Quel che passa il convento

Il testo di cui parlavo ieri, cominciando a raccontare il mio mestiere di traduttrice editoriale, è un testo come ce ne sono tanti: non particolarmente bello dal punto di vista letterario (anzi, piuttosto bruttino) e però difficile da tradurre. Questo è spesso il caso: pane quotidiano di chi fa il mio lavoro. La difficoltà della traduzione non è direttamente proporzionale al valore letterario di un’opera. Anzi, spesso vale il contrario. Quando un autore usa la lingua in modo impreciso o farraginoso o inutilmente ridondante, quando nel suo discorso ci sono scarti logici immotivati, e magari inconsapevoli, quando è palese che intende una cosa, ma la sua sintassi ne dice un’altra (vi sembra strano? Succede, altroché se succede! E molto più frequentemente di quello che si può immaginare)… bene, in tutti questi casi, e in molti altri ancora, il traduttore suda sangue. Perché per tradurre bisogna innanzi tutto comprendere. E spesso il problema non è: come traduco questa cosa? ma: che diavolo vuol dire, costui, esattamente?

Una delle abilità del traduttore, che si acquista con l’esperienza e la pratica, è proprio quella di capire che testo ha davanti e di conseguenza come maneggiarlo. La maggior parte dei traduttori non traduce i grandi autori, quelli che entrano nel canone e passano alla storia, ma tutti gli altri: gli autori di intrattenimento e di genere, gli autori mediocri, scarsi e anche, come no! pessimi. Né traduce solo narrativa. C’è il campo immenso e variegato della saggistica, o varia, cioè tutto quello che non è strettamente fiction: la biografia di Rembrandt e quella delle mogli di Enrico VIII, lo studio sulla figura della regina guerriera nella storia e il diario di una signora che da ragazzina incontrò Napoleone a Sant’Elena, l’avventura di un alpinista scampato alla morte per miracolo e il racconto di un pioniere dell’Ottocento nella valle di Yosemite, tanto per fare qualche esempio delle cose che mi sono passate per le mani negli anni. Insomma, tutti quei diecimila (circa) libri che si traducono ogni anno in Italia e che voi lettori, noi lettori leggiamo a letto, sulla spiaggia, in poltrona, sul tram, dal dentista, in giardino… che leggiamo per passare il tempo, per ridere o per piangere, per dimenticare i nostri guai e per tutti gli altri innumerevoli motivi per cui si legge. Tutti quei libri che leggiamo come fossero scritti direttamente in italiano. E che invece stavano nel limbo dei libri scritti in altre lingue, che ci rotolano intorno senza che noi lo sappiamo, perché il turco, il russo, l’inglese, il tedesco non li conosciamo….

Faccio questo discorso perché chi fa il mestiere del traduttore editoriale, e di questo campa (o cerca di campare), di solito traduce ciò che passa il convento e siccome i libri brutti sono molti di più di quelli belli, gli capita di tradurre un mucchio di pagine perfettamente dimenticabili. Se poi diventa molto bravo, o molto famoso, o (si spera) entrambe le cose, allora tradurrà solo o quasi solo grandi autori, autori divertenti e interessanti, autori che proporrà lui alle case editrici, autori che staranno (giustamente?) in cima alle classifiche e che meriteranno recensioni sui giornali e perfino, a volte, la citazione del traduttore.

Ma la maggior parte dei traduttori traduce ora il best seller, ora il capolavoro che nessuno leggerà e passerà del tutto inosservato, ora l’emerita schifezza… e per lo più autori mediocri, poco o molto letti che siano …

Ma se la maggior parte dei traduttori sa che raramente o forse mai si troverà davanti un libro memorabile, vi chiederete: ma che cosa li spinge a fare quel mestiere? A parte la pagnotta s’intende (e l’aringa appesa sul tavolo, per strofinarci la pagnotta, che come tutti sanno è magra, anzi, magrissima). Qual è il senso, insomma, di questo impervio, faticoso, meraviglioso mestiere?

La risposta alla prossima puntata. Non perché io pensi di essere un romanziere dell’Ottocento, ma perché nel frattempo è arrivato il corriere con le bozze di una delle ultime traduzioni. Vanno riviste e restituite a stretto giro di posta, come si diceva una volta. L’editore ha fretta. Gli editori oggi hanno sempre una fretta indiavolata.

E quindi, invece di continuare a chiacchierare con voi, mi metto al lavoro.

 

 
Commenti (4) Trackback Permalink | 28.02.2012
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4 risposte a Quel che passa il convento

 
Commenti
 
  1. Giovanni Zucca scrive:

    Magistrale – diretto, vero e condivisibile… E ora aspettiamo il seguito, “il perché di ciò nonostante”, come si suol dire…

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