Neve, ordinanze, decisioni

Oggi, neve. Tanta neve. Bene per i campi assetati e gli invasi quasi esauriti della Romagna, dopo mesi di siccità. Male per i cittadini in generale e per una particolare categoria, assai vigile: quella dei genitori, degli allievi, degli insegnanti delle scuole. Non capita quasi mai che si possa prevedere esattamente quanta neve cadrà entro la successiva mattina alle 8: gli uffici comunali, la polizia municipale, gli spalatori con le loro macchine sono pronti, ma tutti attendono la fatidica ordinanza sindacale: istituti aperti o chiusi? I capi delle amministrazioni, se potessero, affitterebbero un mago decoroso, o spenderebbero soldi in auspici: vie purtroppo impraticabili per la moderna burocrazia. Si affidano allora alle previsioni dei vari servizi meteorologici, che tuttavia non assicurano una precisione millimetrica. Perché questo è ciò che ci si chiede: diramare l’ordinanza di eventuale chiusura alle 6 o anche prima, sapendo che, 2 o 3 ore più tardi, le condizioni del fondo stradale saranno tali da impedire ai veicoli di circolare o ai mezzi pubblici di portare a destinazione gli studenti.

Se ci si tutela, chiudendo in via precauzionale, e poi si verifica un miglioramento del tempo, si è attaccati in quanto maniacali dilapidatori del denaro pubblico; se si ritiene ragionevole il rischio della nevicata, ci si espone ovviamente agl’insulti di quei cittadini che, con innegabile disagio, sono indotti a portare i loro figli a lezione. Il grado di accettabilità delle condizioni “eccezionali” varia enormemente in una comunità: ci sono differenze d’opinione a livello di quartiere, di caseggiato, oserei dire di appartamento. Il vento, gli accumuli casuali di neve, la percezione visiva del paesaggio urbano producono sentimenti digradanti dall’allarme rosso (“Aiuto! Rimarremo isolati!”) al quieto abbandono alla forza tranquilla della natura (“camminiamo piano, spaliamo di fronte a casa, e poi al caldo con una tazza di the in mano”). Impossibile ottenere consenso: di solito, statisticamente, salvo clamorosi errori, il pubblico si divide a metà quasi esattamente, riproducendo fedelmente il peso delle alternative che,  poche ore prima, stavano in capo al sindaco.

Nei primi tempi, travolto dall’emergenza e dalla necessità di farvi fronte, colpito dalle inevitabili polemiche, mi chiedevo dove avessi sbagliato e quale avrebbe dovuto essere la risposta giusta. Oggi so che la risposta giusta non esiste. Ho riflettuto sull’argomento questa mattina, dopo aver ascoltato un amico, il prof. Fabio Beltram, direttore della Scuola Normale Superiore di Pisa, il quale è venuto a Forlì per intrattenere i ragazzi dell’ultimo anno dei licei sulla “Nanoscienza”. Beltram era felice come un fanciullo, perché a Pisa di neve se ne vede pochina: e mi ha lasciato, dicendosi persuaso che non avrebbe dimenticato facilmente la mia città, che per lui a questo punto era saldamente localizzata nelle Alpi.

Beltram ha tenuto una lezione mirabile sul tramonto dei confini disciplinari “classici” e sulla necessità di approcciare i temi della scienza secondo punti di vista totalmente “altri”. Il che non deve significare assumere come necessari e strutturali criteri probabilistici, in funzione degli impervi sentieri della ricerca: la questione sta tutta nella domanda e nel rigore analitico in essa contenuto. Domande errate non producono risposte giuste.

La mia domanda: “faccio bene o male a firmare un’ordinanza sulla chiusura delle scuole per neve?”, se assunta sulla base non di evidenze palmari, ma di una scommessa sulla maggiore/minore pericolosità (fra l’altro da declinare anch’essa – la pericolosità – in base a una scala di percezioni molto vaghe e molto lasche),  non è fondata: in primo luogo, perché derivo un giudizio morale da un atto puramente amministrativo e tecnico, e la cosa mi pare bizzarra; in secondo luogo, perché non ho strumenti di valutazione se non per i casi estremi (un metro di neve, da un lato; pioggia battente, dall’altro). In mezzo, può esserci di tutto.

Ragion per cui, ho pensato che la cosa migliore sia osservare attentamente il corso naturale degli eventi, immaginare razionalmente l’entità del disagio e accettarlo, naturalmente predisponendo tutti i presidii del caso per alleviare i problemi materiali delle persone. Il che non significa non assumere anche le famose ordinanze, alla bisogna. Come accadrà domani: perché la neve, a questo punto, è davvero tanta. E non ho bisogno della sfera di cristallo.

 
Commenti (3) Trackback Permalink | 1.02.2012
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3 risposte a Neve, ordinanze, decisioni

 
Commenti
 
  1. Fabrizio. scrive:

    Io sono abituato a valutare le situazioni con meno filosofia. I dati mi sembravano inconfutabili: la storia di Forli racconta di una citta’ incapace di gestire pochi cm di neve che poi diventa ghiaccio, arpa predice forti nevicate…la cosa piu’ logica che ci si aspetta dal sindaco e’ la cniusura delle scuole. Se fossimo una slcieta’ evoluta la neve sarebbe gestita in termini di emergenza e non di ordinaria amministrazione.Lasciare le scuole aperte come servizio sempre presidiate da squadre di insegnanti ‘volontari’ e non come attivita’ scolastica lasciando alle persone la possibilita di scedgliere e di organizzarsi

    • Roberto Balzani scrive:

      @Fabrizio:
      I dati non erano inconfutabili. Non c’è stata formazione di ghiaccio (il problema si sta ponendo semmai ora); nelle altre città romagnole vicine la valutazione dell’allerta era simile alla nostra (si è deciso, infine, all’unisono); lo stesso manto di neve, fino alla prima mattinata, era così scarso da rendere inutile il passaggio dei mezzi. Classica situazione equivoca. L’ordinanza di chiusura solleva le scuole dal dovere dell’accoglienza, almeno in linea teorica: dunque, prima di assumerla, la ponderazione è d’obbligo. Tutto qui. Quanto alla civiltà, è vero: i mezzi a disposizione sono sempre più scarsi di quanto sarebbe necessario nelle emergenze; d’altronde, oltre alla “civiltà” della macchina amministrativa, manca anche, troppo spesso, il “civismo” nei cittadini. Il combinato disposto di queste due “assenze” genera sgomento e fatalismo. Ma le assicuro che, pian piano, si può migliorare. Cordialmente, Roberto Balzani

    • Akhil scrive:

      Hai ragione. Anche la neve asusme significati diversi a seconda della sensibilite0 delle persone. Perf2 io che fortunatamente non ho vissuto il dramma dei campi di concentramento, la vedo come qualcosa di magico e misterioso. Anche perche9 non ho mai visto una nevicata nel vero senso della parola e la cosa mi incuriosisce molto.Del resto, come la neve, ogni cosa asusme un significato diverso per le persone, ricordandoci momenti tristi o i pif9 belli che abbiamo e credo proprio che per Licia la neve ora rappresenti anche questo Comunque mi sono piaciute le tue riflesioni e belle anche le foto! Baci!!!