Precisini rompiscatole

Sono sicura che conoscete almeno una storiella sugli ingegneri e magari una sui programmatori; probabilmente non ne avete mai sentita una sui correttori di bozze, ma è un peccato. Dev’essere perché l’opera del redattore è invisibile per chi non vive dentro al mondo dell’editoria: se è evidente che un libro è stato scritto da qualcuno e stampato da qualcun altro, a pochi viene in mente che in origine il testo poteva essere anche sensibilmente diverso da quello che ha poi visto la luce, e quasi nessuno ha la percezione di quanto lavoro redazionale (quante persone, quante tappe, quanti giri di bozze) ci sia davvero dietro a un volume.

Fra noi addetti ai lavori, però, talvolta si sorride su alcuni classici della vita in casa editrice, e si raccontano aneddoti che forse non farebbero ridere nessun altro. In cima alla lista ci sono i lapsus più buffi commessi dagli autori e certe loro ingenuità (vince un saggista che s’infuriò domandando perché la sua opera fosse stata «stampata fronte-retro» dato che le bozze approvate da lui erano stampate su un lato solo). A seguire, le magagne più infamanti sfuggite ai correttori (e qui son storie dell’orrore con cui i neofiti vengono terrorizzati crudelmente: fra quelle a me note, i cento chili di pollo negli ingredienti di un ricettario e il refuso dal doppio senso involontariamente osceno nel profilo biografico di un cardinale). Infine – ed è l’argomento che anima la conversazione in questo istante nella chat multipla del mio gruppo di lavoro, di fronte alla prima bozza di un complesso catalogo che ci darà del filo da torcere – motivo di ilarità sono i guai che derivano dalla leggendaria assenza di comunicazione fra le diverse figure che gravitano intorno a un libro. Stando al cliché, in particolare correttori e grafici non si capirebbero fra loro (non parliamo di quando si fa un prodotto digitale ed entra in gioco anche il programmatore!): i primi – precisini rompiscatole – si concentrerebbero sull’efficacia del testo, i secondi – estrosi ma un po’ distratti – sull’aspetto visivo; tutti saprebbero trovare l’idea giusta per intervenire sul medesimo problema, esprimendola però in due linguaggi diversi. Insomma, capita che i redattori prendano bonariamente in giro i creativi e viceversa, benché i confini fra i ruoli si vadano sfumando progressivamente.

Autoironia a parte, la questione ha un lato serissimo: chi aspira a diventare un bravo correttore di bozze e ha davvero a cuore il risultato dovrebbe apprendere qualcosa del lavoro di chi si occupa del progetto prima e dopo di lui, e imparare a notare errori che sarebbero idealmente responsabilità di un altro (dallo spessore dei filetti di una tabella al colore di un titolo che, in stampa, rischia di sparire sullo sfondo). Niente di peggio, per chi fa questo mestiere, dell’idea che qualcosa non sia affar proprio dentro la pagina che si legge!

 

 
Commenti disabilitati Trackback Permalink | 10.02.2012
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