Non demonizziamo le mostre come prodotto di consumo

Rispetto alla mostra organizzata nel 1978 al Poldi Pezzoli, la mia carriera universitaria era iniziata tre anni prima. Mi ero laureato a Milano nel 1973 con una tesi sulla cultura artistica del Novecento vista attraverso un testimone d’eccezione come Massimo Bontempelli, e, approfondendo un aspetto particolare della mia tesi ho fatto ingresso alla Scuola Normale di Pisa dove sono rimasto come ricercatore per dodici anni. Bontempelli, di cui mi avevano subito affascinato gli strani romanzi metafisici ma ancora di più le originali e modernissime riflessioni sul sistema della cultura di massa, è stato uno scrittore, un intellettuale militante, poi dimenticato o comunque sottovalutato. Anche se ai suoi tempoi era stato importante, addirittura Accademico d’Italia. Come lo scultore Adolfo Wildt, considerato un genio e poi rimosso dalla storia dell’arte italiana – soprattutto ma non solo per i suoi legami, come è avvenuto per Bontempelli, con il Fascismo- sul quale ho potuto finalmente realizzare la mostra ora a Forlì. Spero possa essere visitata quando la città, oggi ancora sepolta dalla neve, uscirà dal suo isolamento.

Si vede che ho sempre avuto una vocazione per i grandi sconfitti, gli artisti dimenticati o sottovalutati. Mi sembrava giusto studiarli, capirli e riportarli all’attenzione di tutti in una giusta luce. Sono convinto che al pubblico – spesso migliore di quanto gli intellettuali con la puzza sotto il naso non pensino – questo interessi molto e che, comunque, risponda agli stimoli che con le mie mostre ho cercato sempre di offrirgli.

Così come siamo soliti alternare, da spettatori, spettacoli impegnati e di evasione, così credo sia anche per le mostre. Il godimento per quelle facili, ma comunque ben fatte, non esclude che ci sia disponibilità a impegnarsi per capire quello che non si conosce. Basta che questo sia presentato con gli strumenti più correti e efficaci. Lo sforzo di rendere i risultati dei miei studi e delle mie scoperte alla portata di tutti mi pare per lo più riuscito e, soprattutto, non credo che questo abbia mai sminuito la loro validità.

L’industria culturale – che lo vogliamo o no – esiste. Non è di per sé un male considerare un libro, una mostra, uno spettacolo anche un prodotto di consumo. Non ha più senso demonizzare, come spesso si vede da tanti nostalgici del buon tempo antico, questi aspetti. Dobbiamo saperci fare i conti, per non escludere una grande fetta del pubblico dalla sfera del sapere.

Quando in quel lontano 1978, l’indimenticabile anno dei tre papi così diversi l’uno dall’altro, feci la mia prima mostra, questi problemi non me li ponevo. Avevo scoperto, scartabbellando le fonti che possono essere di natura più diversa come ci ha insegnato un nuovo modo di fare la storia dell’arte – manoscritti d’archivio, epistolari, cataloghi di veccie esposizioni o di collezioni, libri come periodici d’epoca -, che era esistito tra Sette e Ottocento, un periodo che si stava sostituendo al Novecento nei miei interessi, uno strano artista Giovanni Battista Gigola. Nato a Brescia e vissuto tra Milano, Parigi e il lago di Como. Giacobino, come tanti bresciani, e poi assurto alla corte napoleonica del Regno d’Italia con una parabola comune a molti che mi aveva sempre affascinato dall’avidità con cui da ragazzo – era nel 1964 – avevo seguito un mitico sceneggiato televisivo I grandi camaleonti di Federico Zardi. Beati quei tempi quando sul piccolo schermo per queste storie straordinarie venivano convocati i più grandi attori delle nostre scene, senza che in questo passaggio venissero sminuiti. Anzi.

In un’epoca di cui di quell’arte si era persa quasi la memoria Gigola riportò in onore la difficilissima tecnica della miniatura su pergamena, dove illustrò con un estro prodigioso e assolutamente unico, le meravigliose storie di Boccaccio, di Romeo e Giulietta, ma anche di Byron. Fu inarrivabile anche nella miniatura su avorio e negli smalti con cui produsse ritratti che Ugo Foscolo, che fu contentissimo di farsi ritrarre da lui, riteneva superiori a quelli di artisti più celebrati come Andrea Appiani. Ho cercato, e mi sembra di esserci riuscito, di far capire accostando in quella mostra materiali diversi, dipinti, miniature,stampe, libri illustrati, tutti mai visti, i percorsi culturali e del collezionismo che avevano favorito quello straordinario artista dimenticato.

 
Commento (1) Trackback Permalink | 16.02.2012
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Una risposta a Non demonizziamo le mostre come prodotto di consumo

 
Commenti
 
  1. Pamela scrive:

    L ‘apertura del mondo dell’arte a un più vasto pubblico comporta necessariamente un adeguamento ad esso, ma si badi, non nel senso di un abbassamento “a livello”, ma piuttosto di un’ evoluzione necessaria per chi educa e trasmette a comprendere il proprio pubblico e a servirlo; è questo che i nostri sopintendenti (qui a Napoli) non riescono a comprendere e si trincerano dietro posizioni di aristocratica superiorità, spia triste di una strenua difesa delle proprie posizioni di potere o di identità professionale in crisi.