedute di sceneggiatura (ritorno sull’esempio) dei serial americani. In quei casi diventa ancor più difficile stabilire di chi sia la paternità del libro, perché è il frutto delle idee di un intero tavolo di addetti ai lavori, anche se poi il nome che rimane in copertina è uno solo. Secondo: per converso, la maggior parte dei libri NON sono scritti da ghost, ma dall’autore che viene indicato. Il ghostwriting rimane un’eccezione, non la regola. Questo è bene sottolinearlo, altrimenti si rischia di cadere in un “complottismo” che non corrisponde a realtà.

  4. Melissa Panarello scrive:

    Gentile Fabio,

    temo che inserire il mio nome in questo contesto sia fuori luogo e desidero anche io rispondere all’amico Raffaele Ferrario: non mi sono mai avvalsa di ghost writer né ho mai prodotto opere seriali. Quindi, credo, sarebbe stato più consono prendere a esempio altri autori. Paragonarmi a Bruno Vespa, inoltre, è tanto sciocco quanto paragonare la Soluzione Schoum all’acqua santa (l’acqua santa, in questo caso, sarei io – mi sia concessa l’ironia)

    • Fabio Rizzoli scrive:

      Gentile Melissa, il tuo nome è stato inserito nel contesto soltanto in quanto sei stata tirata in causa da terzi: mai ti avrei nominata. Peraltro, mai avrei nominato nemmeno Vespa – quantomeno non senza avere a fianco Padre Amorth.

  5. amalia scrive:

    @risposta:
    Sicuramente la mia risposta non voleva alludere al complottismo. Altrimenti ci troviamo veramente in Ghostwriter di Roman Polanski! ;)

    • Fabio Rizzoli scrive:

      Ovviamente stavo scherzando, Amalia… ;-)

  6. Francesco Orla scrive:

    La figura del Ghostwriter l’ho sempre accostata a tanti professionisti ed artisti che hanno realizzato le proprie opere su committenza. E allora visitando la Cappella Sistina, passeggiando per i Fori Imperiali o pensando alle tante opere di interesse culturale che sono state realizzate per commissione, mi chiedo se sia da condannare in tutto e per tutto scrivere libri per terzi. Tra l’altro non sono pochi gli scrittori che non hanno voluto per primi pubblicare libri con il loro nome di battesimo fin dagli esordi, mentre esistono opere d’arte letterarie (e penso al Conte di Montecristo), di cui è da sempre discussa la paternità, ma non per questo, tali romanzi perdono il loro valore letterario…

    • Fabio Rizzoli scrive:

      Francesco, non c’è nemmeno bisogno che ti dica che sono completamente d’accordo con te… :-)

  7. Gianpaolo scrive:

    Sinceramente, per quella che è la mia esperienza, mi sono fatto l’idea che i mali dell’editoria siano tanti e di diversa natura, ma che ben pochi di questi possano essere riportati all’esistenza dei chostwriter, che in fondo svolgono un servizio; un servizio che altrimenti sarebbe svolto da altri. In un certo senso si considera moralmente preferibile il lavoro dell’editor, anche se spesso incide in maniera fondamentale nei “suoi” autori non comparendo in nessun modo e non venendo quasi mai citato, anche quando il suo lavoro ha determinato buona parte del libro che il lettore ha in mano, così come fanno alcuni agenti, ad esempio. Volendo essere puri fino in fondo anche le elabrazioni di altri libri o di film dovrebbero essere segnalate, visto che spesso quello che viene scritto non è che la rielaborazione di quanto è già stato fatto in passato. In fondo siamo sempre nani sulle spalle di giganti e se questi nani hanno la consistenza del fantasma meglio per i giganti che hanno meno peso da portare. Se pensassi di avere anche lontamente le capacità per farlo, mi piacerebbe provare a fare il chostwriter e buon per Fabio se ci riesce e anche bene, immagino.

    • Fabio Rizzoli scrive:

      Gianpaolo, hai fatalmente anticipato l’argomento del mio prossimo post, ossia le differenze/somiglianze tra ghostwriter ed editor…

  8. raffaele ferrario scrive:

    Caro Fabio,
    Ci tengo a precisare per i distratti che parte del mio intervento “luogocomunista”, relativo al tuo post precedente, così testualmente riportava: “Finalmente la risposta all’esistenza di insulti seriali come quelli di Bruno Vespa o alla pura inconsistenza dei libri della Panarello..”

    Dunque, se lo spirito di Flaubert non mi ha dato alla testa, il montaggio da te ricucito (e in questo posso anche comprenderti: l’invito alla Panarello fa audience) in cui fai il mio nome – da qui il permesso di replicare autoconcessomi – è se non altro impreciso. Tu scrivi: “..in quanto reputa la mia categoria responsabile dell’esistenza di quelli che definisce “insulti seriali”, ossia – tra gli altri – i libri di Bruno Vespa e di Melissa P.”
    Fino a Vespa ci siamo, e con la consigliabile presenza di padre Amorth, ma con la Panarello non più. Non è chiaro? No? L’uno insulto seriale, l’altra inconsistente. Mi pare se ne sia lamentata la stessa in persona, o virtual persona, con piena facoltà di farlo! La serialità non è l’inconsistenza, né l’una include necessariamente l’altra.
    Ben consapevole, nonostante la stagione, che la rettifica sia solo questione di onestà intellettuale. Ciò che ho scritto sta lì: considerazioni, commenti, incursioni nell’assurdo e contro commenti. Se fossi in te, non saprei come ricucirla. Ma ho fiducia in una tua impennata di orgoglio letterario. Del resto c’è cascata anche Melissa P.!

