Fammi capire: qual è il tuo lavoro?

Non posso proprio dire di aver scelto il mio lavoro in modo consapevole. Finito il liceo per un attimo avevo pensato di voler fare l’attrice. La vedevo come una cura a una timidezza molto patita e alla passione per il cinema. Quei 5 minuti dell’esame su un palco mi hanno definitivamente convinto che non faceva per me. Non sono mai andata a verificare la mia certissima “non ammissione” al corso. Non sapevo affatto dove stavo andando quando, iscritta al Dams di Bologna ho tentato l’ammissione alla scuola di cinema. Per quale corso? Ho detto “montaggio” ma non avevo una visione chiara di quel che stavo scegliendo. E ho cominciato. Piano piano è diventata una mania e una passione. E il mio lavoro: la scoperta della costruzione del film, per quanto di personale, di soggettivo si possa mettere per esempio nel montaggio e quanto questo possa poi essere condiviso, capito, riconosciuto e riemerga nel film.

Credo che non sia successo solo a me e a chi fa il mio mestiere. La domanda: “Fammi capire, qual è il tuo lavoro? Cosa fai davvero?” mi mette in uno stato di leggero allarme. Da una parte ho paura di non riuscire a spiegarmi in modo efficace, di non riuscire a far trapelare un po’ di sostanza (quella che dà interesse al lavoro ) dall’altra la paura di non ricordare abbastanza quanto tutto ciò sia relativo…

Prima di tutto c’è il lavoro con la/il regista, sempre presente intimamente quando non di persona: dal girato di un film decidiamo quali ciak delle inquadrature siano migliori e tra le varie inquadrature scegliamo quali tenere. Quando nascono le inquadrature decise dal regista già di per sé sono scelte, sono uno dei possibili sguardi. Ma non tutte alla fine risultano necessarie.

In che successione porle per costruire la scena, quanto farle durare all’interno della scena, dove cominciare o terminare una scena, quale sia il posto davvero giusto per la scena nel film, (ammesso che ci sia un posto), pensare ai personaggi per vedere se siano ben raccontati, cercar di capire se in quella successione, in quella narrazione il film sia meglio che non in un’altra, vedere se il film ha il suo ”movimento” interno, altrimenti continuare a cercare, montare un film credo significhi questo.

Ci si affida alla riflessione, all’analisi e all’intuito, alle sensazioni.

E la sceneggiatura? Certo la sceneggiatura è quasi tutto.

Ma non esisterà mai, credo, un tradimento della sceneggiatura, neppure quando si decide di cambiare un finale.

La sceneggiatura è la partenza di un film. È la materia prima fondante.

Gran parte del film è quanto è stato scritto, ma c’è un lungo percorso in mezzo. Un film finito, un film che esce in sala, è un film che non cambia più ma che fino ad allora ha avuto una storia mobile, in divenire.

Volendo dividere in tre grandi momenti la realizzazione di un film, prima durante e dopo le riprese, il montaggio è il momento che deve mettere la parola “fine” allo sviluppo narrativo.

Penso che il mio scopo sia cercare di rendere il film il migliore film possibile partendo da quel che è stato girato, dare valore e fare tesoro di quel che di bello c’è e cercare di portarlo in luce. E ancora… Lasciare a chi lo vedrà uno “spazio di relazione” con il film, rendere una complessità che sia capace di porre chi lo vede in una relazione dialettica.

Oggi, che sono nel pieno del montaggio di un film, sarà’ una giornata così.

 

 
Commenti (6) Trackback Permalink | 5.03.2012
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6 risposte a Fammi capire: qual è il tuo lavoro?

 
Commenti
 
  1. Matt scrive:

    Bella questa cosa del cambiamento; mi chiedo se la parola “fine” non sia in realtà qualcosa di necessario, “solo” qualcosa di necessario. Penso ad esempio all’esperimento di Nolan, “Memento”…quanti film ALTRI sarebbe potuto essere?
    Nemmeno in quel caso, giustamente come dici, nemmeno in quel caso estremo di Memento, il montaggio ha tradito la sceneggiatura, forse addirittura ne ha generato il senso.

  2. paola m scrive:

    ho visto da poco un film che hai montato, in realtà è un documentario. Mi è piaciuto molto come struttura narrativa credo non sia stato semplice traovare la forma e alla fine che bello! E’ “Cadenza ‘inganno”. mi sembra che sarebbe bello essere con te a vedere come lavori , proprio oggi
    in bocca al lupo
    E : cosa stai montando? che tipo di scena stai affrontando?

  3. PG scrive:

    Memento è un bell’esempio per il montaggio ma anche quel lavoro una volta proiettato in sala è finito. Certo sarebbe potuto essere tanti altri film ma quello che vediamo è solo quel film. Ed è il bello/brutto di questo lavoro: una canzone ha sempre un’altra chance: l’esibizione dal vivo, dove può essere reinterpretata o riarrangiata dall’autore, un film no. Per questo molte volte è davero difficile mettere la parola “fine” alla fase di montaggio.

  4. Ah certo. E pensavo, come fotografo, che il film fosse immagine. Evidentemente non è così, e forse bisogna ritornare al “muto”.
    Naturalmente non sono in grado di dire se quello che si dice “film” é: televisione su grande schermo, telecronaca sportiva passata per “finction”. O, infine, ma questo attiene al “piano sequenza” se non è teatro. E nel caso manca, un mattatore chessò alla Gasman.
    Personalmente ritengo che il “cinema” è, de facto, linguaggio televisivo con qualche campo lungo in più.
    Quanto al montaggio, ci sono fior fiori di saggi al proposito, e non mi dilungo. Che può essere altro dalla sceneggiatura, forse. Certamente ogni “miracolo” è buono e con le forbici, appunto, se ne fanno.
    Resta poi da capire se il “film” è televisione per altra via, allora tanto vale farlo in “ripresa”. Il taglio, si capisce.

  5. Ah certo. E pensavo, come fotografo, che il film fosse immagine. Evidentemente non è così, e forse bisogna ritornare al “muto”.
    Naturalmente non sono in grado di dire se quello che si dice “film” é: televisione su grande schermo, telecronaca sportiva passata per “finction”. O, infine, ma questo attiene al “piano sequenza” se non è teatro. E nel caso manca, un mattatore chessò alla Gasman.
    Personalmente ritengo che il “cinema” è, de facto, linguaggio televisivo con qualche campo lungo in più.
    Quanto al montaggio, ci sono fior fiori di saggi al proposito, e non mi dilungo. Che può essere altro dalla sceneggiatura, forse. Certamente ogni “miracolo” è buono e con le forbici, appunto, se ne fanno.
    Resta poi da capire se il “film” è televisione per altra via, allora tanto vale farlo in “ripresa”. Il taglio, si capisce.

  6. bea scrive:

    Il titolo originale di America Oggi di Altman era Short Cuts, che non si può non interpretare anche come un omaggio proprio al lavoro del montatore e del resto il film è basato tutto su quello…ma mi viene in mente anche il Kubrick di Full Metal Jacket…uno stile esasperato che certo col tempo ha mostrato la corda, ma che all’epoca, oltre a regalarci momenti di grande cinema, ha anche avuto il pregio di svelare l’importanza e il fascino di un lavoro che per i non addetti ai lavori era decisamente oscuro.