Maestri e botteghe

Oggi non traduco, devo preparare il laboratorio che terrò nel pomeriggio. L’altra mia attività, che affianca da anni quella della traduzione, è l’insegnamento. Dicevo ieri che traduttori non si nasce, ma si diventa. Io lo sono diventata un po’ per caso, come credo accada a molti, in molte professioni. Da bambina volevo fare il mozzo, da adolescente la scrittrice. Da grande sono andata a fare la lettrice di italiano in Inghilterra, mi sono iscritta a un master che si chiamava comparative literature and translation studies perché suonava interessante e aveva orari compatibili con i miei impegni, ho conosciuto Susan Bassnett (allora giovane – e non ancora universalmente nota – studiosa di quelli che si cominciavano a chiamare translation studies). E mi si è spalancato un mondo. Ho messo insieme le tre cose e sono diventata traduttrice.

Il mozzo che c’entra? C’entra eccome! Il mozzo era l’avventura, erano i sogni, fiumi di lacrime e risate, giungle, navi, montagne, pirati, cuori infranti, bambini abbandonati. Era tutto quello che c’era al di là del mondo che conoscevo. Erano i libri.

Quando ho scoperto il mio mestiere, non c’erano scuole di traduzione. I traduttori della mia generazione sono tutti autodidatti. E ricordano la solitudine immensa dei primi anni di lavoro, quando eri lì con la pagina da tradurre, felice e spaventato, e non sapevi a che santo votarti. La solitudine c’è oggi come c’era ieri. Questo è un lavoro solitario. Però allora c’erano i redattori delle case editrici che avevano tempo e modo di darti qualche dritta. Avevano anche l’autorità culturale e intellettuale. Molti di noi nelle case editrici hanno trovato dei maestri. Ricordo pomeriggi passati alla scrivania di Agnese Incisa, alla Bollati Boringhieri, a discutere anche le virgole della mia traduzione delle opere di Jane Bowles. Ogni tanto entrava Giulio Bollati e dava un consiglio. Erano poche parole, ma per me erano oro colato. Me le ricordo ancora tutte.

Oggi questo non succederebbe più. È un altro dei mutamenti che ho visto negli anni. Nelle case editrici le redazioni sono ridotte all’osso e nessuno ha più il tempo (e a volte nemmeno la voglia e la competenza) per formare i traduttori. E se capita ancora al traduttore di grande capacità ed esperienza di poter discutere la sua traduzione con i redattori e i revisori di certe case editrici particolarmente attente alla qualità delle traduzioni che pubblicano, questo non avviene quasi mai in tutti gli altri casi. Che sono, naturalmente, la stragrande maggioranza. Qualche volta il traduttore rivede le bozze, con gli interventi che sono stati introdotti nella sua traduzione. Molto più spesso di quanto si pensi, non vede nemmeno quelle.

Io credo che anche oggi i traduttori siano sostanzialmente autodidatti. Anzi, oggi forse più che mai, se è vero che quella solida cultura letteraria di cui parlavo ieri è diventata esperienza privata e individuale, e non ha più nulla a che vedere con scuole e università. Oggi ci sono, però, le scuole di traduzione. Ma non si diventa traduttori perché si frequenta una scuola di traduzione, come non si diventa scrittori perché si frequenta una scuola di scrittura. Le scuole hanno (dovrebbero avere) un’altra funzione: di bottega, luogo dove il traduttore giovane e meno esperto può studiare e temprare “i ferri del mestiere” sotto la guida di maestri. Solo in questo senso, mi sembra, si può “insegnare a tradurre”.

La bottega ha anche un altro scopo: quello di individuare tra gli allievi i potenziali (grandi) traduttori delle nuove generazioni e di far loro da tramite con le case editrici. Non c’è dubbio che oggi per i giovani (e non solo nel campo della traduzione) è molto più difficile di un tempo trovare il guado per passare di là, nel mondo che lavora. Gli editori, subissati da quantità ingestibili di curricula allo sbaraglio, di rado hanno tempo ed energie da dedicare alla selezione di nuovi traduttori. È già molto se, su un’indicazione attendibile, accettano di far fare una prova.

 

 

 

 

 
Commenti (2) Trackback Permalink | 29.02.2012
Condividi:

2 risposte a Maestri e botteghe

 
Commenti
 
  1. Isa scrive:

    «Molti di noi nelle case editrici hanno trovato dei maestri. Ricordo pomeriggi passati alla scrivania di Agnese Incisa, alla Bollati Boringhieri… Ogni tanto entrava Giulio Bollati e dava un consiglio. Erano poche parole, ma per me erano oro colato. Me le ricordo ancora tutte.» Noi che siamo venuti dopo non possiamo che provare ben più di una punta d’invidia per quanto racconti, Paola. Ma vorrei sapessi che molti tra voi che siete venuti prima avete assunto per noi quel ruolo, magari anche inconsapevolmente, e non siete stati e non siete meno prodighi di consigli, dentro ma anche fuori dei corsi di traduzione. Ad esempio non scorderò mai Pier Francesco Paolini che, seduto su una seggiolina di uno dei tanti posti di ristoro al secondo piano del Lingotto, mi racconta perché “prime primule” non funziona granché e “primissime primule”, invece, sì. Sguardo fugace ma indimenticabile nella valigia dei trucchetti del mestiere… Grazie a te e a tutti quelli che come te, che ce l’hanno fonda come la borsa di Mary Poppins e se la portano in giro sempre spalancata, e buon lavoro.

  2. Rossella scrive:

    Hai ragione Paola: tante scuole e pochi maestri, nella vita. E poi qualche maestro che fa scuola.
    Mi piace ricordare qui la mia maestra — Barbara Lanati — che, quasi inconsapevolmente, ma con grande intuizione, ha seminato in molti di noi la voglia di traduzione. E non solo quella.