Il disastroso e inestricabile labirinto del traduttore

Sono seduta davanti al PC e guardo sconfortata le pagine che mi aspettano. Quando si dice intraducibile! Chi non si è mai cimentato con la traduzione immagina che a porre problemi al traduttore siano soprattutto i giochi di parole e magari le filastrocche e i cosidetti “nomi parlanti” che si trovano in tanta letteratura per ragazzi (e non solo) in lingua inglese. Si pensa subito ad Alice nel paese delle meraviglie, che per altro è stato tradotto e ritradotto molte volte, con pieno godimento di generazioni di lettori italiani. Che non sapevano, probabilmente, di leggere in traduzione. Neppure io, quando ho letto Carroll – e per molto tempo dopo di allora – ho mai saputo che le storie meravigliose, le avventure, i mondi di cui mi riempivo la testa erano raccontati in altre lingue e che c’era qualcuno che li aveva tradotti a mio beneficio. Né tanto meno sapevo che avrei finito per fare anch’io quel mestiere. Da quando ho cominciato, l’intraducibile – quella bestiaccia – l’ho incontrato molte volte, per lo più subdolamente nascosto in pagine all’apparenza innocue. Quelle pagine in cui pare di capire tutto a prima vista e dunque che problema ci sarà mai a tradurle? Questa, per inciso, è una delle costanti del mio mestiere: sembra sempre tutto facile quando leggo il testo originale e tutto facile quando leggo il testo tradotto. In mezzo però c’è un labirinto pieno di forre e di fossi, disseminato delle tagliole dell’intraducibile, e attraversarlo è arduo.

L’intraducibile che mi aspetta oggi lo conosco bene. Quante volte l’ho già incontrato! Si tratta di un banalissimo aspetto della lingua inglese: quell’aggettivo possessivo della terza persona singolare (suo) che là si dice con due parole diverse a seconda che chi possiede l’oggetto sia maschio o femmina. In italiano, invece, abbiamo un unico aggettivo, che concorda con l’oggetto posseduto. “La sua casa, il suo cavallo” non mi dice se chi possiede è uomo o donna. L’inglese invece direbbe “his house, his horse” per l’uomo e “her house, her horse” per la donna.

Bene, oggi dal leggio su cui è posato il romanzo che sto traducendo mi guardano sogghignando pagine intere in cui tutta l’azione è giocata sull’alternanza di queste due semplici, innocue, malefiche parole. Ci sono un lui e una lei, che guardano e toccano oggetti e parti del corpo dell’uno e dell’altro. Nelle pagine originali tutto ciò che avviene è chiaro solo grazie ai possessivi: l’occhio del lettore corre dall’uno all’altro personaggio, come un pendolo mosso da quelle due parolette. Su quel pendolo, quasi inavvertito dal lettore, l’autore costruisce l’innamoramento dei due protagonisti, che al momento sono ancora estranei l’uno all’altra. È lo stesso sistema su cui spesso sono costruite in inglese le scene di sesso che fanno disperare i traduttori: come far capire chi fa cosa su quale parte di chi?

E io, che il pendolo non lo posso riprodurre? Sì, lo so che l’italiano ha l’aggettivo “proprio”. Ma provate a inzeppare le pagine di decine, per non dire centinaia, di “il proprio, la propria”. No, ne viene fuori una goffaggine che non posso (non devo!) infliggere a questo testo, al suo autore e, soprattutto, al suo (e mio) lettore. E dunque?

E dunque prima mi dispero, mi sgomento, guardo fuori e penso di scapparmene sulle montagne che vedo dalla finestra, luminose di neve recente, poi torno a sedermi e siccome questo è il mio mestiere e tu, lettore, vorrai leggere anche questo libro, appassionarti anche a questa storia, mi infilo a capofitto in quello che Vittorio Alfieri chiamava “il disastroso e inestricabile labiririnto del traduttore” e chiamo a raccolta tutte le malizie e i trucchi, l’esperienza e la pazienza e l’ostinazione imparati in venticinque anni di traduzioni. So che alla fine anche l’intraducibile si lascia tradurre. So anche che resterò inchiodata al tavolino tutto il giorno come fossi anch’io legata alla sedia e che stasera uscirò da queste pagine più stanca, allucinata e affamata che se avessi fatto quella gita di sci alpinismo che ho adocchiato da tempo e che oggi è in perfette condizioni e chissà quando mai lo sarà di nuovo…

E mi metto a tradurre.

 

 
Commenti (8) Trackback Permalink | 27.02.2012
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8 risposte a Il disastroso e inestricabile labirinto del traduttore

 
Commenti
 
  1. Mariangela scrive:

    Cosa non darei per entrare in questo tipo di labirinti! Noi umili traduttori di testi tecnici abbiamo di fronte il deserto sconfinato del nome del pezzo di una macchina utensile che nessuno conosce e ci perdiamo in poco poetiche cavalcate in rete alla ricerca di manuali simili in italiano per poter capire di che diavolo si tratta. Il mio regno per un cavallo!

  2. Paola scrive:

    eh già, non tutti sanno cosa c’è dietro a un pronome… a un his/her, un di lui e un di lei che si contendono uno spazio che poi finiranno per condividere… buon lavoro :)

  3. suyanasisa scrive:

    io tradurrei “her” con “di lei” e “his” con “di lui”…mi piace per esempio una frase tipo MISE LE SUE MANI TRA I CAPELLI DI LEI!

  4. fara scrive:

    come ti capisco! non so davvero come me ne tirerei fuori, ma forse proprio con un dialogo “pendolare”, tipo: Lui guardò l’orologio, lei gli accarezzò i capelli; lui la guardò negli occhi, lei ecc… ecc… Forse funzionerebbe anche al presente, e il continuo ripetere il pronome restituirebbe al testo un po’ del ritmo del pendolo… ma auguri, ne uscirai senz’altro a testa alta, e troverai anche il tempo per una gita sui monti!

  5. Marina scrive:

    Capisco e condivido in pieno! Quasi in ogni romanzo che ho tradotto mi sono trovata davanti allo stesso problema, soprattutto per quanto riguarda le scene di sesso; e potrei aggiungere che la difficoltà non sta soltanto nei possessivi, ma anche nei pronomi personali usati come soggetto: in inglese è normale trovare una continua alternanza tra frasi che iniziano con “he” e “she”, ma in italiano, dove il soggetto è omesso spesso e volentieri, è una bella sfida riuscire a far capire chi compie l’azione senza dover ricorrere a un continuo e improponibile “lui-lei-lui-lei…”

  6. Luisanna scrive:

    Grazie Paola, sempre un piacere leggerti.

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  8. Anthony scrive:

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