Prestiti impossibili: la mostra ideale alla prova della realtà

Vedere smontare una mostra, costruita con tanta passione e tanta fatica, mette una grande tristezza, quanta era stata l’euforia e la soddisfazione nei giorni del montaggio, quando le opere che si erano pensate, e ottenute con tanti sforzi, erano state collocate l’una accanto all’altra a comporre quell’idea che ci si era formati nella nostra testa e che adesso si intendeva trasmettere al visitatore.

La preparazione di una mostra è un lavoro lungo e complicato, sicuramente bello, ma anche molto stressante, soprattutto quando non riesci ad avere o fatichi a ottenere i pezzi desiderati. Fortune insperate, dovute anche al recupero in corso d’opera di capolavori inattesi – e mi è capitato più spesso di quanto mi aspettassi -, si alternano a momenti di sconforto. Problematiche scientifiche si alternano, e si devono misurare, con necessità e comunque cose di carattere pratico che non sono meno essenziali per la riuscita. Per uno come me che era uscito dal mondo degli studi, dall’Università, è stata una bella sfida.

Bisognava uscire da una dimensione dove tutto era teoricamente possibile e misurarsi con la realtà delle opere d’arte che non sono sempre movimentabili, per mille ragioni. Per uno che come me conosce bene la storia delle esposizioni in un secolo che ha visto la loro affermazione, come ha dimostrato il bellissimo libro di Haskell The Ephemeral Museum del 2000 (l’edizione italiana di Skira ha un titolo non così incisivo, corretto ma banale La nascita delle mostre), riesce spesso incomprensibile come allora, senza i mezzi di trasporto così sofisticati che abbiamo oggi a disposizione, si movimentassero, e non una sola volta ma da una ribalta all’altra perché bisognava farsi conoscere e vendere, senza timore opere che per le loro dimensioni e la loro delicatezza oggi non oseremmo neanche pensare di chiedere per una mostra.

Mille sacrosanti scrupoli, casse e controcasse, climabox e accompagnatori, verifiche e controverifiche, garantiscono oggi l’incolumità delle opere diventata a volte una vera ossesssione. Non è che voglia portare acqua al mio mulino. Ma quadri, statue e oggetti di ogni sorta hanno sempre viaggiato, come ha dimostrato il libro avvincente di Marco Carminati Il David in carrozza, efficacemente sottotitolato Le avventure di viaggio delle opere d’arte dagli obelischi egizi al boom delle mostre. Vorrei fare almeno il caso, esaminato proprio nella mostra su Gian Giacomo Poldi Pezzoli appena chiusa e alla quale ho collaborato, della monumentale vetrata ogivale, alta ben sei metri, rappresentante il Trionfo di Dante che il suo autore Giuseppe Bertini ha prima esposto nel suo studio e poi mandato a Londra alla memorabile Esposizione Universale di Londra del 1851 dove venne ammirata sotto le volte del Crystal Palace. Ma rimasta invenduta tornò al suo autore che la inviò nuovamente, nel 1865, all’esposizione fiorentina del 1865 per il sesto centenario della nascita di Dante. Poi rientrò a Milano dove venne finalmente acquistata con una sottoscrizione pubblica per essere donata alla Biblioteca Ambrosiana dove oggi si trova. Il magnifico Studiolo Dantesco del Museo Poldi Pezzoli ne conserva una replica di assai minori dimensioni così come il Museo Borgogna di Vercelli. Le troppe, e forse in questo caso eccessive, cautele sulla movimentazione hanno impedito di portare quest’ultimo esemplare a Milano, nella mostra che ho appena citato, per un confronto assai opportuno.

Aver contribuito oggi alla riuscita di questa rassegna, che come altre organizzate da questo straordinario museo giustamente molto caro ai milanesi, ci aiuto moltissimo a capirlo, mi ha portato indietro nel tempo, agli inizi, quando ho avuto la fortuna di realizzare la mia prima mostra, proprio in questo luogo che resta per me magico e pieno di bei ricordi. Parlo dell’autunno del 1978. Mi resterà impresso per sempre. Non feci un giorno, un’ora di vacanza, visto che dovetti scrivere, curatore unico, tutto da solo il catalogo dalla prima all’ultima pagina. E proprio in quei mesi si avvicendarono tre papi. Avevo avuto la fortuna che tre persone d’eccezione, due testimoni come Gian Alberto Dell’Acqua e Lamberto Vitali, e Alessandra Mottola Molfino, che aveva restituito al Poldi Pezzoli il suo prestigio internazionale, accettassero la mia proposta non proprio scontata, quella di dedicare una mostra a un artista minore, quasi del tutto sconosciuto.

 
Commenti (3) Trackback Permalink | 15.02.2012
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3 risposte a Prestiti impossibili: la mostra ideale alla prova della realtà

 
Commenti
 
  1. Pamela scrive:

    Sono incantata nel leggere questi post. Per me, conservatore dei beni culturali senza un lavoro, è un meraviglioso regalo. Alimenta i miei sogni. Grazie. Leggerò i libri che ha citato. Peccato che il faberblog duri solo una settimana!

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