  9. Raffaella scrive:

    Non entro nel merito ma da tanto tempo mi faccio una domanda, che provo a girare al bravissimo Fabio Rizzoli, o a chi dei suoi lettori vorrà rispondermi: Manzoni, Dostoevskij, Virginia Woolf… si avvalevano di editor o ghostwriter? Personalmente non mi risulta, eppure le loro opere sono rimaste nel tempo. Di ciò che si scrive oggi, cosa rimarrà? Nessuno può dirlo, ma sospetto che l’intervento dei dipendenti delle case editrici (editor e ghostwriter) abbia il solo scopo di modificare quanto scritto dall’autore per “accattivare” i lettori (=consumatori). Sono convinta che moltissimi ghostwriter scrivano 100 volte meglio del 90% degli autori ma, appunto, se questi autori non scrivono così bene non dovrebbero proprio essere pubblicati. Punto. Del destino della cultura e dell’editoria italiana, francamente, non mi importa nulla. Ma mi piacerebbe entrare in libreria e trovare qualcosa che ambisca, almeno, a vivere in eterno.

    • Fabio Rizzoli scrive:

      Raffaella, come rispondevo a un commento precedente, non vorrei che adesso passasse l’idea che l’editoria sia esclusivamente in mano a editor e ghostwriter. La maggior parte degli autori non rientra nella categoria degli “accattivati”. In Italia, un esempio su tutti: Antonio Moresco, uno che a mio parere con ogni sua opera cambia davvero lo scenario della letteratura. Non so se ambisca o meno all’immortalità, vero è che le sue pagine resteranno comunque per sempre. E’ altresì chiaro che l’editoria è un’industria e deve in qualche modo campare, soprattutto in paesi come il nostro in cui i lettori sono un gruppetto sempre più sparuto. Naturalmente, dunque, per ogni Moresco devono esserci almeno dieci “accattivati” che possano sostenerlo economicamente. Ho diretto una casa editrice e questi meccanismi li conosco in prima persona. Magari possono sembrare biechi, ma nessuno vive di sola cultura, le tipografie, i distributori e gli agenti vanno pagati e da qualche parte i soldi devono saltar fuori. Ecco che editor e ghost acquistano il loro senso…

  10. Giorgio Pozzi scrive:

    “Perché una persona non può avere delle buone idee e affidarle a qualcuno più abile di lei nel comunicarle al pubblico?”
    La risposta è semplice: perché così facendo tradisce la fiducia del lettore, il quale è portato a credere che il libro che sta leggendo sia stato scritto dall’autore citato in copertina.
    Insomma, quella del ghost writing è un’attività immorale, anche se la responsabilità a mio parere ricade quasi esclusivamente sul committente (editore e autore famoso ma “impegnato” o “incapace”) piuttosto che sull’esecutore, il ghost vero e proprio, a cui viene semplicemente affidato un incarico.

    • Fabio Rizzoli scrive:

      Caro Giorgio (peraltro il tuo nome non mi è nuovo), l’espressione “attività immorale” mi pare un tantinello esagerata, a mio modo di vedere. I pesanti interventi di editing che sono all’ordine del giorno li fai ricadere nella stessa categoria? Se no, perché? Qual è il limite tra la moralità e l’immoralità degli interventi di make-up editoriale?

  11. Giorgio Pozzi scrive:

    E’ chiaro che finché non viene mistificata l’identità dell’autore non esiste un problema etico.
    Chi di noi non si indignerebbe scoprendo che il libro pubblicato da Tizio in realtà è stato scritto da Caio?
    L’unico modo per risolvere la questione sarebbe quella di pubblicare il libro a doppia firma.
    Per rispondere alla tua ultima domanda, finché c’è accordo fra redazione e autore non c’è limite alla quantità di interventi che possono essere fatti per migliorare un testo. Questo infatti è il senso dell’editing, migliorare il testo, anche se a volte non c’è accordo fra le parti sulla direzione da prendere. Hai detto che dedicherai uno dei tuoi prossimi interventi a sottolineare le somiglianze e le differenze fra editing e ghost writing: non puoi confondere le due cose…

    • Fabio Rizzoli scrive:

      Volendo riprendere in modo un po’ paradossale quel che dici (“finché c’è accordo fra redazione e autore non c’è limite alla quantità di interventi che possono essere fatti per migliorare un testo”), potrei dire che nel ghostwriting l’accordo è massimo… mi rendo conto che è una boutade, ma il senso resta. In effetti, il ghost è in tutto e per tutto un coautore: Tizio mette le idee, Caio le scrive. L’unica differenza è che Caio non compare pubblicamente. Ovviamente si può sostenere che nella scrittura forma e contenuto sono indissolubilmente legati, e che non basta mettere i concetti per rivendicare la paternità completa dell’opera. Nei libri di cui mi occupo io, però, il contenuto è certamente molto più importante della forma. Sono un divulgatore e non un autore. E in questo senso non mi sento affatto immorale.
      PS: il post su ghostwriting ed editing l’ho già stato pubblicato ieri con il titolo “Tinker Tailor Soldier Spy”.

  12. Giorgio Pozzi scrive:

    Non devi sentirti immorale. Scrivere su commissione, anche sapendo che poi il testo sarà pubblicato a nome di un’altra persona, non è una cosa immorale. Semmai il giudizio è più pesante nei confronti di chi commissiona il lavoro. Lo dicevo nel mio primo intervento.

    • Fabio Rizzoli scrive:

      Minima immoralia… ;-)