Il verdetto di Dodo

Buona primavera. Il cui arrivo Google ha festeggiato ieri con un bellissimo doodle. Molti hanno protestato. “La primavera inizia il 21 marzo!”. Vero, ma il fenomeno dell’Equinozio si è verificato ieri all’alba.

Intanto ho pensato che le posizioni che ieri ho descritto (chi volesse approfondire questi argomenti può seguire il lavoro svolto da Maria Ponsi, psicoanalista fiorentina, per il sito SpiWeb) possono essere riassunte così: chi crede nella ricerca e nella psicoanalisi; chi crede nella ricerca, ma non nella psicoanalisi; chi crede nella psicoanalisi ma non nella ricerca. Sono convinto che a queste tre posizioni corrispondano tre idee diverse di che cosa sia (e a che cosa serva) la ricerca e che cosa sia (e a che cosa serva) la psicoanalisi. Dunque meglio usare il plurale: “le psicoanalisi”.

Una buona domanda è infatti: “di quale dei molti modelli teorici e clinici della psicoanalisi stiamo parlando?”. Per non cadere in dibattiti datati tipo “pro/contro”, “è scienza/non è scienza” (con schieramenti dimentichi del fatto che la stessa nozione di scienza è stata attraversata dal tema della complessità) sarebbe opportuno pensare così: non “se” funziona, ma “come” funziona. Anche perché, che le terapie psicologiche, e quindi anche la psicoanalisi, “funzioni” è dimostrato da almeno trent’anni.

A questo punto devo raccontarvi uno dei motivi per cui “Alice nel Paese delle Meraviglie” è importante per chi fa il nostro lavoro (di clinico e ricercatore). Negli anni Settanta sono stati condotti degli studi (leggi: ricerche empiriche) per risolvere un problema: quale è la terapia più efficace? Che è poi la domanda che quasi tutti quelli che decidono di intraprendere una cura si pongono o dovrebbero porsi. Il risultato di quelle ricerche fu che tutte le psicoterapie sono più efficaci di un placebo o del semplice passare del tempo, ma nessuna è più efficace delle altre. È il famoso “verdetto di Dodo”, (appunto l’uccello di “Alice in the Wonderland”), cioè “tutti hanno vinto e tutti meritano un premio”.

Così si è capito che tutte le psicoterapie funzionano sulla base di “fattori comuni” (a tutte le psicoterapie) e “fattori specifici” (di ogni approccio, scuola, tecnica). Il fattore comune per eccellenza sarebbe la “relazione” (essere ascoltati, essere con l’altro, essere nella mente dell’altro, ricevere una cura). Studiare l’“alleanza terapeutica” (che possiamo rudimentalmente definire l’interazione di legame, compiti, obiettivi) significa studiare che cosa fa di una relazione una “relazione che cura”. Più recentemente, varie ricerche hanno mostrato che il “verdetto di Dodo” può essere anche un artefatto delle procedure e degli strumenti utilizzati per valutare l’esito (l’outcome), positivo o negativo, di una terapia o di un’analisi. La “scomparsa” di un sintomo? L’acquisizione di una maggior consapevolezza di sé? Sapere scendere a patti con la propria storia? Tutte queste cose, in proporzioni diverse, anche a seconda delle risorse?

Pensate che lo studio dei fattori “specifici” ci ha permesso di scoprire che molti terapeuti cognitivi, in seduta, ricorrono spesso a interventi di tipo “dinamico”. Così come molti terapeuti dinamici ricorrono a interventi di tipo “cognitivo”.

Le terapie psicologiche aiutano le persone a stare meglio perché contengono un fattore curativo aspecifico che è la “relazione”. Però, a differenza di altre relazioni in grado di procurare benessere psicologico (amici, amori, sacerdoti, insegnanti, vicini di casa ecc), le terapie psicologiche sono curative anche in quanto sviluppate all’interno di un setting e ancorate a condizioni, metodi e fattori specifici, che variano da terapia a terapia. Tenere un diario delle emozioni? Interpretare un sogno? Il transfert? La domanda giusta è dunque: “Che cosa funziona, per chi, come e quando?”. Inseparabile da: “Che cosa NON funziona, per chi, come e quando?”.

Riflessioni utili, soprattutto se ci si trova nella situazione di dover “insegnare” a diventare psicoterapeuti. Insegnare? Cosa? Come? Insegnare un “saper essere”? Che ruolo gioca la personalità del clinico? Un “saper fare”? Ci sono tecniche specifiche da apprendere?

Di questo ci occuperemo domani. Care-teaching for care-giving.

 

 

 
Commenti (4) Trackback Permalink | 21.03.2012
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4 risposte a Il verdetto di Dodo

 
Commenti
 
  1. Ch.mo Prof Lingiardi
    grazie per le sue aperte, approfondite e critiche considerazioni sulle psicanalisi e sul non sempre facile e lucido rapporto degli psicanalisti con la ricerca. Proprio un atteggiamento pacato, obiettivo e(auto)critico come il suo rende il miglior servizio alla disciplina che dalla difesa fanatica non ha che da perdere. Risiedendo e lavorando – come psichiatra e psicoterapeuta ad indirizzo analitico – da 17 anni in Svizzera, mi permetto un – forse un po’ invidioso – tributo alla apertura ed alla tolleranza della psicanalisi e più in generale della psicoterapia svizzera. Prova ne siano le molteplici scuole psicoanalitiche e psicodinamiche che qui hanno trovato nascita e/o sviluppo e – con le consuete eccezioni – fecondo scambio (da Jung a Szondi a Balint…).Ma sul tenue filo dell’apertura e del rapporto terapeutico, mi permetto di chiederle il suo parere su qualcosa di molto più italiano e personale. Nell’ambito delle attività della nostra piccola associazione uma.na.mente (http://www.umanamenteonline.it/) vogliamo “raccontare” i disturbi psichici con opere letterarie http://www.umanamenteonline.it/narrativamente/ nella convinzione che sia appunto il rapporto, letterario, umano o terapeutico, ad aprirci alla comprensione. Non è certo idea originale ed i predecessori, a, partire da Freud e dal suo perturbante, sono fin troppo illustri. Siamo poi solo all’inizio. Anche per questo le sarei/ saremmo molto grati se volesse offrirci la sua opinione e, se ritiene l’iniziativa valida, un piccolo contributo alla sua diffusione.

  2. Gomosto scrive:

    Caro Professor Lingiardi,
    mille grazie per le sue riflessioni. In fondo lei è un popperiano inconsapevole(?).

  3. Andy scrive:

    Allora: i fattori aspecifici delle psicoterapie le accomunano ad amicizie, direzioni spirituali, ecc…insomma ci sono due o piu persone che si incontrano e si parlano. Mentre i fattori specifici VARIANO da una terapia all’altra. Cioè LA psicoterapia non esiste.

    • Vittorio Lingiardi scrive:

      Non so se intendiamo la stessa cosa, ma è vero che i fattori specifici variano da una terapia all’altra. Quindi è vero che non esiste LA psicoterapia ma esistono LE psicoterapie.
      A punto non posso non consigliarle un libro che ha proprio questo titolo… Buona lettura!
      Gabbard, G. (a cura di), Le Psicoterapie. Teorie e modelli d’intervento. Raffaello Cortina Editore, Milano, 2010.