Care-teaching for care-giving

Visto che siamo approdati al tema dell’insegnamento e della formazione, vi racconto come funziona una scuola di specializzazione in psicologia clinica (nella fattispecie quella che dirigo dal 2006 alla Sapienza).

La parola “psicologo” compare spesso accompagnata da aggettivi che ne qualificano formazione e compiti: psicologo sociale, forense, del lavoro, dello sport e così via. Lo psicologo clinico, laureato in psicologia e regolarmente iscritto al proprio albo professionale, ha conseguito la specializzazione presso una scuola pubblica universitaria che dura cinque anni (fino a poco tempo fa erano quattro). Il titolo di specialista in psicologia clinica consente l’iscrizione all’elenco degli psicoterapeuti.

Ma cosa si chiede esattamente a questo specialista?

Deve aver maturato conoscenze e competenze cliniche – riferibili a differenti ambiti (persone, gruppi, sistemi), fasi evolutive dell’individuo e modelli operativi (individuale, sistemico-relazionale, di gruppo) – nel campo della sofferenza psicologica individuale, della coppia e della famiglia, con particolare attenzione all’area dei disturbi della personalità e alle implicazioni psicologiche e relazionali dei vari quadri psicopatologici. Dovrebbe anche saper affrontare tutte quelle problematiche, nel campo della psicologia della salute, delle istituzioni e della comunità, che possono contribuire a generare sofferenza psichica (per esempio le condizioni di stress correlato al lavoro).

Va da sé che alla fine della sua formazione lo psicologo clinico dovrà saper riconoscere e valutare le diverse dimensioni e dinamiche psico(pato)logiche. Sapendo scegliere, con cognizione scientifica e conoscenza della letteratura, gli strumenti valutativi e psicodiagnostici, nonché gli interventi psicologici, terapeutici e riabilitativi più indicati per ciascuna situazione. I casi e i contesti indicheranno l’opportunità della presa in carico o dell’invio ad altri colleghi o centri di cura.

Dal punto di vista organizzativo, la scuola è pensata attorno a cinque dimensioni: 1) le lezioni, 2) le esercitazioni e le attività laboratorio, 3) le attività di tirocinio pratico presso le sedi convenzionate, 4) le supervisioni, 5) l’aggiornamento scientifico (conferenze e seminari, dialogo tra la psicologia clinica e altre discipline che ne possono arricchire e rinnovare il sapere e la pratica, come la psicopatologia evolutiva, l’infant-research, la psicoanalisi, la psichiatria, le neuroscienze; ma anche il cinema, le arti visive e la letteratura).

Disciplina scientifica complessa, la psicologia clinica deve coniugare le necessità specifiche dei singoli pazienti (e delle diverse istituzioni con cui lo psicologo ha a che fare) con un sapere fondato sia sull’esperienza sia sulle conoscenze scientifiche. Un ruolo centrale è dunque giocato dalla relazione che lo psicologo clinico stabilisce con il “paziente” (sia esso individuo, coppia, gruppo, ecc.) e che il “paziente” stabilisce con lo psicologo clinico. I compiti di valutazione, diagnosi, consulenza, trattamento, prevenzione e riabilitazione, specifici della disciplina, hanno luogo e sono possibili solo in presenza di un’alleanza con i pazienti – alleanza che spesso richiede una negoziazione continua.

Va da sé che la centralità della relazione non può prescindere da una buona conoscenza di sé, della propria personalità, della propria disposizione e motivazione a una “helping profession”. Per questo, oltre alle “caratteristiche” del paziente e della sua domanda, studiamo le “caratteristiche” del terapeuta e della sua motivazione. Imprescindibile, infine, è un’accurata conoscenza della dimensione evolutiva del paziente. Da un punto di vista psicologico-clinico, la sofferenza o il disagio sono infatti il frutto di una molteplicità di fattori bio-psico-sociali e di specifiche traiettorie evolutive; non possono essere quindi ridotti ai meri segni e sintomi manifesti, o ai soli comportamenti “disadattavi” direttamente osservabili, e possono essere compresi solo tenendo conto di rappresentazioni e processi espliciti e impliciti, e del particolare significato che assumono per l’individuo e per chi si trova a interagire con lui.

 

 

 
Commento (1) Trackback Permalink | 22.03.2012
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Una risposta a Care-teaching for care-giving

 
Commenti
 
  1. Emanuela Mundo scrive:

    Grazie a Vittorio Lingiardi per il titolo che ha attribuito all’articolo sulla formazione, ottima sintesi, a mio parere, di quello che dovrebbe essere il percorso per diventare psicoterapeuti. Con la mia esperienza di docente e terapeuta penso di potere affermare che non c’è nulla di più efficace e stimolante, per la propria formazione continua alla professione, che avere la possibilità di formare professionisti. Senza sottovalutare l’importanza del confronto “tra pari”, e della partecipazione a seminari e convegni, io ritengo che l’opportunità di confrontarsi con la domanda formativa che gli studenti ci pongono sia la via maestra per per la continua e dialogica conoscenza di sé e della propria motivazione alla professione. Queste dimensioni, già implicite e potenzialmente esplicite nell’incontro con il paziente, diventano, nei momenti formativi e nelle domande che in questi momenti gli studenti ci pongono, ancora più vive. L’ “educazione continua”, di cui tanto si parla in ambito medico e psicologico, dovrebbe proprio consistere nel confronto continuo con la domanda, quella dei pazienti e quella degli studenti che incontrano i pazienti per la prima volta, senza dimenticarsi che queste domande sono state e possono ancora essere, in alcuni momenti, le nostre. E senza dimenticarsi che per dare buone risposte bisogna essere in grado di porre e accogliere buone domande, con “cura”.