Sistemi urbani fra normalità e stato vegetativo

Mi è sempre piaciuto, da studioso, osservare le trasformazioni dei sistemi urbani sotto stress: ci sono mutamenti, infatti, prodotti da trasformazioni profonde e graduali, ed altri imposti da evenienza straordinarie, i cui effetti tuttavia si depositano in permanenza sul vissuto dei cittadini. Un esempio. Nei primi decenni dell’Ottocento, quando si diffuse la paura del colera, pur in assenza di un’esatta percezione delle origini delle epidemie, le amministrazioni politico-sanitarie percepirono che qualcosa di grave, di strano e di invisibile si muoveva fra le strade, per le piazze, lungo i corsi d’acqua: e incominciarono, per la prima volta in molti casi, a “fotografare” la realtà sociale, descrivendo le condizioni della viabilità, lo stato dei fabbricati, la vita delle classi “più povere e più bisognose”. Qualche medico arrivò ad azzardare la necessità d’interventi radicali sull’approvvigionamento idrico o sul risanamento d’interi isolati (tutte politiche che sarebbero state assunte solo molto più tardi). All’analisi seguì la proposta: isolamento alle mura, qualche lavoro pubblico indispensabile, lazzaretti e fumi di cloro per disinfettare: non molto altro, a parte l’emergere di una rozza fisiologia urbana, che prevedeva – nel caso della “mia” Forlì – il percorso obbligato dei carri rurali incaricati del trasporto della materia estratta dai pozzi neri. Si disegnava così una “via del fetore” che indicava il punto di evacuazione prescelto dai notabili per espellere i rifiuti dalla città: punto che coincideva, non a caso, col quartiere più densamente abitato, più misero e più degradato. La “testa” di Forlì era dalla parte opposta: dove risiedevano il vescovo, il gonfaloniere e le altre principali magistrature.

Ora, questa rappresentazione semplificata, nelle fasi di vigorosa espansione dei centri urbani andò perdendosi: la lettura sociale dei quartieri – penso alla straordinaria mappa proposta da Charles Booth per Londra fra il 1898 e il 1899 – si fece più articolata e complessa, mostrando la contiguità e la permeabilità delle condizioni, all’interno della metropoli tentacolare. La cosa curiosa, sulla quale riflettevo stanotte, mentre l’emergenza neve prosegue imperterrita e il mondo mi pare più ovattato e incredibilmente lontano dal ritmo frenetico quotidiano, è la necessità, per gli amministratori, di agire attraverso credibili rappresentazioni urbane. Ogni cittadino ha il suo punto di vista, il suo legittimo sguardo sulla realtà che lo circonda: vede solo cumuli di neve e si chiede: “ma che cosa stanno facendo?”. Per noi che governiamo, invece, il punto di vista è funzionale e topografico. La città dev’essere retrocessa ad uno stato vegetativo. Che significa? Che le arterie fondamentali (verso il pronto soccorso, la stazione, l’autostrada) debbo restare facilmente percorribili, così come la circonvallazione e i corsi principali, per far affluire derrate e rifornimenti: ma il resto deve andare in letargo per qualche giorno. Non muoversi, se non per lo stretto indispensabile; consumare poco e afferrare questa opportunità imprevista per un riposo forzato. Naturalmente, ci sono parti di città che sono sottoposte ad un superlavoro, nonostante, anche qui in Comune, l’idea prevalente (fortunatamente non esclusiva) fosse, ancora fino a ieri sera: “alle 17 si va a casa al calduccio”. Non può funzionare così: ci sono pezzi di servizi che debbono girare H24.

Ma il tema è ancora quello dell’incipit: hai nella testa una rappresentazione urbana della città sotto stress? Francamente, a questa domanda sono riuscito a dare una risposta razionale da non più di 36 ore, essendomi prima affidato – a volte bisogna prendere le cose come sono, sperando che il Paese non sia sempre la caricatura di se stesso – ai piani “anti neve” e ai burocratici “uffici” dell’emergenza. Un errore, naturalmente. Perché il piano non è una carta, ma una “mappa mentale” da assumere in quanto “quadro sociale”, attivo e mobile. Loquace, al pari della splendida pianta disegnata da Booth. Vedi, professore, quante cose devi ancora imparare?

