Eventi start up

The event.
Per attirare l’attenzione del pubblico,ndei media, degli sponsor e delle istituzioni occorre inventarsi un evento. È la legge del mercato del nostro mondo della cultura. Fa notizie, vende biglietti e occupa le rubriche.

Nessuno vuole accettare il fatto semplice che un Giardino Storico è già uno spettacolo di per sé. Si presenta mutevole a seconda della luce, dalla mattina al tramonto. Si colora di fioriture cromaticamente diverse stagione dopo stagione. Cosa dire del maestoso spettacolo dei Giardini di Boboli stretti nel morsi del gelo? Color azzurro livido. Cosa dire della visione di San Liberato quando in autunno le cime degli alberi prendono fuoco? Il fenomeno è descritto come “la tavolozza di colori di Russell Page’”. Basta sedersi all’ombra del glicine centennario all’Abbazia della Cervara per diventare spettatori del giardino formale sospeso sul mare, pare essere in plateaguardando il mar ligure.

Invece no, il giardino deve diventare un palcoscenico per altro, un luogo d’incontro ……un a location.
Occorre creare quindi un evento!

Pensavo che la fotografia fosse un modo importante per far conoscere i giardini. La prima mostra fotografica la feci con Agfa. Mi misero a disposizione un loro dipendente che amava fotografare. Fece una serie di gigantografie spettacolari. Con questo materiale mi venne in mente di invitare i proprietari di altri Paesi ed ecco che nacque nel 1999 la Prima Mostra Europea dei Giardini- Il nuovo Grand Tour. La, allora, Communità Europea, mi dette il patrocinio, e quindi potevo mettere il logo sull’invito a partecipare. L’invito faceva una certa impressione.

Il mio staff era composto di tre donne, e in tre sapevamo 7 linque diverse. Spartimmo l’Europa a seconda delle linque e allegremente siamo andati “a caccia” di partecipanti. Una specie di monopoli in cui Belgrave Square era sostituita da Hidcote Manor.
Quando Elena ebbe la risposta di Versailles, Paola rispose che Schönbrunn aveva appena confermato. Divenne un lavoro entusiasmante: una proprietà ne chiamava un’altra, come delle caramelle: fino ad ottennere la partecipazione di 74 giardini in 14 Paesi. Tutto con due telefoni ed un fax con la carta che si inceppava. Carrubba, assessore alla Cultura di Milano di allora, ci offri L’Arengario per fare la nostra mostra.

Arrivarano gigantografie da tutta L’Europa. L’editore Zanfi ci stampò un imponente catalogo che un trasportatore ci mollò con il pallett in mezzo a Piazza del Duomo alle sei di mattina. Elena, Paola e io ci sedemmo sopra, faccendo un breakfast di brioche calde, sconsolate per non aver previsto l’imprevedibile.

Commovente il giorno dell’inaugurazione, vedemmo l’arrivo alla spicciolata dei proprietari dei più importanti giardini D’Europa: fu una sorpresa bellissima. Avevamo comperato 4 bottiglie di coca cola e alcune di acqua minerale. Panico! Domenico Pallavicino, proprietario del Parco Pallavicino di Stresa, mi tolse dall’imbarazzo e invitò i proprietari uno a uno al circolo dell’Unione per una cena fredda. La cara “arte di arrangiarsi” degli Italiani! Da buon inglese meditavo di nascondermi in qualche Paese lontano per il resto della mia vità!

La mostra fu molto visitata, riportata nelle rubriche delle riviste culturali, perfino inclusa nel calendario degli eventi dei maggiori quotidiani nazionali. But the day after ci lasciò con un conto insopportabile, relativo al personale dell’Arengario, un conto iperbolico di una ditta di smaltimento dei rifiuti (legata in esclusiva con il Comune) e scoprimmo l’esistenza della Siae!

84 eventi dopo trovo che gli imprevisti pesano enormamente sull’utile finale e che invariabilmente la burocrazia pare che abbia per statuto il compito di rovinarti la festa.

Mi chiedo però, nonostante le soddisfazioni, se alla fine sia giusto disperdere il know how acquisito lavorando insieme su un progetto, dopo tutto, a termine. Come se ci fosse una data di scadenza implicita nelle attività culturali. Un precariato fisso. Non sarebbe più intelligente se lo stesso denaro fosse meglio investito per fare una vera start up, piuttosto che per finanziare una specie di magnifico costoso ed effimero fuoco d’artificio di idee e di risorse?

Sarebbe bello che l’evento diventasse la ragione per mettere le competenze assieme, e che questo specialissima alichimia che si viene a creare lavorando in team durasse anche dopo che i riflettori vengono spenti, i biglietti contati e disperse le opere in mostra.
È come se ogni volta che si creasse una macchina si mandassero a casa gli operai!

 
Commenti disabilitati Trackback Permalink | 16.03.2012
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