Cultura dell’impresa, impresa della cultura

Ti volevo portare con me per una visita ai beni culturali dei quali mi
occupo. Vorrei che tu capissi perché ho creato questo lavoro, che formalmente non esisteva prima: almeno non sotto forma di un impresa.

Ho iniziato prendendo il numero telefonico del Conte Giannino Marzotto.
Non c’erano i telefonini, mi ero preparata ad una serie di filtri; segretarie, persone di servizio, e non mi aspettavo che con grande semplicità mi rispondesse lui. Ho spiegato in un minuto la mia ide di impresa e se potevo venirlo a trovare. Niente anticamera, niente raccomandazioni. Lo trovai al cancello di Villa Trissino Marzotto, un portale attribuito al Frigimelica: pareva San Pietro con stivaloni di gomma e l’inseparabile sigaretta. Mi fece visitare i 20 ettari della sua proprietà in un fuoristrada camuffato da utilitaria. Le cento statue di Marinali le ho viste in un flash, imperturbabili sui loro pedistalli. Il viale delle rose ad alta velocità pareva una freccia rosso fuoco. Mi fece accomodare nelle vecchie cucine dove tra una gustosa portata e l’altra ho esposto il mio progetto. Come sala riunioni niente male, con un capitano d’Industria di tale statura! Già alla polenta mi aveva dato la sua adesione: punto di partenza per sentire gli altri proprietari dei più bei giardini visitabili in Italia.

Da allora ho fatto tante stradine di campagna: quelle tortuose della
Tuscia, quelle lunghe ed infinite dell’Emilia Romagna, quelle tormentate della Lombardia per incontrare proprietari e curatori che mi accoglievano con aria mista di curiosità e diffidenza. Credo di meritarmi la medaglia del camionista dell’anno!

Lady Susana Walton fu la più tremenda! Sapeva il fatto suo e riteneva che gli italiani non investissero in piante per cui solo il suo si poteva chiamare giardino. E gli altri? Erano musei, diceva senza diritto di replica. Esperta di piante esotiche, con un grande senso teatrale, era ospite generosa e premorosa. Prendeva tutto di petto, la cava dove creò un paradiso di piante tropicali, gli ischitani e i giardinieri. Incantava però i giornalisti e i giovani musicisti da tutto il mondo. Piccola di statura, occhi neri vivacissimi mi mancano il suo soriso e le nostre litigate, in ugual misura.

Ci ho messo circa 11 anni a convincere Giuseppe Paternò di San Giuliano, il quale credo abbia capitolato per stanchezza, e finalmente si può visitare uno dei più bei giardini della Sicilia. Lui rimane un po’ scettico, sta a me provare l’importanza di far parte di un network a livello nazionale.
Straodinario Carlo Confidati, la sua energia manderebbe avanti una centrale elettrica. Impeccabile, Signore della cultura, Alessandro Cecchi direttore del Giardino di Boboli, ci incontriamo nelle mostre di mezzo mondo. Anche Giuseppe Sigurtà mi ha fatto tribolare per farlo partecipare a questa mia avventura, talmente competente e bravo da non aver bisogno di nessuno. Penso a Umberta Patrizi, fisico da addolescente, grande padrona di casa, di figli amici e di chiunque si spinge verso il suo regno di rose nella campagna intatta del Braccianese. Penso a Vieri Torrigiani, che trova che il modo migliore per proteggere il suo parco nel gran mezzo di Firenze sia di occupparsene con i cugini, anima e corpo.
Alcuni proprietari li sento una volta all’anno, altri tutti giorni. Godo della loro fiducia se non della loro comprensione dell’utilità del mio lavoro: ma non si può pretendere troppo dalla vità, ritengo sia già un privileggio lavorare nel mondo dei giardini storici, mi accultura: appaga la mia curiosità per le piante e la storia dell’Arte.

Mi accorgo adesso che non ho parlato dei giardini! Beh, non resta che tu li visiti per farti un’idea se è valsa la pena investire tanto tempo e denaro in questa splendida avventura! Ci vuole un po’ di impresa nel mondo della cultura e un po’ di cultura per chi fa impresa per non ricadere negli errrori che hanno portato l’Italia in crisi. Almeno io ci ho provato!

 
Commenti disabilitati Trackback Permalink | 18.03.2012
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