Mi fai vedere come si fa?

Insieme a un paio di colleghi gestisco un blog rivolto ai correttori di bozze. Fra i post più seguiti c’è quello dedicato al glossario dei termini tecnici tipici del nostro mestiere, creato con la speranza di alleviare lo spaesamento dello stagista al suo primo giorno in redazione, al sentir nominare zoppe, testatine e pesci. Si trovano vademecum simili nei vari manuali esistenti in commercio, a testimonianza del fatto che (come accade in ogni professione) la setta dei redattori tende a usare un proprio linguaggio segreto.

Uno dei commenti lasciati di recente dai lettori mi è parso illuminante: suggeriva di pubblicare non solo una descrizione ma anche un’immagine d’esempio che illustrasse ciascuna voce del glossario. Sarebbe più che giusto: non credo ci possa essere miglior scuola per diventare correttori che quella di guardare come si fa, affiancando un collega più esperto.

Per questo, a coloro che desiderano avvicinarsi al mondo dell’editoria, io suggerisco in primis di proporsi per un apprendistato in redazione, a contatto con le cose: così ci si fanno le ossa e si conoscono da vicino tutti gli attori che entrano in gioco nella creazione di un prodotto editoriale. Una volta costruita la propria professionalità si può pensare di intraprendere una carriera da freelance, raccogliendo un nucleo sempre più consistente di clienti cui offrire una competenza ormai consolidata. Conosco l’obiezione: potrebbero volerci anni, e nel frattempo bisogna pur mangiare… Ma torniamo al principio.

Dal momento che ottenere uno stage veramente istruttivo (magari retribuito) presso una casa editrice è oggi piuttosto difficile, incoraggio a seguire un corso o un master che garantisca un certo numero di ore di pratica. Il pregio della formazione in aula è anche un altro: oltre a “fare curriculum” regalando qualche speranza in più sul mercato, permette di rendersi conto per tempo e con relativa chiarezza di che cosa significhi davvero fare il correttore di bozze. Aiuta, insomma, a capire se l’idea di fare le ore piccole su manuali d’uso di radiosveglie, guide turistiche, bilanci aziendali, allegati da edicola attrae esattamente come quella, un po’ romantica e riservata a chi di esperienza ne ha già accumulata molta, di diventare l’editor di un grande scrittore. Dev’essere il tipo di lavoro ad appassionare, non il tipo di contenuto al quale esso si applica. Se non è così, meglio pensarci bene.

A proposito: per chi se lo chiedesse, una zoppa è una pagina alla quale manchino un rigo o due per essere piena; la testatina compare in cima alla pagina e riporta il titolo del volume o del capitolo; un pesce è una parola che è stata saltata al momento di inserire nel file una correzione annotata sulla bozza.

 

 
Commento (1) Trackback Permalink | 8.02.2012
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Una risposta a Mi fai vedere come si fa?

 
Commenti
 
  1. Luca Falaschi scrive:

    Sono un redattore di (ormai) lungo corso e devo dire che purtroppo, e non da oggi, per una casa editrice trovare dei buoni collaboratori è difficile. Le decadenze parallele della cultura del testo scritto e dello status dei mestieri della cultura si fanno sentire. Il proliferare di corsi di vario tipo non pare aiutare granché; in più, le case editrici tendono a non investire nella formazione di collaboratori. Da tempo il “cursus honorum” che prevedeva una gavetta da correttore di bozze esterno e portava poi in molti casi al lavoro stabile in casa editrice e magari a una vera e propria carriera è interrotto. Per il futuro non posso che essere pessimista…