 
Commenti (7) Trackback Permalink | 3.02.2012
Condividi:

7 risposte a Sistemi urbani fra normalità e stato vegetativo

 
Commenti
 
  1. Barbara scrive:

    Peccato che l’intera città sia “retrocessa ad uno stato vegetativo” poichè “le arterie fondamentali (verso il pronto soccorso, la stazione, l’autostrada)” non sono tutt’ora “facilmente percorribili, così come la circonvallazione e i corsi principali, per far affluire derrate e rifornimenti… ” e così rimane senza risposta la domanda del comune cittadino “ma che cosa stanno facendo?”

    • Roberto Balzani scrive:

      @Barbara:
      Le arterie sono percorribili con auto con gomme termiche senza catene, funzionano i mezzi pubblici e gli approvvigionamenti sono garantiti. Ergo, lo stato di sopravvivenza del nostro centro urbano – con gli inevitabili disagi connessi alla calamità naturale – è assicurato.

  2. Simona scrive:

    Ora che lei mi ha spiegato ho capito !!! Quindi riassumo l’azienda c/o cui lavoro che ha clienti anche fuori Forlì dove le strade sono pulite, doveva chiudere e mandare all’aria tanti giorni di lavoro per far scendere la città in stato vegetativo. Peccato che se l’azienda chiude o lavora poco, ho difficoltà poi a pagare gli stipendi o i contributi o l’iva o il suo passo carraio e quindi ….. come si fa? Poi se c’e’ questa difficoltà lo stato vegetativo diventa permanente e io come faccio a pagare l’affitto, la luce il gas il cibo ( badi bene parlo di bisogni primari) come faccio ad assistere le persone anziane della mia famiglia ? Mi spieghi in modo che anche io povera diplomata possa capire. Grazie.

    • Roberto Balzani scrive:

      Se alla fine la Protezione civile regionale ha deciso di sostenere le spese per l’invio di militari, forse non siamo esattamente nella normalità, e le questioni personali di lavoro, soggettivamente importantissime, devono passare in secondo piano rispetto alle derrate alimentari, ai carburanti, all’agibilità del Pronto soccorso, alla possibilità di raggiungere persone isolate. I dati sulle precipitazioni indicano valori simili a quelli del “nevone” del ’29. Immagino che questo significhi qualcosa. O no?

  3. nonnopino scrive:

    Interessante! Ma la neve non è il colera.
    Emergenza=parola che implica:per chi la deve affrontare: CALMA- COMPETENZA -DECISIONISMO-ESPERIENZA

  4. Simona scrive:

    Io capisco il suo bel pensiero filosofico, ma dal ’29 le cose sono un pò cambiate. Il mio pensiero rivolto alla mia realtà lavorativa coinvolge altre persone che dipendono dalla stessa. E se anche posso giustificare i primi momenti di emergenza, il passare dei giorni senza vedere il minimo miglioramento mi preoccupa. Mi preoccupa perchè lunedì mattina il telefono del mio ufficio riprenderà a squillare e il fatto che non possa muovermi, perchè anche se con catene e gomme termiche mandare in giro i mie ragazzi è un pericolo viste le condizioni in cui è caduta Forlì, è un grosso problema. Certo è che ognuno deve fare la sua parte, certo è che ci sono delle priorità inconfutabili, ma è anche vero che questa emergenza annunciata ampiamente, anche se lei non poteva avere la palla di cristallo, è stata gestita in modo terrificante.

  5. Paola scrive:

    Coraggio Sindaco, il mondo va avanti anche senza di noi. Assicurateci gas e corrente elettrica per scaldarci poi ce la faremo.